III

 

La signora Jole conosceva una donna, una certa signora Cocullo, detta la Pitonessa, la quale, oltre a leggere il destino nelle carte e a togliere il malocchio con l'acqua e l'olio, si diceva preparasse anche misteriosi filtri d'amore, di fortuna e di persecuzione. Jole si era a varie riprese servita delle arti di quella maga, limitatamente alle prime due specialità, ma quando Ennio, alla Vigilia di Natale, aveva pronunciato quella maledizione contro sua figlia, aveva pensato subito alla signora Cocullo come possibile solutrice di quel laccio magico che minacciava la ragazza proprio nella più attuale delle sue urgenze. E poi c'era il problema di Armando, quel benedetto figlio bersagliato dalla sorte e probabilmente oggetto di chissà quale malocchio. Poiché si andavano avvicinando a grandi passi sia il trentesimo compleanno di Giunta sia il termine ultimo della sospensione di Armando, trascorso il quale egli sarebbe stato quasi certamente licenziato, Jole decise di non perdere altro tempo e di consultare la donna.
La signora Cocullo non aveva telefono e non riceveva mai nessuno nella sua casa, un appartamento ricavato abusivamente in una antica torre diroccata che svettava in mezzo alla campagna ai margini del quartiere. Così Jole dovette ricorrere all'unico metodo conosciuto per stabilire un contatto con la Pitonessa, cioè "spargere la voce" tra le conoscenze comuni. Passato qualche giorno, alle quattro di un pomeriggio piovoso di aprile, la signora Cocullo si presentò. Jole non ebbe alcun dubbio che fosse lei, quando udì quella scampanellata lunga e inesorabile che le fece correre un brivido lungo la schiena.
La signora Cocullo aveva un collo di tartaruga sul quale posava una massiccia testa di vecchia, con inverosimili capelli neri neri e una grossa faccia tutta guglie e punte; gli occhi erano due capocchie di spillo e quando rideva si faceva una certa fatica a distinguere naso, mento e zigomi, tutti arroccati attorno all’enorme bocca dai denti bianchissimi che si spalancava come la porta di una città proibita, lasciando intravedere le cupe profondità della gola. Era alta e robusta come un uomo alto e robusto e il suo corpo, che era un pezzo unico, dritto e compatto, pur nella totale mancanza di forme e di grazia, aveva qualcosa di primigenio che suscitava una misteriosa attrazione.
Jole fece accomodare la signora Cocullo in salotto, poi corse al telefono a chiamare Armando. Non lo trovò, e dovette accontentarsi di Gina, che le promise di arrivare quanto prima. Infine andò a svegliare sua figlia, che riposava. Poiché dormiva profondamente, Giunta impiegò quasi un quarto d'ora per riprendersi, sistemarsi un po' e presentarsi infine in salotto, dove trovò le due donne intente a guardare in controluce il contenuto di una strana ampolla.
"Ah, eccole qua, la belle principèsse!", fu il saluto della signora Cocullo, il cui timbro baritonale si mescolava stranamente alle risonanze tipiche di una voce chioccia da strega delle fiabe, mentre il suo bizzarro dialetto (nessuno sapeva esattamente da dove venisse) interagiva con gli altri elementi in modo così angosciante da risultare ipnotico.
"Viene qua, viene, guarde", proseguì la Pitonessa.
"È straordinario. Straordinario", disse sottovoce la mamma con un lampo di avidità negli occhi. Giunta si avvicinò e vide che si trattava di una piccola ampolla cilindrica, larga tre o quattro centimetri e lunga una quindicina; dentro c'era un liquido trasparente un po' meno fluido dell'acqua. Le ricordò l'olio di ricino, del quale tuttavia era meno denso. Non vide altro finché la Pitonessa, dopo aver leggermente agitato l'ampolla, non lanciò una specie di ordine: "Guarde meglie". Allora, come se fosse apparsa dal nulla, sorse una specie di creatura di minuscole dimensioni. Sembrava un serpentello traslucido di sette-otto centimetri; si spostava nell'acqua grazie al movimento ritmico della coda che si trasmetteva a tutto il corpo. La lunga unghia smaltata di scuro della signora Cocullo picchiettò un paio di volte contro il vetro e subito Giunta si accorse che la creatura aveva due occhietti neri che la scrutavano. Un altro paio di colpetti e le parve di scorgere due rudimentali manine legate al corpo serpentiforme grazie a due corti e sottilissimi steli di braccia e persino due abbozzi di piedini che spuntavano un po' al di sopra della coda. La Pitonessa, sorridendo compiaciuta, alitò verso l'ampolla emettendo una specie di rantolo felino e l'esserino sembrò sciogliersi in quel liquido, fino a scomparire del tutto.
