EXPOSITIO AD BESTIAS
Le belve venivano introdotte nell'arena
dove i condannati attendevano mansueti l'assalto mortale.
Ma vi erano belve che, anziché divorare le vittime,
attaccavano le bestie più sanguinarie facendone scempio.
Poi, postesi a guardia dei più inermi, impedivano a chiunque di
avvicinarsi.
I
Subito dopo aver preso dalle mani del direttore una
pagella piena di dieci che sanciva il suo trionfo agli esami di licenza
elementare, Michelino cominciò a provare una strana sensazione. Già
nell'atrio della scuola, mentre sua madre lo conduceva per mano verso un
mondo senza più grembiuli né segnagradi sulle maniche, immagini confuse,
suoni attutiti, voci soffocate che ripetevano frasi incomprensibili
cominciarono a interferire con la sua percezione della realtà.
Dovunque guardasse, ombre furtive si sovrapponevano alle insegne dei
negozi, alle sagome delle persone dietro ai finestrini delle automobili,
alle tendine che ornavano le finestre, persino alle figure dei cani al
guinzaglio che sembravano guardarlo sorridenti e scodinzolanti, come a
volersi complimentare con lui per l'impresa scolastica riuscita. E il
vociare della folla, il rumoreggiare dei vecchi autobus dal muso lungo che
percorrevano la via principale, il grido delle rondini, i suoi stessi
passi sul marciapiede appena pavimentato, sembravano ritmare frasi brevi e
angosciate, lanciate nel buio.
"Mi sento strano", disse a sua madre. La donna affrettò il
passo, stampandogli mani e labbra sulla fronte e sottoponendolo a un fuoco
di fila di domande sullo stato dei suoi organi, dalle orecchie agli
intestini. Ma Michelino sapeva di non essere affatto malato. Gli parve che
dal buio di un abisso emergesse qualcosa. Qualcosa che non si poteva dire,
che aveva quella natura lì, la natura delle cose che i bambini
sanno ma non possono comunicare. Di fronte alla sollecitudine troppo
naturale, troppo legittima della mamma, Michelino comprese che quelle
sensazioni erano innaturali e illegittime. Non sapeva di che cosa si
trattasse, ma seppe che avrebbe dovuto simulare una febbre, per sfuggire a
una confessione che prima gli sarebbe stata richiesta con veemenza e affetto,
poi gli sarebbe stata respinta come offensiva. Quelle sensazioni segrete,
che venivano da lontano, non erano altro che l'incerto affiorare di un
ricordo. Il ricordo di un tempo durante il quale strani avvenimenti
avevano segnato le sue notti di bambino. E prima ancora di arrivare a casa
e di offrirsi alle energiche cure di sua madre, egli, tra sé e sé,
definì quelle notti "Le Notti dei Misteri". Postosi a
salvaguardia della pace nella famiglia, si fece venire la nausea e un gran
mal di testa, che in capo a qualche minuto si trasformò in febbre alta.
Michelino era venuto al mondo quando l'odore di polvere
da sparo della guerra si stava ancora dissipando. I prati del quartiere
dove era nato nascondevano l’insidia delle granate e delle bombe d’aereo,
e durante le passeggiate Michelino era abituato a sentire ogni suo passo
contrappuntato – come in una danza - da un coro di "stai qui non ti
allontanare non toccare niente non correre", spesso accompagnato dal
racconto fiabesco di bambini saltati in aria o mutilati da quelle armi; ma
lui non era affatto spaventato, anzi, in qualche modo era eccitato all’idea
di incontrare una bomba in un prato almeno per tre buoni motivi: perché
sarebbe stata un’avventura, perché la morte era una punizione riservata
solo ai cattivi (e lui era buono) e perché un braccio o una gamba
potevano anche ricrescere, spontaneamente o attraverso una magia.
Tra i suoi primi ricordi, c'erano le strane formule che la radio ripeteva
ogni giorno e che lui imprimeva nella memoria, servendosene poi per
fantasticare. Molte delle storie che sviluppava con pupazzi e soldatini,
per esempio, erano ambientate a Cambital, favolosa città dell'Oriente
dove maghi rapivano con l'incanto belle principesse e coraggiosi principi
le portavano in salvo su meravigliosi tappeti volanti. Bastava infatti che
lo speaker annunciasse: "Vi leggiamo ora la media delle valute
comunicata da Cambital" perché Michelino si ritrovasse a
girovagare tra le viuzze della misteriosa città, della quale poteva
sentire anche il brusio di voci e gli odori di spezie. Tra quelle formule,
poi, ve ne erano due che più delle altre suonavano come parole magiche,
perché, al contrario di quanto accedeva per Cambital, non gli evocavano
alcuna visione esotica, ma solo un senso di insondabile mistero: Formosa
e Pathet-Lao; egli aveva preso l'abitudine di ripeterle come in un
rituale di evocazione del mondo dei grandi, convinto di carpire
espressioni usualmente precluse ai bambini e illudendosi di mutuarne i
poteri occulti. La sensazione di aver carpito qualcosa di grosso, di cui i
grandi avevano buoni motivi per essere gelosi, gli fu confermata quando
nonna Celeste lo sorprese mentre animava due soldatini di gomma facendo
dire all'uno, con voce stridula e pappagallesca, "Formosa" e
facendo rispondere all'altro, con tono cupo e arcano, "Pathet-Lao".
"Chi ti ha insegnato quelle parole?", gli aveva chiesto
preoccupata e insospettita la nonna. E a rafforzargli il senso del
proibito, aveva aggiunto: "E bravo Michelino, che già pensa a 'ste
cose! E 'sta "formosa" chi è?".
La casa di Michelino era all'ultimo piano di un palazzo
che svettava, isolato come una torre di guardia, tra case semirurali e
villette di periferia, alle estreme propaggini meridionali della città,
in un quartiere che sfumava rapidamente in una campagna verde e odorosa di
liquirizia.
La casa aveva un'enorme terrazza rettangolare, che era per Michelino il
regno incantato dell'avventura e della conoscenza. Fu su quella terrazza
che cominciò a vivere una vita tutta sua, mentre il sole gli inondava il
viso eternamente sorridente, e fu su quella terrazza che scoprì la
profondità del cielo, le bizzarre forme delle nubi, il volo degli uccelli
e degli aerei e l'orizzonte lontano nel quale, una volta, al tramonto,
aveva creduto di scorgere i grattacieli dell'America. Suo padre gli aveva
spiegato che l'America era in un punto laggiù, a Ovest, e gli aveva detto
di guardare verso il sole proprio nell'attimo in cui scendeva oltre
l'orizzonte. Anche questa volta, come sempre, per quanto potessero
apparire fantastiche le sue affermazioni, papà aveva avuto ragione e dopo
qualche tentativo il profilo dell'America, con la sua selva di
grattacieli, si era stagliato per un attimo sul disco infuocato del sole
al tramonto.
