EXPOSITIO AD BESTIAS

 

Le belve venivano introdotte nell'arena
dove i condannati attendevano mansueti l'assalto mortale.
Ma vi erano belve che, anziché divorare le vittime,
attaccavano le bestie più sanguinarie facendone scempio.
Poi, postesi a guardia dei più inermi, impedivano a chiunque di avvicinarsi.

 

I

Subito dopo aver preso dalle mani del direttore una pagella piena di dieci che sanciva il suo trionfo agli esami di licenza elementare, Michelino cominciò a provare una strana sensazione. Già nell'atrio della scuola, mentre sua madre lo conduceva per mano verso un mondo senza più grembiuli né segnagradi sulle maniche, immagini confuse, suoni attutiti, voci soffocate che ripetevano frasi incomprensibili cominciarono a interferire con la sua percezione della realtà.
Dovunque guardasse, ombre furtive si sovrapponevano alle insegne dei negozi, alle sagome delle persone dietro ai finestrini delle automobili, alle tendine che ornavano le finestre, persino alle figure dei cani al guinzaglio che sembravano guardarlo sorridenti e scodinzolanti, come a volersi complimentare con lui per l'impresa scolastica riuscita. E il vociare della folla, il rumoreggiare dei vecchi autobus dal muso lungo che percorrevano la via principale, il grido delle rondini, i suoi stessi passi sul marciapiede appena pavimentato, sembravano ritmare frasi brevi e angosciate, lanciate nel buio.
"Mi sento strano", disse a sua madre. La donna affrettò il passo, stampandogli mani e labbra sulla fronte e sottoponendolo a un fuoco di fila di domande sullo stato dei suoi organi, dalle orecchie agli intestini. Ma Michelino sapeva di non essere affatto malato. Gli parve che dal buio di un abisso emergesse qualcosa. Qualcosa che non si poteva dire, che aveva quella natura lì, la natura delle cose che i bambini sanno ma non possono comunicare. Di fronte alla sollecitudine troppo naturale, troppo legittima della mamma, Michelino comprese che quelle sensazioni erano innaturali e illegittime. Non sapeva di che cosa si trattasse, ma seppe che avrebbe dovuto simulare una febbre, per sfuggire a una confessione che prima gli sarebbe stata richiesta con veemenza e affetto, poi gli sarebbe stata respinta come offensiva. Quelle sensazioni segrete, che venivano da lontano, non erano altro che l'incerto affiorare di un ricordo. Il ricordo di un tempo durante il quale strani avvenimenti avevano segnato le sue notti di bambino. E prima ancora di arrivare a casa e di offrirsi alle energiche cure di sua madre, egli, tra sé e sé, definì quelle notti "Le Notti dei Misteri". Postosi a salvaguardia della pace nella famiglia, si fece venire la nausea e un gran mal di testa, che in capo a qualche minuto si trasformò in febbre alta.

Michelino era venuto al mondo quando l'odore di polvere da sparo della guerra si stava ancora dissipando. I prati del quartiere dove era nato nascondevano l’insidia delle granate e delle bombe d’aereo, e durante le passeggiate Michelino era abituato a sentire ogni suo passo contrappuntato – come in una danza - da un coro di "stai qui non ti allontanare non toccare niente non correre", spesso accompagnato dal racconto fiabesco di bambini saltati in aria o mutilati da quelle armi; ma lui non era affatto spaventato, anzi, in qualche modo era eccitato all’idea di incontrare una bomba in un prato almeno per tre buoni motivi: perché sarebbe stata un’avventura, perché la morte era una punizione riservata solo ai cattivi (e lui era buono) e perché un braccio o una gamba potevano anche ricrescere, spontaneamente o attraverso una magia.
Tra i suoi primi ricordi, c'erano le strane formule che la radio ripeteva ogni giorno e che lui imprimeva nella memoria, servendosene poi per fantasticare. Molte delle storie che sviluppava con pupazzi e soldatini, per esempio, erano ambientate a Cambital, favolosa città dell'Oriente dove maghi rapivano con l'incanto belle principesse e coraggiosi principi le portavano in salvo su meravigliosi tappeti volanti. Bastava infatti che lo speaker annunciasse: "Vi leggiamo ora la media delle valute comunicata da Cambital" perché Michelino si ritrovasse a girovagare tra le viuzze della misteriosa città, della quale poteva sentire anche il brusio di voci e gli odori di spezie. Tra quelle formule, poi, ve ne erano due che più delle altre suonavano come parole magiche, perché, al contrario di quanto accedeva per Cambital, non gli evocavano alcuna visione esotica, ma solo un senso di insondabile mistero: Formosa e Pathet-Lao; egli aveva preso l'abitudine di ripeterle come in un rituale di evocazione del mondo dei grandi, convinto di carpire espressioni usualmente precluse ai bambini e illudendosi di mutuarne i poteri occulti. La sensazione di aver carpito qualcosa di grosso, di cui i grandi avevano buoni motivi per essere gelosi, gli fu confermata quando nonna Celeste lo sorprese mentre animava due soldatini di gomma facendo dire all'uno, con voce stridula e pappagallesca, "Formosa" e facendo rispondere all'altro, con tono cupo e arcano, "Pathet-Lao". "Chi ti ha insegnato quelle parole?", gli aveva chiesto preoccupata e insospettita la nonna. E a rafforzargli il senso del proibito, aveva aggiunto: "E bravo Michelino, che già pensa a 'ste cose! E 'sta "formosa" chi è?".