"Che cos'è?", chiese Giunta.
"Tue madre, qua, dice che non trove l'amore pereché ciae le malocchie", disse la signora Cocullo ignorando la domanda.
"Il malocchio, se ce l'ho, me lo ha dato il mio ult... il mio ex fidanzato", rispose Giunta, la quale, dopo un attimo di imbarazzo per il lapsus, proseguì, con la consapevole determinazione di chi sta denunciando un criminale ai carabinieri:
"Si chiama Ennio Remuglio, di Rosario e Santina. Se vuole ho varie lettere, qualche fotografia, un fazzoletto e anche dei capelli. Se servono per fargli una fattura, voglio dire".
Poi, dopo aver atteso invano qualche cenno di reazione da parte della sua interlocutrice, decise di volgere la denuncia in una richiesta di condanna e concluse:
"Voglio che soffra tanto, ma tanto, più di quanto ha fatto soffrire me. Se muore è meglio. Ma prima deve soffrire. Quel farabutto mi ha fatto anche litigare con mio fratello Mario".
"Quello, poi, te lo raccomando", intervenne la signora Jole, che, per meglio istigare la signora Cocullo a ricorrere ai poteri occulti, cercava di trasmetterle il senso di un feroce complotto ai danni dei suoi due figli sfortunati.
"Lei pensi, signora, che questo figlio si è permesso di buttare fuori di casa, la notte di Natale!!... la notte di Natale... la sorella e i genitori. E perché? Per difendere quell'Ennio, un uomo abietto, un mascalzone, uno che aveva offeso sua sorella, uno che aveva ALZATO LE MANI!!... alzato le mani... su sua sorella... Mario: pappa e ciccia con un violento, con un nemico della sua famiglia. Mario: cacciare via di casa la madre e il padre! Sotto gli occhi di quella moglie che, e ticche e tacche, e zicche e zacche, dopo aver aizzato ben bene quello smidollato contro madre e sorella, alla fine l'ha avuta vinta. Quell'acqua cheta che se mio figlio non l'avesse mai incontrata oggi non si sarebbe ridotto così, un vigliacco, un essere... un essere..."
E poiché non le veniva un aggettivo degno di accompagnare l'essere, simulò un’improvvisa confusione mentale dovuta alle tante angherie subìte e tirò fuori un fazzoletto per singhiozzarvi dentro un generico "Maledetti... maledetti" che andava bene per tutti.
Dopo qualche secondo, senza denunciare alcuna traccia di commozione nella voce e dimenticando anche di simularla, la signora Jole riprese a parlare, rivolgendosi alla Pitonessa, che continuava a guardare il soffitto apparentemente distratta, e intanto annusava l'aria, come per cercare di decifrare l'odore di qualcosa.
"Signora Cocullo", disse solennemente Jole, "c'è un modo per mettere fine a questo inferno? Perché, io mi chiedo, perché questi due giovani devono essere così sfortunati? Dicono che Giunta ha un carattere difficile. E chi lo dice? Lucia. Bel pulpito! Lei che ha avuto tutte le fortune. Lei che si è rubata mio figlio. Lei che è la nemica mia e di questa figlia. Lei che ha fatto di mio figlio uno smidollato. Una donna... una donna..."
E di nuovo, in mancanza della parola, stava per ricorrere al fazzoletto, ma, scortolo nelle mani di Giunta, che ci giocherellava evidenziandone la smaccata asciuttezza, decise di concludere comunque il suo intervento:
"Insomma, c'è un modo per salvare questi figli dalla rovina facendo finalmente girare un po' la fortuna? Io voglio solo che Armando trovi una sua stabilità economica e che Giunta trovi un uomo che le voglia bene, che la rispetti, una persona per bene. Uno che... veramente... se la sposi..."
"La madre conte assàie, ma so le figlie che dèvene chiedere", disse la Pitonessa quasi distrattamente, "... e qua se ne vede una sole...".