Papà era l’eroe dei suoi sogni e sapeva tutto. Era bello, forte e
buono. Gli spiegava tutto. Sapeva fare a pugni, sapeva combattere, e
Michelino sapeva che se fosse stato necessario avrebbe potuto uccidere i
nemici, ma senza crudeltà, solo per difendere lui e la mamma. Credeva
alla magia. Credeva ai dischi volanti. Credeva ai viaggi nel tempo. Niente
era impossibile per lui. Creava la realtà e per la realtà era un onore
farsi creare da lui. Soprattutto, quello che Michelino non riusciva ad
esprimere ma che provava (e avrebbe provato per tutto il resto della sua
vita) era che il papà aveva il suo stesso sentire, perché era
rimasto bambino. Aveva tutte le cose più belle che un grande può avere,
ma era magico perché era anche un bambino. Michelino sapeva che senza
papà sarebbe morto subito, perché papà era pura energia, per lui. La
mamma era meravigliosa perché aveva sposato papà. La sua principale
qualità era la bontà, e la seconda il calore di chi è buono, ma la
prova della sua grandezza stava nel fatto che avesse scelto quell’uomo
unico nell’universo come padre di suo figlio.
Papà diceva che le stelle avevano cinque punte, ed ecco che Michelino si
metteva a contare le punte delle stelle e ne scorgeva esattamente cinque.
Papà gli spiegava che, oltre ai bimotori e ai quadrimotori, gli ingegneri
americani stavano sperimentando un nuovo, gigantesco aereo con sei motori,
e Michelino, a forza di starsene a guardare in su tutto il giorno,
finalmente vedeva passare, annunciato da un rombo di tuono cupo e
profondo, il leggendario "esamotore", che incrociava lentissimo
e maestoso nei cieli oscurando per un istante tutto il quartiere. La
stessa sera, dopo aver raccontato a papà l'eccitante esperienza vissuta,
veniva a sapere da lui la storia di un aereo ancora più grande e
misterioso, e durante la notte veniva svegliato da un rombo molto più
cupo e pauroso di quello udito la mattina, un rombo che sembrava provenire
dalle viscere stesse di Dio, e aveva la certezza che lì fuori, a girare
inquieto attorno al palazzo in cerca del suo unico spettatore possibile,
ci fosse addirittura l'Olandese Volante degli aerei, quell'"ottamotore"
che, troppo pesante per volare, era caduto ad ogni prova ed era diventato
un aereo fantasma.
Poi, con l'andare del tempo, ormai ripieno dell’energia di quell’essere
superiore che era per lui il padre, Michelino aveva cominciato a evocare
da solo strani e meravigliosi eventi. Fu così che una mattina di luglio,
alzando lo sguardo al cielo, Michelino vide alcune nubi accostarsi
lentamente le une alle altre e fondersi fino a formare una strana sagoma
di testa umana sormontata da un buffo copricapo a forma di barchetta.
L'uomo di nuvole con il cappello sembrò gradire quella fortunata
congiunzione di vapori che gli aveva dato un'effimera vita, e cominciò a
ridere. Il gruppo di nubi si scuoteva tutto senza tuttavia perdere la sua
compattezza, mentre la bocca dell'uomo si apriva in una gaia risata senza
sonoro. A un tratto, l'uomo di nuvole dovette comprendere che quella sua
forma fugace stava per dissolversi. Mostrando sempre il profilo sinistro,
smise di ridere, chiuse la bocca, poi strizzò l'occhio a Michelino e
cominciò a sfaldarsi come un viluppo di zucchero filato. Scomparve in
pochi secondi, ma il suo cappello restò a fluttuare nel cielo ancora per
molto. Quando la mamma venne a chiamare Michelino per il pranzo, il
cappello di nubi era ancora lì, e quando, dopo il sonnellino pomeridiano,
Michelino poté finalmente tornare in terrazza, lo trovò solo un po' più
frusto e contorto, ma sempre immobile sulla verticale della terrazza,
ostinatamente saldo e isolato in un cielo terso e completamente sgombro da
altre nubi. Grazie alle spiegazioni di papà, Michelino scoprì poi che
quel cappello era una feluca settecentesca, e che l'uomo di nuvole era un
valoroso capitano di vascello vissuto due secoli prima, la cui vita
fluttuante nel mare aeriforme del tempo era stata catturata per un istante
dal miracolo delle nubi e dei venti e rigenerata in un'effimera forma
vaporosa; e venne a sapere che c'era chi affermava di aver visto il suo
cappello vagare ancora sui mari in attesa di un marinaio che fosse degno
di indossarlo.
Poi cominciarono a capitargli anche cose meno liete, soprattutto in
corrispondenza con periodi in cui il papà era un po’ triste e
pensieroso. Fu così che un mezzogiorno di settembre, ancora eccitato per
aver passato tutta la mattinata ad osservare figure di dinosauri in un
libro illustrato, appena uscito in terrazza Michelino si imbatté in una
enorme lucertola che aveva sfidato una parete di cinque piani e che,
giunta finalmente alla vetta, lo attendeva al centro della terrazza con
aria di sfida, immobile e a bocca aperta, come un mostro preistorico
pronto ad attaccare la preda. Michelino chiamò la mamma, che però gli
gridò dal bagno che non poteva venire. Gli disse di entrare e di chiudere
la portafinestra della terrazza. Ma il bambino era come bloccato. La
lucertola si avvicinava lentamente e sembrava crescere a vista d’occhio.
Ora pareva un’iguana: caraccollava in avanti con un ghigno diabolico e
la lingua guizzava dentro e fuori. Michelino, istintivamente, si fece il
segno della croce: l’iguana tornò lucertola. Si girò e rapidamente
tornò verso la parete di fondo della terrazza; si arrampicò fin sul
parapetto, si voltò a metà verso Michelino e poi, con un’incongrua
voce maschile che sembrava provenire da un’altra parte, disse:
"Chi fa male ai bambini fa male a Dio. Ho sbagliato a venire senza un
mandato regolare. Sei un bambolotto nutrito a carezzuccie. Non lo sapevo.