La casa di Michelino era all'ultimo piano di un palazzo che svettava, isolato come una torre di guardia, tra case semirurali e villette di periferia, alle estreme propaggini meridionali della città, in un quartiere che sfumava rapidamente in una campagna verde e odorosa di liquirizia.
La casa aveva un'enorme terrazza rettangolare, che era per Michelino il regno incantato dell'avventura e della conoscenza. Fu su quella terrazza che cominciò a vivere una vita tutta sua, mentre il sole gli inondava il viso eternamente sorridente, e fu su quella terrazza che scoprì la profondità del cielo, le bizzarre forme delle nubi, il volo degli uccelli e degli aerei e l'orizzonte lontano nel quale, una volta, al tramonto, aveva creduto di scorgere i grattacieli dell'America. Suo padre gli aveva spiegato che l'America era in un punto laggiù, a Ovest, e gli aveva detto di guardare verso il sole proprio nell'attimo in cui scendeva oltre l'orizzonte. Anche questa volta, come sempre, per quanto potessero apparire fantastiche le sue affermazioni, papà aveva avuto ragione e dopo qualche tentativo il profilo dell'America, con la sua selva di grattacieli, si era stagliato per un attimo sul disco infuocato del sole al tramonto.
Papà era l’eroe dei suoi sogni e sapeva tutto. Era bello, forte e buono. Gli spiegava tutto. Sapeva fare a pugni, sapeva combattere, e Michelino sapeva che se fosse stato necessario avrebbe potuto uccidere i nemici, ma senza crudeltà, solo per difendere lui e la mamma. Credeva alla magia. Credeva ai dischi volanti. Credeva ai viaggi nel tempo. Niente era impossibile per lui. Creava la realtà e per la realtà era un onore farsi creare da lui. Soprattutto, quello che Michelino non riusciva ad esprimere ma che provava (e avrebbe provato per tutto il resto della sua vita) era che il papà aveva il suo stesso sentire, perché era rimasto bambino. Aveva tutte le cose più belle che un grande può avere, ma era magico perché era anche un bambino. Michelino sapeva che senza papà sarebbe morto subito, perché papà era pura energia, per lui. La mamma era meravigliosa perché aveva sposato papà. La sua principale qualità era la bontà, e la seconda il calore di chi è buono, ma la prova della sua grandezza stava nel fatto che avesse scelto quell’uomo unico nell’universo come padre di suo figlio.
Papà diceva che le stelle avevano cinque punte, ed ecco che Michelino si metteva a contare le punte delle stelle e ne scorgeva esattamente cinque. Papà gli spiegava che, oltre ai bimotori e ai quadrimotori, gli ingegneri americani stavano sperimentando un nuovo, gigantesco aereo con sei motori, e Michelino, a forza di starsene a guardare in su tutto il giorno, finalmente vedeva passare, annunciato da un rombo di tuono cupo e profondo, il leggendario "esamotore", che incrociava lentissimo e maestoso nei cieli oscurando per un istante tutto il quartiere. La stessa sera, dopo aver raccontato a papà l'eccitante esperienza vissuta, veniva a sapere da lui la storia di un aereo ancora più grande e misterioso, e durante la notte veniva svegliato da un rombo molto più cupo e pauroso di quello udito la mattina, un rombo che sembrava provenire dalle viscere stesse di Dio, e aveva la certezza che lì fuori, a girare inquieto attorno al palazzo in cerca del suo unico spettatore possibile, ci fosse addirittura l'Olandese Volante degli aerei, quell'"ottamotore" che, troppo pesante per volare, era caduto ad ogni prova ed era diventato un aereo fantasma.
Poi, con l'andare del tempo, ormai ripieno dell’energia di quell’essere superiore che era per lui il padre, Michelino aveva cominciato a evocare da solo strani e meravigliosi eventi. Fu così che una mattina di luglio, alzando lo sguardo al cielo, Michelino vide alcune nubi accostarsi lentamente le une alle altre e fondersi fino a formare una strana sagoma di testa umana sormontata da un buffo copricapo a forma di barchetta. L'uomo di nuvole con il cappello sembrò gradire quella fortunata congiunzione di vapori che gli aveva dato un'effimera vita, e cominciò a ridere. Il gruppo di nubi si scuoteva tutto senza tuttavia perdere la sua compattezza, mentre la bocca dell'uomo si apriva in una gaia risata senza sonoro. A un tratto, l'uomo di nuvole dovette comprendere che quella sua forma fugace stava per dissolversi. Mostrando sempre il profilo sinistro, smise di ridere, chiuse la bocca, poi strizzò l'occhio a Michelino e cominciò a sfaldarsi come un viluppo di zucchero filato. Scomparve in pochi secondi, ma il suo cappello restò a fluttuare nel cielo ancora per molto. Quando la mamma venne a chiamare Michelino per il pranzo, il cappello di nubi era ancora lì, e quando, dopo il sonnellino pomeridiano, Michelino poté finalmente tornare in terrazza, lo trovò solo un po' più frusto e contorto, ma sempre immobile sulla verticale della terrazza, ostinatamente saldo e isolato in un cielo terso e completamente sgombro da altre nubi. Grazie alle spiegazioni di papà, Michelino scoprì poi che quel cappello era una feluca settecentesca, e che l'uomo di nuvole era un valoroso capitano di vascello vissuto due secoli prima, la cui vita fluttuante nel mare aeriforme del tempo era stata catturata per un istante dal miracolo delle nubi e dei venti e rigenerata in un'effimera forma vaporosa; e venne a sapere che c'era chi affermava di aver visto il suo cappello vagare ancora sui mari in attesa di un marinaio che fosse degno di indossarlo.
Poi cominciarono a capitargli anche cose meno liete, soprattutto in corrispondenza con periodi in cui il papà era un po’ triste e pensieroso. Fu così che un mezzogiorno di settembre, ancora eccitato per aver passato tutta la mattinata ad osservare figure di dinosauri in un libro illustrato, appena uscito in terrazza Michelino si imbatté in una enorme lucertola che aveva sfidato una parete di cinque piani e che, giunta finalmente alla vetta, lo attendeva al centro della terrazza con aria di sfida, immobile e a bocca aperta, come un mostro preistorico pronto ad attaccare la preda. Michelino chiamò la mamma, che però gli gridò dal bagno che non poteva venire. Gli disse di entrare e di chiudere la portafinestra della terrazza. Ma il bambino era come bloccato. La lucertola si avvicinava lentamente e sembrava crescere a vista d’occhio. Ora pareva un’iguana: caraccollava in avanti con un ghigno diabolico e la lingua guizzava dentro e fuori. Michelino, istintivamente, si fece il segno della croce: l’iguana tornò lucertola. Si girò e rapidamente tornò verso la parete di fondo della terrazza; si arrampicò fin sul parapetto, si voltò a metà verso Michelino e poi, con un’incongrua voce maschile che sembrava provenire da un’altra parte, disse:
"Chi fa male ai bambini fa male a Dio. Ho sbagliato a venire senza un mandato regolare. Sei un bambolotto nutrito a carezzuccie. Non lo sapevo. Ma tornerò presto: devo solo procurarmi una firma sul mandato. Poi ti raderò al suolo. Niente di personale, sai: ma Dio mi è antipatico".
Fece per buttarsi di sotto, ma Michelino le gridò dietro: "Cattiva!".
"Grazie!", disse la lucertola. Poi si gettò nel vuoto e a Michelino parve di sentire un grosso tonfo, qualche secondo dopo.
La lucertola non si fece più viva, ma gli eventi bizzarri continuarono, anche se molto diradati e talvolta con aspetti più inquietanti. Un po’ preoccupato perché la vita non era più esattamente azzurra come prima, Michelino cominciò a meditare sulla possibilità di usare la mente per influire sul colore della vita, prendendo qualche iniziativa. Per esempio, alla sua collezione di meraviglie mancava ancora un disco volante. Non sapendo se desiderarlo oppure no (a quel tempo gli alieni, al cinema, erano sempre cattivi, tranne che in Ultimatum alla Terra), decise di raccontare alla nonna di averlo visto anche se non era vero. Di ritorno dal mercato, con un cartoccio di olive dolci in mano, Michelino cominciò a fare il misterioso con la nonna, dicendole che non sapeva se raccontarle o no una cosa che aveva visto… La nonna, preoccupata, si informò e lui le descrisse un enorme disco volante tutto grigio che si era fermato al di sopra della terrazza. Aggiunse anche il particolare di un misterioso fascio di luce (forse un raggio della morte) che era stato puntato contro di lui ma che lo aveva mancato di un soffio. La nonna lo guardò e non rispose.
Umiliato per aver detto una bugia, la mattina dopo, in terrazza, pregò Dio di far apparire il disco volante, per saldare la sua realtà con la realtà vera. Guardò in cielo per ore, inutilmente. Volle passare in terrazza anche il pomeriggio. Stanco di guardare in alto, quasi rassegnato, abbassò lo sguardo verso l’orizzonte e allora lo vide. Capì che era stato lì tutto il tempo, basso sull’orizzonte, molto spostato sulla destra della terrazza. Sembrava una trottola un po’ schiacciata. Era grigio, e una specie di doppio corrimano dorato lo circondava nel punto più largo della circonferenza. Dentro le sbarre dorate c’erano luci di vari colori, ma non erano intermittenti, né brillavano particolarmente. "Luci di città", pensò. Non c’erano raggi della morte. Michelino capì che quell’oggetto era lì per lui. Probabilmente per dargli qualcosa. Non ebbe paura, ma non sapeva cosa fare. A un certo punto arrivò la mamma. Lui rimase imbarazzato e indicò l’oggetto senza dire niente. La mamma guardò nella direzione indicata, ma il suo sguardo fuggì da quella cosa come se fosse scattato un divieto. Sembrò scordarsi completamente di averlo visto, se pure lo aveva visto, e dopo aver raccolto dei panni rientrò in silenzio. Il disco restò lì ancora un po’, poi, verso il tramonto, le luci si fecero più vive e prese ad allontanarsi, fino a diventare un puntino lontano sull’orizzonte.
Michelino raccontava tutto ai genitori e alla nonna, ma tendeva a non raccontare gli incontri brutti. Gli sembrava che le cose brutte rendessero più brutto lui agli occhi del mondo, anche di chi gli voleva bene. Così, della lucertola non parlò mai. Del disco volante (che probabilmente era una cosa buona) aveva già parlato alla nonna, e così non dovette fare altro. Anni dopo, lungo la strada di casa, in preda alle strane visioni che avevano soffocato la soddisfazione della fresca promozione, Michelino si sarebbe ricordato dell'ultimo prodigio al quale gli era capitato di assistere in terrazza. Un prodigio sicuramente brutto. Il più brutto di tutti.
Era una notte di primavera, stellata e tiepida. Mentre mamma e papà erano in salotto con certi ospiti, Michelino era sgattaiolato fuori e si era messo a guardare il cielo notturno. Le stelle brillavano in modo insolito: ce n’erano di rossastre, di verdastre, di azzurrognole, di giallognole. Improvvisamente, tutte quelle stelle colorate che fino a poco prima se ne erano state lì a osservarlo immobili, cominciarono a lasciare le loro posizioni e a sfilare silenziosamente tra le stelle bianche, distinguendosi definitivamente da esse. La velocità delle stelle colorate aumentò, ed esse presero a convergere tutte verso uno stesso punto del cielo, vorticando e intricandosi le une con le altre fino a comporre una nuova, misteriosa costellazione la cui bizzarra forma ricordava a Michelino quella di una grande pipa. L'immensa costellazione multicolore vibrava e oscillava leggermente nel cielo, lanciando il suo messaggio enigmatico al bambino attonito. A un tratto, mentre si sollevava un turbine di vento, un suono cupo e roboante scosse l'aria. Michelino, per la prima volta, ebbe paura di uno dei suoi fenomeni, e corse in casa a rifugiarsi tra le braccia della mamma. Solo tanti anni dopo, quando ormai era Michele e viaggiava per il mondo, Michelino avrebbe scoperto che quella terrificante costellazione mobile aveva disegnato i contorni di una tromba rituale. Durante un viaggio in Tibet, si era imbattuto in quello strano arnese, e un buffo personaggio che diceva di essere un mago gli aveva parlato di certi speciali riti in cui esso aveva una funzione. Riti durante i quali si manifestavano i principali esseri demoniaci.
Mentre tornava a casa frastornato dalle visioni, Michelino si rese conto che proprio la fantastica tromba di stelle aveva annunciato la prima "Notte dei Misteri". Nell'attimo in cui, varcata la soglia di casa, la mamma si mise in cerca del termometro per misurargli la temperatura, Michelino ebbe per un attimo la certezza che, una volta a letto, avrebbe ricordato tutto di quella notte, e di quelle che seguirono. Giurò di non rivelare nulla, per non seminare guerra in famiglia, ma desiderò di ricordare tutto. Però, subito dopo, il fiume dei ricordi belli, di quei ricordi che gli davano la sensazione di essere stato un bambino buono, normale, un po' magico, lo travolse, e ricordò la gioia struggente di abbracciare sua madre mentre alla televisione cantavano la sigla finale del Musichiere: "...E ognuno quando si risveglierà / Felice sarà / E spenderà / 'Sti quattro soldi de felicità". E Michelino sognava di trascorrere ogni domenica della sua vita a passeggiare con mamma e papà per le vie di una sua città immaginaria, dove a Piazza Venezia c’erano le gondole e a Via del Babuino c’era la giungla, e di spendere quei quattro soldi di felicità, per tutta la sua vita, con loro, perché la sua felicità erano loro.