"Adesso arriva... Gina, la moglie di Armando...", intervenne Jole, subito zittita dalla Pitonessa, che, rivolta a Giunta, chiese seccamente:
"Te, che vuoe veramente?"
Giunta, galvanizzata come un bambino in una pasticceria dove si possono mangiare paste a volontà, rispose, in un tono vagamente sensuale: "Voglio un marito".
"Che marite?", chiese la Pitonessa.
"Bello, alto, forte, ricco. Giovane, anche più giovane di me andrebbe bene lo stesso. Che non mi faccia soffrire. Che... mi obbedisca..."
"... E che rispetti sua suocera, che ha generato sua moglie", intervenne Jole, "... perché lui non sa quanto è fortunato a sposare questa ragazza, e a imparentarsi con questa famiglia. E che non si metta in testa di fare il padrone. E...".
"Capite. Quante vuoe spendere?", disse rivolta a Giunta ma guardando di sottecchi Jole, la quale non si fece pregare per rispondere:
"Quello che c'è da spendere".
Proprio in quel momento si udì una scampanellata. Jole andò ad aprire e dopo qualche secondo ricomparve sulla soglia tenendo sottobraccio Gina, che tutta intimidita andò a stringere la mano alla signora Cocullo e poi si sedette in un angolo del sofà.
"E te", la interrogò subito la Cocullo, "che vuoe?".
Gina spalancò la bocca e divenne tutta rossa.
"La signora Cocullo", intervenne Jole, "intende dire: avete qualche desiderio, tu e Armando? Qualche cosa che vi piacerebbe avere... soldi... macchina... villa al mare...".
"Eh!... Eh!!... Eh!!!", sbottò la Cocullo gridando forte. "E che? Mo che so diventate Babbe Natale? O puramente le cameriere de le trattorìe: chi vòle maccaròne e chi vòle fettuccine!? Ma che ve sète messe en teste? Guardate che se me scocce me ne vade, sapète?".
Giunta e Gina scattarono in piedi terrorizzate. Jole, che non era abituata a ricevere appunti da nessuno, tantomeno in presenza di parenti, sembrava sul punto di prendere l'attizzatoio dal caminetto e darlo in testa alla Pitonessa, ma si dominò e si diede un'aria tutta mortificata. Recuperato con la forza il fazzoletto dalle mani di Giunta, vi si immerse definitivamente, rompendo in singhiozzi interminabili.
Senza badarle, la signora Cocullo si alzò, sempre annusando l'aria come un segugio in cerca della preda, ma non se ne andò. Si accese una sigaretta, ne aspirò alcune profonde boccate, poi tossì a lungo, rivelando il rantolo dei bronchi cavernosi. Infine parlò:
"Quande andate dale sarte pe favve fa le vestite da sère... le stoffe, le grogherène, le volàne, le frappalàne, le portate voe o puramente ce le mette le sarte?".
Le ragazze si guardarono sconcertate. Jole, temendo un nuovo accesso di ira della maga di fronte al loro indugiare, alzò il volto dal suo finto letto di lacrime e, un po' secca ma prontamente, rispose:
"Dipende. Un po' e un po'. Se qualcosa in casa già c'è... Sennò si compra, o si fa comprare alla sarta... Poi lei ci mette l'arte...".
"Appunte", disse la Pitonessa, "La Coculle ce mette l'arte. E voe? Ce mettete sole le solde? Pereché allore ce ne voglione tante. Ma propre tante: questa vòle Tironpòvere! E quest'altre vòle pe’ marite Rocchefèlle!".
"Se è per questo, Giunta ha la roba di quell'Ennio. Ha persino i capelli! E poi, altra roba di gente che ci odia si può rimediare... Per fare la magia, intendo...", rispose Jole piena di speranza.
"E che c'èntrene le capèlle de Ennie? Voe credete ancore che tutte le magie se fanne cole capèlle! O puramente cole fazzolette, o puramente cole fotografie... E poe, che volete veramente? Ie no l'he capite. Dovète deciderve. Volete scansà le malocchie o fa fatture? Te, vuoe sposarte o vuoe ammazzà a Ennie? E te, vuoe fa la regine de Sabe o puramente fa morì a qualcune? Le capite che pe trovà le marite e le ricchèzze che volete voe ce vòle altre che le capelle de Ennie?"
"E che ci vuole?", chiese Jole.