Ma tornerò presto: devo solo procurarmi una firma sul mandato. Poi ti
raderò al suolo. Niente di personale, sai: ma Dio mi è antipatico".
Fece per buttarsi di sotto, ma Michelino le gridò dietro:
"Cattiva!".
"Grazie!", disse la lucertola. Poi si gettò nel vuoto e a
Michelino parve di sentire un grosso tonfo, qualche secondo dopo.
La lucertola non si fece più viva, ma gli eventi bizzarri continuarono,
anche se molto diradati e talvolta con aspetti più inquietanti. Un po’
preoccupato perché la vita non era più esattamente azzurra come prima,
Michelino cominciò a meditare sulla possibilità di usare la mente per
influire sul colore della vita, prendendo qualche iniziativa. Per esempio,
alla sua collezione di meraviglie mancava ancora un disco volante. Non
sapendo se desiderarlo oppure no (a quel tempo gli alieni, al cinema,
erano sempre cattivi, tranne che in Ultimatum alla Terra), decise
di raccontare alla nonna di averlo visto anche se non era vero. Di ritorno
dal mercato, con un cartoccio di olive dolci in mano, Michelino cominciò
a fare il misterioso con la nonna, dicendole che non sapeva se raccontarle
o no una cosa che aveva visto… La nonna, preoccupata, si informò e lui
le descrisse un enorme disco volante tutto grigio che si era fermato al di
sopra della terrazza. Aggiunse anche il particolare di un misterioso
fascio di luce (forse un raggio della morte) che era stato puntato contro
di lui ma che lo aveva mancato di un soffio. La nonna lo guardò e non
rispose.
Umiliato per aver detto una bugia, la mattina dopo, in terrazza, pregò
Dio di far apparire il disco volante, per saldare la sua realtà con la
realtà vera. Guardò in cielo per ore, inutilmente. Volle passare in
terrazza anche il pomeriggio. Stanco di guardare in alto, quasi
rassegnato, abbassò lo sguardo verso l’orizzonte e allora lo vide.
Capì che era stato lì tutto il tempo, basso sull’orizzonte, molto
spostato sulla destra della terrazza. Sembrava una trottola un po’
schiacciata. Era grigio, e una specie di doppio corrimano dorato lo
circondava nel punto più largo della circonferenza. Dentro le sbarre
dorate c’erano luci di vari colori, ma non erano intermittenti, né
brillavano particolarmente. "Luci di città", pensò. Non c’erano
raggi della morte. Michelino capì che quell’oggetto era lì per lui.
Probabilmente per dargli qualcosa. Non ebbe paura, ma non sapeva cosa
fare. A un certo punto arrivò la mamma. Lui rimase imbarazzato e indicò
l’oggetto senza dire niente. La mamma guardò nella direzione indicata,
ma il suo sguardo fuggì da quella cosa come se fosse scattato un divieto.
Sembrò scordarsi completamente di averlo visto, se pure lo aveva visto, e
dopo aver raccolto dei panni rientrò in silenzio. Il disco restò lì
ancora un po’, poi, verso il tramonto, le luci si fecero più vive e
prese ad allontanarsi, fino a diventare un puntino lontano sull’orizzonte.
Michelino raccontava tutto ai genitori e alla nonna, ma tendeva a non
raccontare gli incontri brutti. Gli sembrava che le cose brutte rendessero
più brutto lui agli occhi del mondo, anche di chi gli voleva bene. Così,
della lucertola non parlò mai. Del disco volante (che probabilmente era
una cosa buona) aveva già parlato alla nonna, e così non dovette fare
altro. Anni dopo, lungo la strada di casa, in preda alle strane visioni
che avevano soffocato la soddisfazione della fresca promozione, Michelino
si sarebbe ricordato dell'ultimo prodigio al quale gli era capitato di
assistere in terrazza. Un prodigio sicuramente brutto. Il più brutto di
tutti.
Era una notte di primavera, stellata e tiepida. Mentre mamma e papà erano
in salotto con certi ospiti, Michelino era sgattaiolato fuori e si era
messo a guardare il cielo notturno. Le stelle brillavano in modo insolito:
ce n’erano di rossastre, di verdastre, di azzurrognole, di giallognole.
Improvvisamente, tutte quelle stelle colorate che fino a poco prima se ne
erano state lì a osservarlo immobili, cominciarono a lasciare le loro
posizioni e a sfilare silenziosamente tra le stelle bianche,
distinguendosi definitivamente da esse. La velocità delle stelle colorate
aumentò, ed esse presero a convergere tutte verso uno stesso punto del
cielo, vorticando e intricandosi le une con le altre fino a comporre una
nuova, misteriosa costellazione la cui bizzarra forma ricordava a
Michelino quella di una grande pipa. L'immensa costellazione multicolore
vibrava e oscillava leggermente nel cielo, lanciando il suo messaggio
enigmatico al bambino attonito. A un tratto, mentre si sollevava un
turbine di vento, un suono cupo e roboante scosse l'aria. Michelino, per
la prima volta, ebbe paura di uno dei suoi fenomeni, e corse in casa a
rifugiarsi tra le braccia della mamma. Solo tanti anni dopo, quando ormai
era Michele e viaggiava per il mondo, Michelino avrebbe scoperto che
quella terrificante costellazione mobile aveva disegnato i contorni di una
tromba rituale. Durante un viaggio in Tibet, si era imbattuto in quello
strano arnese, e un buffo personaggio che diceva di essere un mago gli
aveva parlato di certi speciali riti in cui esso aveva una funzione. Riti
durante i quali si manifestavano i principali esseri demoniaci.
Mentre tornava a casa frastornato dalle visioni, Michelino si rese conto
che proprio la fantastica tromba di stelle aveva annunciato la prima
"Notte dei Misteri". Nell'attimo in cui, varcata la soglia di
casa, la mamma si mise in cerca del termometro per misurargli la
temperatura, Michelino ebbe per un attimo la certezza che, una volta a
letto, avrebbe ricordato tutto di quella notte, e di quelle che seguirono.
Giurò di non rivelare nulla, per non seminare guerra in famiglia, ma
desiderò di ricordare tutto. Però, subito dopo, il fiume dei ricordi
belli, di quei ricordi che gli davano la sensazione di essere stato un
bambino buono, normale, un po' magico, lo travolse, e ricordò la gioia
struggente di abbracciare sua madre mentre alla televisione cantavano la
sigla finale del Musichiere: "...E ognuno quando si
risveglierà / Felice sarà / E spenderà / 'Sti quattro soldi de
felicità". E Michelino sognava di trascorrere ogni domenica
della sua vita a passeggiare con mamma e papà per le vie di una sua
città immaginaria, dove a Piazza Venezia c’erano le gondole e a Via del
Babuino c’era la giungla, e di spendere quei quattro soldi di felicità,
per tutta la sua vita, con loro, perché la sua felicità erano loro.