Si addormentò, finalmente. Aveva la febbre alta ed era scosso dai brividi; in quella strana condizione poté cogliere con precisione l'attimo stesso in cui si addormentava.
Ed ecco che Michelino sogna, o forse rivive, la prima Notte dei Misteri. Sua madre, anche quella volta, lo ha messo a letto, ma il suo sonno è durato poco. Un fruscio, un sospiro, un lieve spostamento d'aria lo sveglia. E lì, seduta accanto al suo lettino, nella luce incerta che filtra dalla finestra semiaperta, vede una giovane donna. Ha i capelli lunghi, neri ed è vestita tutta di verde. È bellissima. Somiglia straordinariamente a una delle bambole che si trovano sul comò della camera di papà e mamma. Michelino pensa che sia un fantasma. Vorrebbe urlare per chiamare i genitori, ma non riesce a emettere alcun suono. Per la paura, si è talmente spostato sul bordo opposto del letto che finisce per cadere in terra. Il fantasma lo guarda immobile. Michelino ne approfitta per strisciare sul ventre fino alla porta e poi si mette a correre verso la stanza dei suoi genitori. Vi entra a precipizio, ma anziché la camera da letto trova il salotto. Nella confusione della paura, si è dimenticato che negli ultimi giorni la disposizione delle stanze è stata cambiata. A quel punto la voce gli prorompe finalmente dalla gola ed egli comincia ad urlare, correndo verso la parte opposta della casa, dove finalmente trova la camera da letto. Entrando, si scontra con qualcosa di grosso e metallico: è la stufa elettrica, ancora calda; rotola abbrancato alla stufa, si fa male. Alle sue grida, che ormai sono divenute uno strepito isterico, finalmente risponde qualcuno. La mamma si alza sconvolta e si precipita verso di lui. Anche il papà accorre. Michelino viene fatto sistemare nel lettone, tra i corpi caldi, immensi e rassicuranti dei genitori, e confortato fin quando i singulti del terrore non si attenuano, per poi spegnersi, vinti da un sonno prima agitato, poi più calmo, infine profondo e immoto.
La notte dopo Michelino viene svegliato nuovamente da un sussurro. Già immagina di trovarsi accanto il fantasma, ma là dove ieri c'era la giovane donna stavolta c'è qualcosa di ancor più terrificante: è la bambola vera e propria, che se ne sta seduta nella sua immobilità mortale e lo guarda. Ancora una volta l'urlo si spegne in gola prima di uscire ed esplode solo quando Michelino è già in corridoio, diretto verso il letto di mamma e papà. Ma la mamma ha la faccia stanca quando si alza per andargli incontro, e nella pancia enorme che gonfia la camicia da notte si vede il fratellino agitarsi, disturbato ancora una volta nel suo riposo. Anche papà è stanco, e sembra anche un po' arrabbiato. Michelino indica la sua stanza senza riuscire ad articolare frasi coerenti. Papà si avvia, brontolando un po', nella direzione indicata e torna tenendo in mano la bambola. La butta sul letto con un gesto sconsolato, poi, con un tono che Michelino non gli ha mai sentito, gli chiede:
"Di questa hai paura? Per questo ci hai svegliati?".
Michelino ricomincia a strepitare, terrorizzato dal contatto con la bambola. I nervi del padre stanno per saltare. Allora la mamma prende la bambola, si alza e la rimette al suo posto sul comò.
Un'altra notte. Michelino è terrorizzato e non riesce a prendere sonno. Un sudore freddo lo paralizza in una posizione irrigidita, scomoda, dolorosa. Il ricordo amaro del giorno trascorso a scrutare le facce inespressive dei suoi genitori, a sondare i loro sguardi, a ingoiare l'inconcepibile frustrazione del silenzio gli fa sentire il peso di una cupa solitudine. Il sonno lo vince, ma è un sonno gelido, senza riposo. Si sveglia, e la bambola è lì. Gli sembra che sul viso abbia un ghigno di trionfo. Riesce a dominarsi, questa volta. Con movimenti lentissimi scende dal letto e accende la luce centrale. Nella stanza inondata di luce la bambola gli appare innocua. Si avvicina con prudenza alla sedia dove lei se ne sta immobile, con le braccine e le gambine aperte, guardando ancora verso il letto. La prende delicatamente per la vita. Stranamente non ha più paura. Si inoltra nel corridoio. La luce della sua stanza dovrebbe bastargli per realizzare il suo piano. Il corridoio è lungo, ma il suo passo è sicuro. Incastonato nella parete, l'altarino dello zio Antonio mai tornato dalla guerra, con la foto colorata a mano da suo padre, è un'ulteriore, debole guida per il suo cammino. Ora è in camera da letto. Papà e mamma dormono profondamente. Evitando la stufa, si avvicina al comò. A un lato dello specchio c'è la bambola bionda. Il posto di quella bruna, naturalmente, è vuoto. Ora deve rimetterla a posto. Visto che nessuno crede che essa si muova da sola, almeno non potranno accusare lui di averla presa. Non ci arriva. Fa un saltino. Niente. Decide di lanciarla. Tutto sembra crollare e il disastroso frastuono che ne consegue è irreparabile.
"Ah, allora è così!", lo inchioda con tono tagliente suo padre dopo aver acceso la luce dell'abat-jour. "Sei tu che la prendi, te la porti in camera e poi dici che hai paura!"
Michelino non sa se il dolore che sente è quello di uno schiaffo oppure è solo la pena della vergogna. Sospinto in camera sua, si sente ormai un esiliato, senza più decoro né dignità.
E l'incubo torna, la notte successiva. L'impossibilità di esistere assegnatale dal mondo dei grandi sembra nutrire la bambola, ingigantendola e riportandola alle dimensioni umane, come la prima notte. Nello sguardo della giovane donna c'è ora il possesso assoluto. Michelino, che ancora porta in sé la forza e l'autorità di chi è stato amato, le grida in faccia: "Io sono di mio padre e di mia madre!" e fugge per l'ultima volta a cercare riparo in camera dei suoi. Ma, mentre sta per saltare sul letto, stavolta si imbatte nel più insormontabile degli ostacoli. È suo padre che, seduto sul letto, prima impreca sottovoce, poi comincia a gridare:
"Che vuoi ancora, CHE VUOI? Vattene subito in camera tua...".
Michelino è bloccato, e urla in preda al panico. Il padre si alza buttando via con rabbia il lenzuolo e afferra Michelino per un braccio, cominciando a trascinarlo, prima come una furia scalciante, poi come un peso morto, verso la sua stanza, dove lo scaraventa sul letto. Il fantasma non c'è. La luce si spegne, la porta si chiude con uno schianto. Il tempo che trascorre dentro quel buio è come una lunga eternità nell'inferno, per Michelino. E quando il giorno viene, non sa più che cosa farà del proprio tempo e della propria vita.
Di giorno, ogni volta che parla, lo interrompono, adesso. Non riesce a completare mai nessuna frase. Si sente interdetto, marchiato. Ha tradito la fiducia della famiglia. Quando qualcosa riesce a dire, viene ignorato. Alla fine di ogni pasto, quando l’allegria del mangiare e del bere rende tutti un po’ più aperti, indugia a tavola, sperando che qualcuno si rivolga a lui, che gli offrano un assaggio di quella che prima era la vita. Prima, quando lui era la stella della famiglia. "Vai a giocare". Quella frase arriva come una fucilata. È solo. Maledice il momento in cui ha detto la verità. Capisce che dire la verità è una disgrazia, un suicidio, un peccato mortale che, se solo gli lasciassero il modo di riparare, non commetterebbe mai più.