"Ce vòle quelle che avete viste prime..."
"E che è?", chiesero quasi in coro Giunta e Jole.
"È l'Agnisdè, come dìcone."
"Che?"
La Pitonessa fece una lunga pausa, poi, in un soffio disse:
"L'Agnisdè. L'E-ne-re-gìe, come dìcone".
"Che si può fare, allora?", chiese Jole estenuata da tutte quelle complicazioni.
"Più so grosse le cose che se vòle, più Agnisdè ce vòle. Ie ve posse fa l'amulète cole jazze e l'èrpete cacunne, le talismane cole zaglosse e le strugliacce arzicùte. Ma che servone? Qua ce vorrebbe le sangue dele sante Simonine, Lorenzine e Domenichine messe assieme, altre che le capelle de Ennie."
"E allora?", chiese Giunta, delusa.
"E allore, le cose so due: o ie facce quelle che posse e voe ve accontentate de quelle che viene, o puramente... me dovete dane l'Agnisdè."
Mentre Giunta, chiaramente seccata, stava aprendo la bocca per polemizzare, Jole la prevenne dicendo con ostentata dignità:
"Va bene. Ci dica che cosa dobbiamo fare".
"Le madre conte assàie, ma so le figlie che dèvene dichiararse."
Giunta non sapeva che cosa dire. Lasciò sbollire un po' la rabbia che le era salita poco prima, poi, con impertinente accondiscendenza, disse, anche a nome di Gina:
"Avanti. Che dobbiamo fare?"
"Ie ve do une sderènghe simulacràte, un oggette magiche, come dìcone, voe le piazzate dove scorre le sangue dele nemice vostre e dope che quelle ha fatte le servizie sue me le riportate a me che ce pense ie. Ce l'avète le nemice? Certe che ce l'avète, me pare che ve òdiene tutte! E allore ciavète puramente l'Agnisdè, pereché l'Agnisdè più forte è quelle che viene dale sangue dele nemice! E poe, mentre a voe vene viene la Fortune, a lore gliene viene le disgrazie. Cosé, acchiappate due piccione co ne fave."

Il problema dell'"Agnisdè" impegnò le tre donne ben al di là del tempo di permanenza della signora Cocullo in casa. Gina, che aveva da fare a casa sua, se ne andò verso le otto, ma Jole e Giunta continuarono a discuterne fino all'una di notte. Ci fu una sola pausa, durante la cena, quando, per evitare domande fastidiose da parte del signor Tommaso, entrambe si erano imposte un silenzio nervoso e impaziente, e la discussione era ripresa verso le dieci, un attimo dopo il fioco saluto di buonanotte del vecchio.
Da quel poco che si era compreso dall'inverosimile parlata della Pitonessa e dai suoi concetti già di per sé arcani, un'operazione di magia che avesse come risultati il matrimonio di Giunta con una specie di divo hollywoodiano e il raggiungimento di un ampio benessere economico per la famiglia di Armando richiedeva, oltre a un bel po' di soldi per compensare l'operatrice, il concorso imprescindibile del cosiddetto Agnisdè, una specie di carica energetica circolante nel sangue dei nemici dei richiedenti. Quindi, individuati questi nemici, l'operazione consisteva nel sottrarre loro forza vitale, immagazzinarla dentro un oggetto magico e trasformarla in energia utile per raggiungere l'obiettivo. La procedura prevedeva che fosse la signora Cocullo a fornire l'oggetto magico, che una di loro avrebbe sistemato in un luogo dove i nemici vivevano; di notte, l'oggetto si sarebbe caricato di energia togliendola alle vittime; poi, dopo un certo numero di notti, sarebbe stato necessario riprendere l'oggetto e consegnarlo alla Pitonessa, che l'avrebbe utilizzato per ricavarne la quantità di Agnisdè necessaria per compiere l'operazione.
Prima di andarsene, la Pitonessa, guardandosi attorno e annusando l'aria un'ultima volta, aveva emesso una misteriosa sentenza:
"Se quelle che se sente qua è l'odore de sangue de nemice, allore no dovete cercà lontane pe l'Agnisdè; e se, come me pare, ste sangue de nemice ha circolate qua dentre ne sacche de tempe fa, vodì che cià n'Agnisdè che baste no solamènte pe portà a Armande e Gine li tesori che vòlene, ma pure pe fa sposà a me co Marlonbràndon, se Giunte se spose co Tironpòvere."