Si addormentò, finalmente. Aveva la febbre alta ed era
scosso dai brividi; in quella strana condizione poté cogliere con
precisione l'attimo stesso in cui si addormentava.
Ed ecco che Michelino sogna, o forse rivive, la prima Notte dei Misteri.
Sua madre, anche quella volta, lo ha messo a letto, ma il suo sonno è
durato poco. Un fruscio, un sospiro, un lieve spostamento d'aria lo
sveglia. E lì, seduta accanto al suo lettino, nella luce incerta che
filtra dalla finestra semiaperta, vede una giovane donna. Ha i capelli
lunghi, neri ed è vestita tutta di verde. È bellissima. Somiglia
straordinariamente a una delle bambole che si trovano sul comò della
camera di papà e mamma. Michelino pensa che sia un fantasma. Vorrebbe
urlare per chiamare i genitori, ma non riesce a emettere alcun suono. Per
la paura, si è talmente spostato sul bordo opposto del letto che finisce
per cadere in terra. Il fantasma lo guarda immobile. Michelino ne
approfitta per strisciare sul ventre fino alla porta e poi si mette a
correre verso la stanza dei suoi genitori. Vi entra a precipizio, ma
anziché la camera da letto trova il salotto. Nella confusione della
paura, si è dimenticato che negli ultimi giorni la disposizione delle
stanze è stata cambiata. A quel punto la voce gli prorompe finalmente
dalla gola ed egli comincia ad urlare, correndo verso la parte opposta
della casa, dove finalmente trova la camera da letto. Entrando, si scontra
con qualcosa di grosso e metallico: è la stufa elettrica, ancora calda;
rotola abbrancato alla stufa, si fa male. Alle sue grida, che ormai sono
divenute uno strepito isterico, finalmente risponde qualcuno. La mamma si
alza sconvolta e si precipita verso di lui. Anche il papà accorre.
Michelino viene fatto sistemare nel lettone, tra i corpi caldi, immensi e
rassicuranti dei genitori, e confortato fin quando i singulti del terrore
non si attenuano, per poi spegnersi, vinti da un sonno prima agitato, poi
più calmo, infine profondo e immoto.
La notte dopo Michelino viene svegliato nuovamente da un sussurro. Già
immagina di trovarsi accanto il fantasma, ma là dove ieri c'era la
giovane donna stavolta c'è qualcosa di ancor più terrificante: è la
bambola vera e propria, che se ne sta seduta nella sua immobilità mortale
e lo guarda. Ancora una volta l'urlo si spegne in gola prima di uscire ed
esplode solo quando Michelino è già in corridoio, diretto verso il letto
di mamma e papà. Ma la mamma ha la faccia stanca quando si alza per
andargli incontro, e nella pancia enorme che gonfia la camicia da notte si
vede il fratellino agitarsi, disturbato ancora una volta nel suo riposo.
Anche papà è stanco, e sembra anche un po' arrabbiato. Michelino indica
la sua stanza senza riuscire ad articolare frasi coerenti. Papà si avvia,
brontolando un po', nella direzione indicata e torna tenendo in mano la
bambola. La butta sul letto con un gesto sconsolato, poi, con un tono che
Michelino non gli ha mai sentito, gli chiede:
"Di questa hai paura? Per questo ci hai svegliati?".
Michelino ricomincia a strepitare, terrorizzato dal contatto con la
bambola. I nervi del padre stanno per saltare. Allora la mamma prende la
bambola, si alza e la rimette al suo posto sul comò.
Un'altra notte. Michelino è terrorizzato e non riesce a prendere sonno.
Un sudore freddo lo paralizza in una posizione irrigidita, scomoda,
dolorosa. Il ricordo amaro del giorno trascorso a scrutare le facce
inespressive dei suoi genitori, a sondare i loro sguardi, a ingoiare
l'inconcepibile frustrazione del silenzio gli fa sentire il peso di una
cupa solitudine. Il sonno lo vince, ma è un sonno gelido, senza riposo.
Si sveglia, e la bambola è lì. Gli sembra che sul viso abbia un ghigno
di trionfo. Riesce a dominarsi, questa volta. Con movimenti lentissimi
scende dal letto e accende la luce centrale. Nella stanza inondata di luce
la bambola gli appare innocua. Si avvicina con prudenza alla sedia dove
lei se ne sta immobile, con le braccine e le gambine aperte, guardando
ancora verso il letto. La prende delicatamente per la vita. Stranamente
non ha più paura. Si inoltra nel corridoio. La luce della sua stanza
dovrebbe bastargli per realizzare il suo piano. Il corridoio è lungo, ma
il suo passo è sicuro. Incastonato nella parete, l'altarino dello zio
Antonio mai tornato dalla guerra, con la foto colorata a mano da suo
padre, è un'ulteriore, debole guida per il suo cammino. Ora è in camera
da letto. Papà e mamma dormono profondamente. Evitando la stufa, si
avvicina al comò. A un lato dello specchio c'è la bambola bionda. Il
posto di quella bruna, naturalmente, è vuoto. Ora deve rimetterla a
posto. Visto che nessuno crede che essa si muova da sola, almeno non
potranno accusare lui di averla presa. Non ci arriva. Fa un saltino.
Niente. Decide di lanciarla. Tutto sembra crollare e il disastroso
frastuono che ne consegue è irreparabile.
"Ah, allora è così!", lo inchioda con tono tagliente suo padre
dopo aver acceso la luce dell'abat-jour. "Sei tu che la
prendi, te la porti in camera e poi dici che hai paura!"
Michelino non sa se il dolore che sente è quello di uno schiaffo oppure
è solo la pena della vergogna. Sospinto in camera sua, si sente ormai un
esiliato, senza più decoro né dignità.