Il travaglio dei giorni trova ormai quasi un conforto nel mistero delle notti che lo attendono. Ed Michelino non ha altra scelta se non quella di abbandonarsi alla presenza implacabile del fantasma, che adesso ha anche una compagna, l'altra bambola, quella bionda. Ora le bambole lo circondano, lo usurpano alla madre, lo invadono, lo possiedono. Come un torrente che va lentamente ad insabbiarsi, l'energia del bambino si smarrisce in loro, e si spegne.

 

II

Giunta voleva un marito. Lo voleva ad ogni costo. Essere zitella a ventinove anni, a quel tempo, era intollerabile per una ragazza alta, sana, robusta, non brutta e con una voce da contralto che era l'orgoglio del coro del quartiere. Stare a casa non le dispiaceva, certo; anzi, si può dire che tutte le sue occasioni le avesse buttate via proprio perché la sua condizione in famiglia era talmente confortevole da sconsigliare qualunque uscita definitiva. Ultima di quattro figli e unica femmina, arrivata come un dono del cielo tanto da meritarsi un nome icastico come il suo, Giunta era assolutamente la principessa della casa e ai suoi capricci si erano sempre piegati non solo la madre e il padre, ma anche i tre fratelli, i quali fin da piccoli avevano gareggiato nel compiacerla. E dopo la scomparsa in guerra di Antonio, il più grande, i due maschi superstiti, nonostante fossero ormai sposati e con figli, erano ancora i suoi cavalieri devoti e infliggevano la sua capricciosa presenza a mogli esasperate e bambini esterrefatti nel vedere quanto un "grande" possa essere bizzarro e viziato.
In dieci anni Giunta aveva letteralmente frantumato altrettanti fidanzamenti. L'ultimo, quello con Ennio (un finanziere bello, alto e moro), si era concluso a piatti in faccia durante una cena natalizia a casa di Mario, il più giovane dei fratelli di Giunta. In quella circostanza erano presenti tutti i parenti della ragazza e, per loro fortuna, assenti quelli del fidanzato, i quali non solo vivevano lontano, in Sicilia, ma esitavano a fare la conoscenza di una signorina che era stata fidanzata così tante volte. La furia di Ennio era stata scatenata da un greve commento della fidanzata riguardo ai propri futuri suoceri (definiti "zotici") e rinforzata dal decisivo " lerci" mormorato malignamente tra i denti dalla mamma di Giunta, la signora Jole. La reazione del giovane si era infranta contro il muro eretto in difesa della ragazza dai cavallereschi fratelli e dalla stessa madre, ma mentre veniva spinto fuori nella fredda notte natalizia, Ennio aveva lanciato a Giunta una maledizione ("Che tu possa restare zitella per sempre") che aveva molto impressionato i presenti. E Mario, inaspettatamente esasperato da quell’ignobile tafferuglio avvenuto in casa sua, aveva infranto il tabù familiare che voleva Giunta intoccabile e le aveva riservato lo stesso trattamento toccato a Ennio, cacciandola fuori sotto gli occhi inorriditi della signora Jole e del patriarca Tommaso suo marito. Allora Jole, mentre seguiva sua figlia, sulla stessa soglia che già aveva ispirato Ennio, aveva a sua volta scagliato un anatema contro Mario e la sua famiglia per il sacrilegio commesso.
Poi, in un frusciare di cappotti e in un imbarazzato borbottio di congedi, di lì a pochi istanti anche Armando, l’altro fratello, con moglie e figli, era sgusciato nella notte dietro alla Famiglia ferita.