Entrambe le donne avevano relegato quella frase in un angolo riposto della coscienza, e ciascuna di loro, pur avendo immediatamente avuto una vaga intuizione sul suo significato, sfruttava il dubbio che all'altra fosse sfuggito per non ammetterlo neanche di fronte a se stessa. Questa situazione, che contribuiva ancor più a tenere alta la tensione del dibattito, a un certo punto finì per determinare nella conversazione una situazione di stallo, e il silenzio che ne seguì rivelò a ciascuna di loro i pensieri dell'altra.
Fu Giunta a rompere il ghiaccio:
"Io mi voglio sposare. E siccome ci si sposa una volta sola, mi voglio sposare bene. Allora, o mi metto ad aspettare oppure...".
"Aspettare. Ancora, vuoi aspettare?", disse Jole ansiosa e acida.
"Mamma, sono d'accordo con te. Ma tu ti rendi conto di quello che vorrebbe farci fare la Cocullo? Scegliere... qualcuno e portargli via... l'anima o quello che diavolo è per metterla in una bottiglietta. E come, poi? In che modo? Facendogli succhiare il sangue da qualche vampiro? Come?"
"Non esageriamo", disse Jole, che approfittava del fatto che a esporsi fosse stata la figlia per mostrarsi infastidita da tutti quegli scrupoli.
"E chi esagera? Io? L'ha detto lei che a... quelli viene sottratta tutta l'energia. E poi, come staranno dopo..., quelli?"
"Quelli, se pensi agli stessi a cui penso io, tesoro mio, hanno avuto tutto dalla vita. TUTTO! Tu, che hai avuto? Quella, tesoro mio, Quella... si è presa uno che come maschio non vale niente, ma che per il resto ha una fortuna che tu e Armando ve la sognate, uno che qualunque cosa fa gli va bene, che da quando s'è sposato ha fatto tanti soldi che Dio solo lo sa; anche la villa al mare le sta costruendo, a Quella!"
Jole tacque un attimo, indecisa se aprire la porta di quella cantina maleodorante che avrebbe spinto la figlia ancora più giù nell’abisso. Decise di farlo: Giunta era troppo morbida su quella faccenda e bisognava aizzarla un po’. Si schiarì la voce nel modo tipico di chi sta per insinuare qualcosa. Aveva lo sguardo di un serpente e per un attimo l’alito le divenne gelido e fetido, tanto che Giunta si guardò attorno come se nella stanza vi fossero misteriose infiltrazioni di fogna.
"E se proprio vogliamo dirla tutta, se ne è preso pure un altro…"
"Che dici?", guizzò la voce di Giunta, già allettata dall’allusione.
"Che dico? Dico quello che dico."
"Chi?"
"Chi? Uno che se lo litigavano tutte, uno che ne ha fatte piangere tante, ma proprio tante…"
"Mamma, ma sei pazza?"
"No. Pazzi siete voi che non volete vedere la verità. Quella, la santarella, si è fatta fare il servizio completo da uno che aveva le cose a posto. Anzi, dal migliore."
"Ma chi? Armando?"
"Perché, non ti è mai venuto il dubbio?"
Giunta ci pensò su un momento. Quelle materie da pettegolezzo erano il suo elemento naturale, eppure quella cosa lì non l’aveva mai neanche immaginata. Era interdetta. Odiava la madre per non averglielo detto prima e sperava che la cosa non fosse vera perché, al contrario, avrebbe avuto la prova che la madre l’aveva tradita, non rivelandole una cosa così succosa. Roba da leccarsi i baffi: corna in famiglia, anzi, doppie corna in famiglia, visto che i cornuti erano due, Mario e Gina… E che Lucia, la santarella, in realtà era la puttana di casa. Un piattino prelibato, con cui riempire i pomeriggi a chiacchierare per settimane, mesi, anni! E la madre le aveva negato quel piacere così appetitoso. Che traditrice! Ma accanto al dolore c’era una curiosità morbosa di sapere tutto. A quel punto, Giunta pensò che, se avesse urtato troppo sua madre cercando di fargliela pagare, quella si sarebbe potuta vendicare non dicendole niente neanche adesso. Questo era un rischio troppo grosso. Doveva sapere tutto, subito! L’istinto le suggerì di far parlare la madre prima, e di fargliela pagare poi. Fece un po’ la sostenuta, ma già si leccava le labbra al pensiero delle delizie che l’attendevano. Così, riuscì a dare il giusto tono alla battuta che il rituale richiedeva a quel punto.