E l'incubo torna, la notte successiva. L'impossibilità di esistere
assegnatale dal mondo dei grandi sembra nutrire la bambola, ingigantendola
e riportandola alle dimensioni umane, come la prima notte. Nello sguardo
della giovane donna c'è ora il possesso assoluto. Michelino, che ancora
porta in sé la forza e l'autorità di chi è stato amato, le grida in
faccia: "Io sono di mio padre e di mia madre!" e fugge per
l'ultima volta a cercare riparo in camera dei suoi. Ma, mentre sta per
saltare sul letto, stavolta si imbatte nel più insormontabile degli
ostacoli. È suo padre che, seduto sul letto, prima impreca sottovoce, poi
comincia a gridare:
"Che vuoi ancora, CHE VUOI? Vattene subito in camera tua...".
Michelino è bloccato, e urla in preda al panico. Il padre si alza
buttando via con rabbia il lenzuolo e afferra Michelino per un braccio,
cominciando a trascinarlo, prima come una furia scalciante, poi come un
peso morto, verso la sua stanza, dove lo scaraventa sul letto. Il fantasma
non c'è. La luce si spegne, la porta si chiude con uno schianto. Il tempo
che trascorre dentro quel buio è come una lunga eternità nell'inferno,
per Michelino. E quando il giorno viene, non sa più che cosa farà del
proprio tempo e della propria vita.
Di giorno, ogni volta che parla, lo interrompono, adesso. Non riesce a
completare mai nessuna frase. Si sente interdetto, marchiato. Ha tradito
la fiducia della famiglia. Quando qualcosa riesce a dire, viene ignorato.
Alla fine di ogni pasto, quando l’allegria del mangiare e del bere rende
tutti un po’ più aperti, indugia a tavola, sperando che qualcuno si
rivolga a lui, che gli offrano un assaggio di quella che prima era la
vita. Prima, quando lui era la stella della famiglia. "Vai a
giocare". Quella frase arriva come una fucilata. È solo. Maledice il
momento in cui ha detto la verità. Capisce che dire la verità è una
disgrazia, un suicidio, un peccato mortale che, se solo gli lasciassero il
modo di riparare, non commetterebbe mai più.
Il travaglio dei giorni trova ormai quasi un conforto
nel mistero delle notti che lo attendono. Ed Michelino non ha altra scelta
se non quella di abbandonarsi alla presenza implacabile del fantasma, che
adesso ha anche una compagna, l'altra bambola, quella bionda. Ora le
bambole lo circondano, lo usurpano alla madre, lo invadono, lo possiedono.
Come un torrente che va lentamente ad insabbiarsi, l'energia del bambino
si smarrisce in loro, e si spegne.
II
Giunta voleva un marito. Lo voleva ad ogni costo.
Essere zitella a ventinove anni, a quel tempo, era intollerabile per una
ragazza alta, sana, robusta, non brutta e con una voce da contralto che
era l'orgoglio del coro del quartiere. Stare a casa non le dispiaceva,
certo; anzi, si può dire che tutte le sue occasioni le avesse buttate via
proprio perché la sua condizione in famiglia era talmente confortevole da
sconsigliare qualunque uscita definitiva. Ultima di quattro figli e unica
femmina, arrivata come un dono del cielo tanto da meritarsi un nome
icastico come il suo, Giunta era assolutamente la principessa della casa e
ai suoi capricci si erano sempre piegati non solo la madre e il padre, ma
anche i tre fratelli, i quali fin da piccoli avevano gareggiato nel
compiacerla. E dopo la scomparsa in guerra di Antonio, il più grande, i
due maschi superstiti, nonostante fossero ormai sposati e con figli, erano
ancora i suoi cavalieri devoti e infliggevano la sua capricciosa presenza
a mogli esasperate e bambini esterrefatti nel vedere quanto un
"grande" possa essere bizzarro e viziato.
In dieci anni Giunta aveva letteralmente frantumato altrettanti
fidanzamenti. L'ultimo, quello con Ennio (un finanziere bello, alto e
moro), si era concluso a piatti in faccia durante una cena natalizia a
casa di Mario, il più giovane dei fratelli di Giunta. In quella
circostanza erano presenti tutti i parenti della ragazza e, per loro
fortuna, assenti quelli del fidanzato, i quali non solo vivevano lontano,
in Sicilia, ma esitavano a fare la conoscenza di una signorina che era
stata fidanzata così tante volte. La furia di Ennio era stata scatenata
da un greve commento della fidanzata riguardo ai propri futuri suoceri
(definiti "zotici") e rinforzata dal decisivo " lerci"
mormorato malignamente tra i denti dalla mamma di Giunta, la signora Jole.
La reazione del giovane si era infranta contro il muro eretto in difesa
della ragazza dai cavallereschi fratelli e dalla stessa madre, ma mentre
veniva spinto fuori nella fredda notte natalizia, Ennio aveva lanciato a
Giunta una maledizione ("Che tu possa restare zitella per
sempre") che aveva molto impressionato i presenti. E Mario,
inaspettatamente esasperato da quell’ignobile tafferuglio avvenuto in
casa sua, aveva infranto il tabù familiare che voleva Giunta intoccabile
e le aveva riservato lo stesso trattamento toccato a Ennio, cacciandola
fuori sotto gli occhi inorriditi della signora Jole e del patriarca
Tommaso suo marito. Allora Jole, mentre seguiva sua figlia, sulla stessa
soglia che già aveva ispirato Ennio, aveva a sua volta scagliato un
anatema contro Mario e la sua famiglia per il sacrilegio commesso.
Poi, in un frusciare di cappotti e in un imbarazzato borbottio di congedi,
di lì a pochi istanti anche Armando, l’altro fratello, con moglie e
figli, era sgusciato nella notte dietro alla Famiglia ferita.
Quella sera di vigilia di Natale era una sera del
destino. Babbo Natale stesso avrebbe esitato a posare la sua slitta sulla
terrazza di quella casa, anche se lì c’era un bambino buono. Più che
la notte di Natale, sembrava una notte da angelo sterminatore. Le potenze
delle tenebre incrociavano su e giù sul cielo di quella casa. Qualcosa di
inevitabile stava per succedere. Qualcuno suonò il campanello in modo
ostile, minaccioso. Lucia, la moglie di Mario, andò ad aprire e si trovò
davanti una faccia laida che stentò a riconoscere. Era la signora Jole,
ma i suoi tratti erano mostruosamente deformati. Quando la riconobbe,
Lucia stava quasi per sorriderle. Pensò per un attimo, e in un modo del
tutto incongruo, che la suocera fosse tornata per fare pace. Poi capì che
stava per succedere qualcosa di estremo. Jole, si vedeva subito, era sotto
una tentazione invincibile. Il potere di sostituirsi a Dio plasmava i
tratti del suo viso disegnando una maschera irriconoscibile. La cosa stava
davvero per succedere. Jole stava per dannarsi eternamente l’anima,
trascinando con sé nell’inferno quella piccola famiglia che fino a quel
giorno era stata felice. Per un attimo, Lucia sentì che sarebbe stato
quasi più importante salvare l’anima di Jole che evitare il dolore
irreparabile che stava per precipitarle addosso.