Quella sera di vigilia di Natale era una sera del destino. Babbo Natale stesso avrebbe esitato a posare la sua slitta sulla terrazza di quella casa, anche se lì c’era un bambino buono. Più che la notte di Natale, sembrava una notte da angelo sterminatore. Le potenze delle tenebre incrociavano su e giù sul cielo di quella casa. Qualcosa di inevitabile stava per succedere. Qualcuno suonò il campanello in modo ostile, minaccioso. Lucia, la moglie di Mario, andò ad aprire e si trovò davanti una faccia laida che stentò a riconoscere. Era la signora Jole, ma i suoi tratti erano mostruosamente deformati. Quando la riconobbe, Lucia stava quasi per sorriderle. Pensò per un attimo, e in un modo del tutto incongruo, che la suocera fosse tornata per fare pace. Poi capì che stava per succedere qualcosa di estremo. Jole, si vedeva subito, era sotto una tentazione invincibile. Il potere di sostituirsi a Dio plasmava i tratti del suo viso disegnando una maschera irriconoscibile. La cosa stava davvero per succedere. Jole stava per dannarsi eternamente l’anima, trascinando con sé nell’inferno quella piccola famiglia che fino a quel giorno era stata felice. Per un attimo, Lucia sentì che sarebbe stato quasi più importante salvare l’anima di Jole che evitare il dolore irreparabile che stava per precipitarle addosso.
"Non vomitare", riuscì a dire piano Lucia.
"Tanto lo so, e lo sanno tutti…", sibilò l’altra.
"Non vomitarlo".
"Mario ha fatto la cura, adesso, vero?… Adesso i palloncini li gonfia, vero? E poi, chi lo sa… Ma prima la cura non l’aveva mica fatta… Sei anni fa non c’era nemmeno. La Cura… E allora il ragazzino te lo ha fatto Armando. Sempre in famiglia, vero?"
"No. Abbi pietà."
"E che ho detto di male? È la verità. È un fatto."
"Ti vuoi vendicare perché Mario si è arrabbiato, poco fa. Ma anche Giunta: mettersi a litigare in quel modo a casa nostra…"
"Io? Vendicare? E di chi, di quel mezzo figlio, di quel mezzo maschio? Lo vedi? L’ho detto a te. Se avesse aperto lui gli avrei detto solo che è un mezzo uomo, buono solo a cacciare via di casa la sorella e i genitori. Prepotente solo coi vecchi e gli indifesi. Anzi, se si degna di arrivare, diglielo tu stessa che lo sanno tutti. E poi, fammi il favore, non pronunciare mai più il nome di Giunta. Non ne sei degna. Lei è la Santa Vergine in confronto a te. Non me la bestemmiare."
"Abbi pietà. Lasciaci vivere."
"Vivete, vivete. Tanto, visto che il ragazzino è di Armando io resto sua nonna. Tu, invece, resti la troia di famiglia."
Mario, che si era buttato sul letto in preda a un improvviso e devastante mal di testa, arrivò in tempo per sentire la fine di quell’ultima frase di sua madre, che subito guizzò via come una serpe. Lucia si voltò, con in faccia la smorfia del pianto. Mario le sorrise debolmente, poi fece finta di non farcela più dal mal di testa e tornò a letto. Non disse niente.