"No… Non mi è mai venuto il dubbio."
La madre gongolò sadicamente. Allora Giunta, con un tono di voce un po’ troppo accorato rispetto a quello che si era imposta di tenere, disse:
"Perché non me l’hai detto, mamma?"
"Perché anch’io l’ho saputo da poco."
"E… quando?"
"Quando che? Quando l’ho saputo o quando è successo?"
"Tutti e due. Oh, mamma, ti prego…", disse Giunta, ormai deliziata.
"L’ho saputo la sera della Vigilia di Natale. Almeno con certezza. Dalla reazione di Lucia quando le ho sbattuto in faccia la verità. Ma l’avevo capito da un pezzo."
"Ma non mi dire."
"Invece ti dico. Hai fatto caso che Armando e Lucia, quando si vedono, non si guardano mai negli occhi? Quando si deve rivolgere a lui, Lucia diventa tutta rossa, anche se gli sta solo chiedendo se vuole altra pasta o se vuole darle il cappotto. E questa storia va avanti da anni."
"Ma va? Sai che non ci ho mai fatto caso?"
"Io sì. E poi, perché quei due hanno aspettato tanto per fare Michelino? I soldi Mario li aveva fatti già da un pezzo, eppure i figli non arrivavano mai. Armando e Gina, invece: subito due figli. Anche senza una lira. Strano, no?"
"Beh, Gina era incinta, la prima volta", la corresse Giunta.
"Certo, ma Nilla l’hanno fatta quasi subito dopo Raul. Come mai gli altri hanno aspettato tanto, invece? Dicevano che non venivano, te lo ricordi?"
"È vero. Dicevano che non venivano."
"Esatto. E a un certo punto si fecero visitare tutti e due."
"Però mi pare di ricordare che era tutto a posto", suggerì Giunta.
"Lo dicevano loro che era tutto a posto. Ma poi, guarda caso, passano anni."
"È vero. Passano anni."
"E poi, te lo ricordi quel periodo che Armando andava sempre a casa loro?"
"Faceva i lavoretti, dicevano. Per arrotondare. Era già pieno di debiti."
"I lavoretti li faceva sicuramente. Bisogna vedere quali."
"È vero. Bisogna vedere quali", aggiunse Giunta, che ormai navigava in quel bel sogno. Un pettegolezzo di quel livello era il più bel regalo di Natale che potesse sperare. La riconoscenza superò l’astio, e Giunta si sentì felice.
"E te lo ricordi che quando Lucia alla fine rimase incinta di Michelino, proprio in quel periodo Armando si rimise a posto coi debiti? Poi ci ricascò, ma più tardi. Non è strano? È chiaro che tutti quei soldi per risistemarsi Mario glieli diede per qualche motivo. Guarda che a quell’epoca Armando stava messo peggio di adesso. Roba da buttarsi sotto il tram."
"Via, mamma, questo non si può dire. Mario in fondo lo ha sempre aiutato."
"Ecco, lo vedi come sei? Lo vedi quanto sei ingenua? Mario è uno che si fa fregare, su questo non c’è dubbio. E Armando ha fatto bene a mungere là, perché un pollo come Mario merita solo di essere spennato. Ma Mario è anche uno che la sa lunga, come tutti quelli che hanno fatto il patto con la fortuna. Quello è uno che gli affari suoi se li sa fare. E allora, fatto il lavoro, ha coperto di soldi la maestranza."
Giunta voleva bene a Mario perché lui voleva bene a lei, e il bene era un bene raro in quella famiglia. E quella storia di Mario che era insieme un fesso e un furbastro, che contemporaneamente si fa fregare e frega gli altri, non l’aveva mai convinta. Le pareva strano che due caratteristiche così antitetiche potessero convivere in uno stesso carattere. Ma non era questo il momento di imbarcarsi in una discussione con la mamma su quell’incongruenza. Ora c’era da godersi lo spettacolo fino in fondo. Che Mario fosse al corrente o no di quella faccenda (e lei credeva in cuor suo di no) e che la faccenda, in definitiva, fosse vera o no, non contava granché. L’importante era che ci fosse una faccenda, e che faccenda! Non sottilizzò.