"Non vomitare", riuscì a dire piano Lucia.
"Tanto lo so, e lo sanno tutti…", sibilò l’altra.
"Non vomitarlo".
"Mario ha fatto la cura, adesso, vero?… Adesso i palloncini li
gonfia, vero? E poi, chi lo sa… Ma prima la cura non l’aveva mica
fatta… Sei anni fa non c’era nemmeno. La Cura… E allora il ragazzino
te lo ha fatto Armando. Sempre in famiglia, vero?"
"No. Abbi pietà."
"E che ho detto di male? È la verità. È un fatto."
"Ti vuoi vendicare perché Mario si è arrabbiato, poco fa. Ma anche
Giunta: mettersi a litigare in quel modo a casa nostra…"
"Io? Vendicare? E di chi, di quel mezzo figlio, di quel mezzo
maschio? Lo vedi? L’ho detto a te. Se avesse aperto lui gli avrei detto
solo che è un mezzo uomo, buono solo a cacciare via di casa la sorella e
i genitori. Prepotente solo coi vecchi e gli indifesi. Anzi, se si degna
di arrivare, diglielo tu stessa che lo sanno tutti. E poi, fammi il
favore, non pronunciare mai più il nome di Giunta. Non ne sei degna. Lei
è la Santa Vergine in confronto a te. Non me la bestemmiare."
"Abbi pietà. Lasciaci vivere."
"Vivete, vivete. Tanto, visto che il ragazzino è di Armando io resto
sua nonna. Tu, invece, resti la troia di famiglia."
Mario, che si era buttato sul letto in preda a un improvviso e devastante
mal di testa, arrivò in tempo per sentire la fine di quell’ultima frase
di sua madre, che subito guizzò via come una serpe. Lucia si voltò, con
in faccia la smorfia del pianto. Mario le sorrise debolmente, poi fece
finta di non farcela più dal mal di testa e tornò a letto. Non disse
niente.
Giunta, che ora aveva perso anche Ennio, si rendeva
conto molto meglio di sua madre che a sgominare l'intera schiera dei suoi
pretendenti era stato il suo carattere guastato dalla vita facile e
dall'insolenza. Ma ormai era troppo tardi per i pentimenti, bisognava
rimediare: trovare un marito era urgente per il papà, che da qualche
tempo non si deliziava più di lei ed era sempre più buio e incollerito;
per la mamma, nel cui sguardo di alleata in ogni intrigo cominciava a
spuntare l'ombra di una inquieta apprensione; e per se stessa, che sentiva
crescere una rabbia acre, inquinante, capace di renderla ancor più
intrattabile, una rabbia che ella ormai attribuiva, senza ombra di dubbio,
alla "mancanza" - come diceva sua madre - "del
maschio". Inutile fare i conti con il passato. Bisognava guardare
avanti e provvedere.
Ora avvenne che proprio in quel periodo così delicato per la vita di
Giunta, anche Armando, il secondogenito, toccasse il fondo della propria
sfortuna. La ditta per la quale egli lavorava come impiegato, infatti,
dopo una serie di richiami per ritardi nella timbratura del cartellino,
assenze durante l'orario di lavoro, smarrimenti di materiali di
cancelleria e varie altre mancanze, lo aveva sospeso dal lavoro. Il
protrarsi della sospensione (che sembrava preludere a un licenziamento) e
la conseguente drastica riduzione dello stipendio, avevano condotto
Armando nell'abisso della rovina economica.
Già in passato, per la verità, Armando aveva accumulato parecchi debiti
qua e là, e non perché il suo impiego non gli fornisse sufficienti mezzi
di sostentamento, ma perché né in lui né in sua moglie Gina sussisteva
la più pallida traccia di attitudine economica. Fin dall'inizio del loro
matrimonio, Gina e Armando erano stati capaci, con precisione scientifica,
di estinguere ogni lira di uno stipendio molto prima del pagamento del
successivo. Così, verso il venti del mese - e poi, con il passare degli
anni e il nascere dei figli, verso il diciotto, il quindici e, negli
ultimi tempi, persino il dodici o il dieci - li si vedeva comparire con
quella loro aria da cani randagi sulla soglia della casa di Mario. Il
rituale, ormai, era perfettamente collaudato: tacevano, in attesa che
Mario o sua moglie Lucia ponessero quella che era insieme la più
convenzionale e la più incauta delle domande: "Come va?". Una
domanda che Armando e Gina, con la loro consumata esperienza, avevano
cessato da tempo di porre a chiunque e che - per quel senso di vuoto
ipnotico che si prova di fronte a chi è talmente impudente da rinunciare
in partenza ad ogni espressione di cortesia - riuscivano a estorcere
assolutamente a tutti, persino ai loro peggiori nemici. La risposta a
quella fatale domanda consisteva di norma in un rapido scambio di sguardi
tra marito e moglie, seguìto da un subitaneo sfogo di pianto di Gina.
Durante il pianto della moglie, Armando, impegnato ad atteggiare il viso a
una smorfia di dolore, stentava tuttavia a reprimere il mezzo sorriso che
distorceva i suoi muscoli facciali per la gioia dell'impresa già riuscita
a metà. Il seguito della visita era una pura formalità: da qualche parte
spuntava un portafogli da cui venivano estratte alcune banconote che
Armando e Gina respingevano con gesti disperati, fino a quando Mario o
Lucia non riuscivano a premerle con forza nella palma di una mano che si
divincolava, richiudendovi attorno le dita, tese in una estrema difesa
della dignità calpestata. A quel punto, un improvviso appuntamento preso
con qualche creditore (impegno che rendeva inconcepibile la strenua
resistenza fisica opposta alla consegna del denaro qualche istante prima)
strappava i due all'amorevole attenzione dei parenti, proiettandoli
nuovamente nella loro enigmatica dimensione da naufragio.