Giunta, che ora aveva perso anche Ennio, si rendeva conto molto meglio di sua madre che a sgominare l'intera schiera dei suoi pretendenti era stato il suo carattere guastato dalla vita facile e dall'insolenza. Ma ormai era troppo tardi per i pentimenti, bisognava rimediare: trovare un marito era urgente per il papà, che da qualche tempo non si deliziava più di lei ed era sempre più buio e incollerito; per la mamma, nel cui sguardo di alleata in ogni intrigo cominciava a spuntare l'ombra di una inquieta apprensione; e per se stessa, che sentiva crescere una rabbia acre, inquinante, capace di renderla ancor più intrattabile, una rabbia che ella ormai attribuiva, senza ombra di dubbio, alla "mancanza" - come diceva sua madre - "del maschio". Inutile fare i conti con il passato. Bisognava guardare avanti e provvedere.
Ora avvenne che proprio in quel periodo così delicato per la vita di Giunta, anche Armando, il secondogenito, toccasse il fondo della propria sfortuna. La ditta per la quale egli lavorava come impiegato, infatti, dopo una serie di richiami per ritardi nella timbratura del cartellino, assenze durante l'orario di lavoro, smarrimenti di materiali di cancelleria e varie altre mancanze, lo aveva sospeso dal lavoro. Il protrarsi della sospensione (che sembrava preludere a un licenziamento) e la conseguente drastica riduzione dello stipendio, avevano condotto Armando nell'abisso della rovina economica.
Già in passato, per la verità, Armando aveva accumulato parecchi debiti qua e là, e non perché il suo impiego non gli fornisse sufficienti mezzi di sostentamento, ma perché né in lui né in sua moglie Gina sussisteva la più pallida traccia di attitudine economica. Fin dall'inizio del loro matrimonio, Gina e Armando erano stati capaci, con precisione scientifica, di estinguere ogni lira di uno stipendio molto prima del pagamento del successivo. Così, verso il venti del mese - e poi, con il passare degli anni e il nascere dei figli, verso il diciotto, il quindici e, negli ultimi tempi, persino il dodici o il dieci - li si vedeva comparire con quella loro aria da cani randagi sulla soglia della casa di Mario. Il rituale, ormai, era perfettamente collaudato: tacevano, in attesa che Mario o sua moglie Lucia ponessero quella che era insieme la più convenzionale e la più incauta delle domande: "Come va?". Una domanda che Armando e Gina, con la loro consumata esperienza, avevano cessato da tempo di porre a chiunque e che - per quel senso di vuoto ipnotico che si prova di fronte a chi è talmente impudente da rinunciare in partenza ad ogni espressione di cortesia - riuscivano a estorcere assolutamente a tutti, persino ai loro peggiori nemici. La risposta a quella fatale domanda consisteva di norma in un rapido scambio di sguardi tra marito e moglie, seguìto da un subitaneo sfogo di pianto di Gina. Durante il pianto della moglie, Armando, impegnato ad atteggiare il viso a una smorfia di dolore, stentava tuttavia a reprimere il mezzo sorriso che distorceva i suoi muscoli facciali per la gioia dell'impresa già riuscita a metà. Il seguito della visita era una pura formalità: da qualche parte spuntava un portafogli da cui venivano estratte alcune banconote che Armando e Gina respingevano con gesti disperati, fino a quando Mario o Lucia non riuscivano a premerle con forza nella palma di una mano che si divincolava, richiudendovi attorno le dita, tese in una estrema difesa della dignità calpestata. A quel punto, un improvviso appuntamento preso con qualche creditore (impegno che rendeva inconcepibile la strenua resistenza fisica opposta alla consegna del denaro qualche istante prima) strappava i due all'amorevole attenzione dei parenti, proiettandoli nuovamente nella loro enigmatica dimensione da naufragio.
Poiché la Regola dettata dalla signora Jole voleva Armando non già incauto e disadattato, ma "estremamente sfortunato", né Mario né Lucia osavano mai indagare seriamente sulla vita economica di Armando e Gina. Così ogni parere o consiglio su come amministrare la vita quotidiana, se espresso in presenza della Madre, veniva trattato alla stregua di un tentato strangolamento di un bambino, e se espresso in presenza dei soli interessati, andava ad infrangersi contro tutta una serie di invalicabili fortificazioni vittimistiche (nelle quali Gina era ancor più esperta di Armando) che avevano il potere di condurre l’interlocutore lontanissimo dal cuore del problema. Aprire l’argomento proibito significava ritrovarsi di colpo, e come per incanto, a vagare nei corridoi di una interminabile galleria di quadri patetici che rappresentavano scene di povertà e umiliazione, volti di bambini affamati e pezzenti, con le manine tese verso l'opulenza e gli sfarzi di una società della quale proprio Mario e Lucia erano i campioni: la Società dei Fortunati. E il meschino spartiacque del benessere economico, gettato tra i due fratelli, liberava nell'aria un orrendo mostro, la cui ala nera, immensa, andava marcando instancabilmente i contorni di un'ombra di morte, della morte per suicidio, da tutti temuta, di Armando.
Quest'ultimo, per la verità, prima della sospensione dal lavoro guadagnava poco meno di Mario, il quale, tra l'altro, era impiegato in una azienda molto piccola, che alternava momenti felici a improvvisi rovesci, con conseguenti gravi rischi di sopravvivenza. Armando, al contrario, lavorava in una grande azienda generosamente sovvenzionata dallo Stato, e una gestione accorta dell’impiego gli avrebbe consentito di navigare per acque tranquille verso una pensione tanto lontana quanto sicura, galleggiando su quattordicesime, straordinari, prestiti agevolati e consistenti possibilità (se non formalmente consentite, di fatto tollerate) di arrotondare lo stipendio con qualche altra attività, visti gli orari di lavoro poco più che simbolici.
Il guaio era che Armando, dopo la scomparsa di Antonio, aveva di fatto sostituito quest'ultimo nel cuore dei familiari. E quell'impressione di fragilità, di inconsistenza, di incorporeità, di Nulla che ormai la famiglia associava all'idea di un primogenito naturale, si era trasferita in quello che adesso era il primogenito di fatto. E i fantasmi dello stesso insondabile ignoto che aveva risucchiato Antonio avevano trovato rifugio in Armando, il quale un giorno, svegliandosi alla nuova condizione, si era scoperto fragile, inconsistente, incorporeo, nullificato come il fratello perduto.
Per una sola cosa Armando era considerato insuperabile: il sesso. Si diceva che avesse doti quasi sovrumane. A quel tempo, tra l’altro, un ragazzo con quelle caratteristiche era in grado di segnare il destino di tante ragazze, perché la verginità era un valore civile, oltre che religioso, e nel quartiere non esistevano deroghe a quella norma. Quando una ragazza incappava in quell’errore, le si diceva dietro che era "rovinata", e in qualche maniera lo era davvero. Armando, con certezza, ne aveva "rovinate" alcune. Correva voce che fossero quattro, ma c’era chi suggeriva cinque e persino sei. Meno, era improbabile. D’altra parte, non c’era modo di cavare nulla dalla principale fonte diretta, perché Armando non parlava. Aveva qualche amico, ma nessuno veramente intimo e così in confidenza da poter accertare quella cosa. Armando era un tipo chiuso. Di quelle cose lì, poi, non parlava mai, e mai se ne sarebbe vantato. Oltre alla sua leggendaria virilità e all’instancabile resistenza erotica, il fatto che sapesse tacere era una delle cose che più piaceva alle ragazze. Pur essendo un disadattato quasi integrale, in questo era più maturo degli altri, i quali non appena rimediavano un bacio andavano a raccontarlo a tutti gli amici, e questi, quando incontravano le ragazze per strada, organizzavano cori per prenderle in giro, mettendole terribilmente in imbarazzo. I cori, poi, diventavano indecenti e ancor più imbarazzanti quando, anziché un bacio, certe ragazze avevano concesso qualcosa di più. Ma con Armando si poteva stare tranquille. Faceva parte del suo fascino il fatto che non avrebbe mai esposto la loro immagine. Così, le storie di ragazze "rovinate" da Armando si venivano a sapere solo dalle ragazze stesse e dalle loro amiche che non sapevano tenere il segreto, oppure da ragazzi che succedevano ad Armando e che, al contrario di lui, non solo raccontavano subito la loro impresa, ma propagavano anche la fama del loro predecessore.
Il talento erotico di Armando (il quale, per il resto, nel quartiere era considerato un incapace pieno di problemi) riusciva a suggestionare persino le intime fantasie di donne molto ambite e desiderate da tutti. Una di queste, detta la Vedova, per antonomasia, era una bellissima signora sulla quarantina, che era stata moglie di un avventuriero (detto lo Stambecco, nel quartiere) che entrava e usciva dal carcere, ma quando ne usciva faceva sempre notevoli fortune con certi affari di cui nessuno era al corrente. Un giorno, vedendo avvicinarsi uno dei soliti fallimenti che preludevano a un nuovo arresto, anziché tornare in cella aveva deciso di spararsi un colpo in testa e la bella signora Sabbrina (per un errore, il suo nome anagrafico era identico al suo modo di pronunciarlo) era diventata la Vedova.
La Vedova aveva la fama, sicuramente un po’ leggendaria, di grande divoratrice di maschi. Il solo fatto accertato era che, essendo molto bella, era anche molto desiderata, e poiché quelli che la desideravano speravano che la sua vedovanza fosse un handicap di cui approfittare, si sfrenavano a immaginare che lei non pensasse ad altro che agli uomini. Invece, i meno inquieti tra i suoi ammiratori affermavano che il primo (e, per anni, l’unico) a conquistare la Vedova fosse stato proprio Armando. Naturalmente, in questo caso Armando non ‘rovinò’ nessuno perché la Vedova era già bella e ‘rovinata’ molto prima di incontrare lo Stambecco (anzi, si diceva che la sua ‘rovina’ fosse giunta quando aveva solo quattordici anni).
Anche sulle circostanze dell’evento correvano voci strane. Si raccontava che Armando passasse per caso davanti alla casa della Vedova, che era quasi in campagna, e che lei lo avesse richiamato facendosi vedere affacciata alla finestra a seno nudo. Il seguito della leggenda diceva che si erano amati per un giorno e mezzo, e che lei gli aveva dato anche dei soldi, alla fine. Armando non confermò nulla di tutto questo, ma che un incontro tra i due ci fosse stato era cosa certa.
Ci fu anche il caso di una ragazza molto giovane, una certa Tina, che arrivò lei a vantarsi con varie amiche e amici di essere stata con Armando, ma il fatto che nel suo racconto vi fossero dei particolari che non coincidevano con altri racconti insospettì un’altra che aveva conosciuto a fondo Armando (sembra che ci fosse stata più volte di tutte le altre), che si chiamava Esterina. Ebbene, Esterina, per ingannare Tina, le parlò dell’abitudine di Armando di dire porcherie alle sue amanti nelle fasi salienti. Tina ci cascò in pieno e cominciò a riferire tutta una serie di espressioni immonde che Armando avrebbe usato durante i loro giochi. Ma quasi tutti sapevano che Armando, invece, era assolutamente muto, durante quelle fasi, e la misera bugia della povera Tina venne fuori con ignominia, anche se presto la vergogna fu temperata dal fatto che, seppur bugiarda, la ragazza non era affatto ‘ rovinata’.

Mentre Armando riempiva le sue giornate in un bizzarro alternarsi di depressioni psichiche, successi con le donne e stranezze varie, Mario viveva fino in fondo il suo ruolo di figlio con la testa a posto, ammazzandosi per tutti ma non venendo riconosciuto da nessuno. Fin dalla partenza di Antonio per la guerra, Mario aveva ben compreso di non essere affatto designato a compensare il vuoto d'amore lasciato dal primogenito, ma di avere invece un'insperata occasione per giustificare un'esistenza la cui superfluità trovava efficace sintesi nella definizione di "bocca in più da sfamare" con cui si era sempre alluso a lui nei discorsi di famiglia. La modalità naturale per cogliere quell'occasione era provvedere ai bisogni concreti della famiglia, messi in seria crisi tanto dai guasti generali prodotti dalla guerra quanto dalla condizione del signor Tommaso, il quale arrivava a quell'incrocio fatale ormai vecchio e stanco, pagando così il fatto di aver vissuto una vita sempre in fuga e di aver messo su quella famiglia a cinquant'anni passati, arrendendosi solo all'indesiderato concepimento di Antonio.
E allora era stato Mario, durante la guerra e negli anni immediatamente successivi, a tenere in piedi tutta quanta la baracca. Destinando ogni goccia di energia al lavoro, era riuscito non solo a provvedere ai bisogni primari della famiglia, ma aveva anche finanziato tutta una serie di eccentriche attività dei suoi componenti.
Al primo posto c’erano le stramberie erboristiche di suo padre, il quale, con l'illusione di poter tornare a recitare in teatro come attorgiovane e diventare ricco, dedicava tempo e soldi a mettere a punto un medicamento che avrebbe dovuto fargli scomparire le rughe dal volto, e per il quale, indipendentemente da quel fine artistico, preconizzava destini milionari. In secondo luogo c’erano le disanimate passioni del fratello, il quale, sempre tra le mura della sua stanza, era stato poeta, pittore, scultore e infine astrofisico, prima di tentare una carriera di calciatore stroncata ben presto dalla inopinata esclusione dalla rosa dei titolari della Robur-Tibur, squadra di II categoria che si diceva venisse sovente spiata da osservatori di grandi club nazionali. Poi c’erano i capricci di Giunta, la quale, "portata naturalmente per la musica", aveva attraversato praticamente tutti gli strumenti musicali esclusi quelli a fiato (e ovviamente le lezioni dei rispettivi insegnanti) prima di concludere che la sua vera vocazione era il canto e di concedersi le lezioni di uno dei maggiori contralto del Paese, dietro pagamento di un compenso la cui accettazione aveva sorpreso persino lo stesso contralto. E infine c’erano le smanie di pensione di sua madre Jole, che invidiava al marito gli ozi creativi e le chimeriche attività, i lunghi pomeriggi in compagnia delle parole crociate e le passeggiate serali per vedere il tramonto e la stella vespertina sulla desolata landa del Pratone vicino casa: per ottenere tutto questo, la mamma aveva estorto a Mario i soldi per una donna a ore, che però (vinta dalla severità imperiale di Jole e da tutto quel carnevale di esercizi di canto, fumi di bolliture d'erbe ed enunciazioni di leggi astrofisiche intercalate da palleggi in terrazza) aveva resistito appunto solo qualche ora, aprendo la strada a un inesauribile avvicendarsi di domestiche.
Poi, una domenica, Armando aveva portato a pranzo a casa Gina, una ragazza con la quale negli ultimi tempi lo si era visto parecchio in giro. Orgogliosamente, i due giovani annunciarono alla famiglia il loro fidanzamento e, contemporaneamente, il fatto che aspettavano un bambino: se maschio, lo avrebbero chiamato Raul in onore di un noto calciatore dell'epoca, se femmina, Raula.
Questo fatto aveva portato alcuni cambiamenti nella vita della famiglia: grazie a raccomandazioni che gli erano costate soldi, favori e umiliazioni, Mario era riuscito infatti a procurare non solo un posto di lavoro a suo fratello, ma anche una dignitosa pensione a suo padre. Di conseguenza, mentre il signor Tommaso si metteva l'anima in pace e bruciava le sue alambiccherie al Pratone, sacrificandole alla stella vespertina, Armando e Gina si sposavano e andavano a vivere in un rispettabile appartamentino d'affitto a due isolati dalla Casa. A proposito, per fortuna era nato un maschio. E quando, neanche un anno dopo, era arrivata anche una femminuccia, Armando e Gina non avevano avuto il coraggio di chiamarla Raula, e attingendo alle loro preferenze musicali le avevano assegnato il più melodioso nome di Nilla.

Approfittando del momento di distrazione della famiglia per i nuovi eventi, Mario aveva infine coronato il suo lungo fidanzamento con Lucia, una ragazza buona come il pane e fragile come un anello di fumo, con due occhioni blu per i quali non aveva saputo trovare altro uso pratico se non quello di sgranarli di fronte a un mondo che la rendeva sempre attonita, tanto con le sue meraviglie quanto con i suoi orrori.
Distratti com'erano, i familiari di Mario quasi non si accorsero che anche Lucia aveva messo al mondo un bambino. Si chiamava Michelino.

 

 

 

 

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