Poiché la Regola dettata dalla signora Jole voleva Armando non già
incauto e disadattato, ma "estremamente sfortunato", né Mario
né Lucia osavano mai indagare seriamente sulla vita economica di Armando
e Gina. Così ogni parere o consiglio su come amministrare la vita
quotidiana, se espresso in presenza della Madre, veniva trattato alla
stregua di un tentato strangolamento di un bambino, e se espresso in
presenza dei soli interessati, andava ad infrangersi contro tutta una
serie di invalicabili fortificazioni vittimistiche (nelle quali Gina era
ancor più esperta di Armando) che avevano il potere di condurre l’interlocutore
lontanissimo dal cuore del problema. Aprire l’argomento proibito
significava ritrovarsi di colpo, e come per incanto, a vagare nei corridoi
di una interminabile galleria di quadri patetici che rappresentavano scene
di povertà e umiliazione, volti di bambini affamati e pezzenti, con le
manine tese verso l'opulenza e gli sfarzi di una società della quale
proprio Mario e Lucia erano i campioni: la Società dei Fortunati. E il
meschino spartiacque del benessere economico, gettato tra i due fratelli,
liberava nell'aria un orrendo mostro, la cui ala nera, immensa, andava
marcando instancabilmente i contorni di un'ombra di morte, della morte per
suicidio, da tutti temuta, di Armando.
Quest'ultimo, per la verità, prima della sospensione dal lavoro
guadagnava poco meno di Mario, il quale, tra l'altro, era impiegato in una
azienda molto piccola, che alternava momenti felici a improvvisi rovesci,
con conseguenti gravi rischi di sopravvivenza. Armando, al contrario,
lavorava in una grande azienda generosamente sovvenzionata dallo Stato, e
una gestione accorta dell’impiego gli avrebbe consentito di navigare per
acque tranquille verso una pensione tanto lontana quanto sicura,
galleggiando su quattordicesime, straordinari, prestiti agevolati e
consistenti possibilità (se non formalmente consentite, di fatto
tollerate) di arrotondare lo stipendio con qualche altra attività, visti
gli orari di lavoro poco più che simbolici.
Il guaio era che Armando, dopo la scomparsa di Antonio, aveva di fatto
sostituito quest'ultimo nel cuore dei familiari. E quell'impressione di
fragilità, di inconsistenza, di incorporeità, di Nulla che ormai la
famiglia associava all'idea di un primogenito naturale, si era trasferita
in quello che adesso era il primogenito di fatto. E i fantasmi dello
stesso insondabile ignoto che aveva risucchiato Antonio avevano trovato
rifugio in Armando, il quale un giorno, svegliandosi alla nuova
condizione, si era scoperto fragile, inconsistente, incorporeo,
nullificato come il fratello perduto.
Per una sola cosa Armando era considerato insuperabile: il sesso. Si
diceva che avesse doti quasi sovrumane. A quel tempo, tra l’altro, un
ragazzo con quelle caratteristiche era in grado di segnare il destino di
tante ragazze, perché la verginità era un valore civile, oltre che
religioso, e nel quartiere non esistevano deroghe a quella norma. Quando
una ragazza incappava in quell’errore, le si diceva dietro che era
"rovinata", e in qualche maniera lo era davvero. Armando, con
certezza, ne aveva "rovinate" alcune. Correva voce che fossero
quattro, ma c’era chi suggeriva cinque e persino sei. Meno, era
improbabile. D’altra parte, non c’era modo di cavare nulla dalla
principale fonte diretta, perché Armando non parlava. Aveva qualche
amico, ma nessuno veramente intimo e così in confidenza da poter
accertare quella cosa. Armando era un tipo chiuso. Di quelle cose lì,
poi, non parlava mai, e mai se ne sarebbe vantato. Oltre alla sua
leggendaria virilità e all’instancabile resistenza erotica, il fatto
che sapesse tacere era una delle cose che più piaceva alle ragazze. Pur
essendo un disadattato quasi integrale, in questo era più maturo degli
altri, i quali non appena rimediavano un bacio andavano a raccontarlo a
tutti gli amici, e questi, quando incontravano le ragazze per strada,
organizzavano cori per prenderle in giro, mettendole terribilmente in
imbarazzo. I cori, poi, diventavano indecenti e ancor più imbarazzanti
quando, anziché un bacio, certe ragazze avevano concesso qualcosa di
più. Ma con Armando si poteva stare tranquille. Faceva parte del suo
fascino il fatto che non avrebbe mai esposto la loro immagine. Così, le
storie di ragazze "rovinate" da Armando si venivano a sapere
solo dalle ragazze stesse e dalle loro amiche che non sapevano tenere il
segreto, oppure da ragazzi che succedevano ad Armando e che, al contrario
di lui, non solo raccontavano subito la loro impresa, ma propagavano anche
la fama del loro predecessore.
Il talento erotico di Armando (il quale, per il resto, nel quartiere era
considerato un incapace pieno di problemi) riusciva a suggestionare
persino le intime fantasie di donne molto ambite e desiderate da tutti.
Una di queste, detta la Vedova, per antonomasia, era una bellissima
signora sulla quarantina, che era stata moglie di un avventuriero (detto
lo Stambecco, nel quartiere) che entrava e usciva dal carcere, ma quando
ne usciva faceva sempre notevoli fortune con certi affari di cui nessuno
era al corrente. Un giorno, vedendo avvicinarsi uno dei soliti fallimenti
che preludevano a un nuovo arresto, anziché tornare in cella aveva deciso
di spararsi un colpo in testa e la bella signora Sabbrina (per un errore,
il suo nome anagrafico era identico al suo modo di pronunciarlo) era
diventata la Vedova.
La Vedova aveva la fama, sicuramente un po’ leggendaria, di grande
divoratrice di maschi. Il solo fatto accertato era che, essendo molto
bella, era anche molto desiderata, e poiché quelli che la desideravano
speravano che la sua vedovanza fosse un handicap di cui approfittare, si
sfrenavano a immaginare che lei non pensasse ad altro che agli uomini.
Invece, i meno inquieti tra i suoi ammiratori affermavano che il primo (e,
per anni, l’unico) a conquistare la Vedova fosse stato proprio Armando.
Naturalmente, in questo caso Armando non ‘rovinò’ nessuno perché la
Vedova era già bella e ‘rovinata’ molto prima di incontrare lo
Stambecco (anzi, si diceva che la sua ‘rovina’ fosse giunta quando
aveva solo quattordici anni).
Anche sulle circostanze dell’evento correvano voci strane. Si raccontava
che Armando passasse per caso davanti alla casa della Vedova, che era
quasi in campagna, e che lei lo avesse richiamato facendosi vedere
affacciata alla finestra a seno nudo. Il seguito della leggenda diceva che
si erano amati per un giorno e mezzo, e che lei gli aveva dato anche dei
soldi, alla fine. Armando non confermò nulla di tutto questo, ma che un
incontro tra i due ci fosse stato era cosa certa.
Ci fu anche il caso di una ragazza molto giovane, una certa Tina, che
arrivò lei a vantarsi con varie amiche e amici di essere stata con
Armando, ma il fatto che nel suo racconto vi fossero dei particolari che
non coincidevano con altri racconti insospettì un’altra che aveva
conosciuto a fondo Armando (sembra che ci fosse stata più volte di tutte
le altre), che si chiamava Esterina. Ebbene, Esterina, per ingannare Tina,
le parlò dell’abitudine di Armando di dire porcherie alle sue amanti
nelle fasi salienti. Tina ci cascò in pieno e cominciò a riferire tutta
una serie di espressioni immonde che Armando avrebbe usato durante i loro
giochi. Ma quasi tutti sapevano che Armando, invece, era assolutamente
muto, durante quelle fasi, e la misera bugia della povera Tina venne fuori
con ignominia, anche se presto la vergogna fu temperata dal fatto che,
seppur bugiarda, la ragazza non era affatto ‘ rovinata’.
Mentre Armando riempiva le sue giornate in un bizzarro
alternarsi di depressioni psichiche, successi con le donne e stranezze
varie, Mario viveva fino in fondo il suo ruolo di figlio con la testa a
posto, ammazzandosi per tutti ma non venendo riconosciuto da nessuno. Fin
dalla partenza di Antonio per la guerra, Mario aveva ben compreso di non
essere affatto designato a compensare il vuoto d'amore lasciato dal
primogenito, ma di avere invece un'insperata occasione per giustificare
un'esistenza la cui superfluità trovava efficace sintesi nella
definizione di "bocca in più da sfamare" con cui si era sempre
alluso a lui nei discorsi di famiglia. La modalità naturale per cogliere
quell'occasione era provvedere ai bisogni concreti della famiglia, messi
in seria crisi tanto dai guasti generali prodotti dalla guerra quanto
dalla condizione del signor Tommaso, il quale arrivava a quell'incrocio
fatale ormai vecchio e stanco, pagando così il fatto di aver vissuto una
vita sempre in fuga e di aver messo su quella famiglia a cinquant'anni
passati, arrendendosi solo all'indesiderato concepimento di Antonio.
E allora era stato Mario, durante la guerra e negli anni immediatamente
successivi, a tenere in piedi tutta quanta la baracca. Destinando ogni
goccia di energia al lavoro, era riuscito non solo a provvedere ai bisogni
primari della famiglia, ma aveva anche finanziato tutta una serie di
eccentriche attività dei suoi componenti.
Al primo posto c’erano le stramberie erboristiche di suo padre, il
quale, con l'illusione di poter tornare a recitare in teatro come
attorgiovane e diventare ricco, dedicava tempo e soldi a mettere a punto
un medicamento che avrebbe dovuto fargli scomparire le rughe dal volto, e
per il quale, indipendentemente da quel fine artistico, preconizzava
destini milionari. In secondo luogo c’erano le disanimate passioni del
fratello, il quale, sempre tra le mura della sua stanza, era stato poeta,
pittore, scultore e infine astrofisico, prima di tentare una carriera di
calciatore stroncata ben presto dalla inopinata esclusione dalla rosa dei
titolari della Robur-Tibur, squadra di II categoria che si diceva
venisse sovente spiata da osservatori di grandi club nazionali. Poi c’erano
i capricci di Giunta, la quale, "portata naturalmente per la
musica", aveva attraversato praticamente tutti gli strumenti musicali
esclusi quelli a fiato (e ovviamente le lezioni dei rispettivi insegnanti)
prima di concludere che la sua vera vocazione era il canto e di concedersi
le lezioni di uno dei maggiori contralto del Paese, dietro pagamento di un
compenso la cui accettazione aveva sorpreso persino lo stesso contralto. E
infine c’erano le smanie di pensione di sua madre Jole, che invidiava al
marito gli ozi creativi e le chimeriche attività, i lunghi pomeriggi in
compagnia delle parole crociate e le passeggiate serali per vedere il
tramonto e la stella vespertina sulla desolata landa del Pratone vicino
casa: per ottenere tutto questo, la mamma aveva estorto a Mario i soldi
per una donna a ore, che però (vinta dalla severità imperiale di Jole e
da tutto quel carnevale di esercizi di canto, fumi di bolliture d'erbe ed
enunciazioni di leggi astrofisiche intercalate da palleggi in terrazza)
aveva resistito appunto solo qualche ora, aprendo la strada a un
inesauribile avvicendarsi di domestiche.
Poi, una domenica, Armando aveva portato a pranzo a casa Gina, una ragazza
con la quale negli ultimi tempi lo si era visto parecchio in giro.
Orgogliosamente, i due giovani annunciarono alla famiglia il loro
fidanzamento e, contemporaneamente, il fatto che aspettavano un bambino:
se maschio, lo avrebbero chiamato Raul in onore di un noto calciatore
dell'epoca, se femmina, Raula.
Questo fatto aveva portato alcuni cambiamenti nella vita della famiglia:
grazie a raccomandazioni che gli erano costate soldi, favori e
umiliazioni, Mario era riuscito infatti a procurare non solo un posto di
lavoro a suo fratello, ma anche una dignitosa pensione a suo padre. Di
conseguenza, mentre il signor Tommaso si metteva l'anima in pace e
bruciava le sue alambiccherie al Pratone, sacrificandole alla stella
vespertina, Armando e Gina si sposavano e andavano a vivere in un
rispettabile appartamentino d'affitto a due isolati dalla Casa. A
proposito, per fortuna era nato un maschio. E quando, neanche un anno
dopo, era arrivata anche una femminuccia, Armando e Gina non avevano avuto
il coraggio di chiamarla Raula, e attingendo alle loro preferenze musicali
le avevano assegnato il più melodioso nome di Nilla.
Approfittando del momento di distrazione della famiglia
per i nuovi eventi, Mario aveva infine coronato il suo lungo fidanzamento
con Lucia, una ragazza buona come il pane e fragile come un anello di
fumo, con due occhioni blu per i quali non aveva saputo trovare altro uso
pratico se non quello di sgranarli di fronte a un mondo che la rendeva
sempre attonita, tanto con le sue meraviglie quanto con i suoi orrori.
Distratti com'erano, i familiari di Mario quasi non si accorsero che anche
Lucia aveva messo al mondo un bambino. Si chiamava Michelino.