"E la storia della cura? La sai?", riprese implacabile Jole.
"No. Oddio, mamma, ma tu non mi racconti niente! Che cura?"
"La cura. A un certo punto, dopo certe visite di cui non si è mai saputo niente, qualche mese fa Mario ha cominciato a fare una cura. A pranzo e a cena prendeva certe fialette. Anzi, prima ancora lei gli faceva addirittura certe iniezioni. Ed ecco che improvvisamente lei rimane incinta la seconda volta. Dopo quanti anni?"
"Michelino ha sei anni."
"Appunto. Sei anni per farlo e sei anni per fargli il fratellino. Non è strano?"
"Sì. È strano. E quindi l’ipotesi…"
"E quindi l’ipotesi è una certezza. A quell’epoca lui non ce la faceva, e le cure non c’erano, o per lui non funzionavano; e allora ci ha pensato Armando. Questa volta, invece, la cura c’era e ha funzionato. E Armando si è potuto riposare. Infatti è ridotto in rovina, perché al massimo Mario gli apre il portafogli ogni tanto, ma non gli fa l’assegno che gli ha fatto quella volta. Eh, no! Quello era un servizio unico, e valeva milioni!"
"E Gina lo sa?"
"Gina. Gina è scema. Si sa."

Dopo un’orgia di chiacchiere, ipotesi, pettegolezzi, calunnie e malignità di ogni specie, tutte legate assieme da un tripudio di Ma va? e Ma non mi dire, il discorso tornò infine sulla signora Cocullo e sull’Agnisdè. Jole sperava che il trattamento subìto dalla figlia la rendesse automaticamente complice nell’iniziativa stregonesca che si accingeva a prendere. Ma Giunta, soddisfatta la sensuale brama di conoscere i fatti e di sguazzare nei primi commenti, tornò a farsi qualche scrupolo. In realtà, i suoi dubbi riguardavano Mario, al quale non avrebbe voluto assolutamente fare del male, ma poiché sapeva quanto la madre detestasse quel suo affetto per il fratello fortunato, finse di avere scrupoli per il nipote.
Ma la cosa le riusciva stonata perché in realtà non ne aveva. Non poteva avere scrupoli, perché verso Michelino sapeva di avere colpe gravi, e chi si sente in colpa, anziché voler riparare, si limita a odiare l’oggetto delle propria colpa.

Giunta era immatura, psicologicamente e fisicamente. Quando stava con i suoi fidanzati, sentiva di avere voglie e desideri che le infiammavano il corpo, ma si può dire che alla fine esse si reprimessero da sole, senza che neanche fosse necessario combatterle. Innanzitutto perché a quel tempo il sesso era una specie di mostruosità e se lei lo avesse esercitato quella sarebbe stata considerata una grave anomalia sociale, in grado di impedirle di sposarsi perché ‘rovinata’. Ma se anche avesse voluto rischiare (e qualche volta era stata tentata di farlo), nessuna delle sue storie sentimentali era durata abbastanza a lungo da permetterle di affrontare certe questioni, che a quell’epoca presupponevano sempre tempi di maturazione molto lunghi per una ragazza ‘seria’. E poi c’era un’altra cosa. I maschi erano troppo dominatori. Lei non era suggestionata affatto dall’idea di essere posseduta da un uomo. Se in natura fosse stato possibile, avrebbe voluto essere lei a possedere il maschio. Anzi, sarebbe stato ancora meglio che lei fosse nata maschio e basta.
Anche per questo aveva cominciato a nutrire strane emozioni quando era nato Michelino. Con Raul no, non le era capitato. Raul era più rozzo. Sembrava quasi un uomo. Raul era attonito, come un contadino che ha preso troppo sole. Non la prendeva allo stomaco come Michelino. Michelino era delicato, tenero. Innocente. Sempre sorridente, come un angelo. E soprattutto, pieno di energia. Un’energia che per lei era una cosa quasi aliena, che le muoveva dentro qualcosa di torbido e irresistibile, come un afrodisiaco, come una droga. Sapeva che quello che provava era blasfemo. Sentiva di essere una maniaca. Ma per lei non essere normale era una cosa naturale. La normalità non poteva appartenerle, con quella madre che aveva. La madre le aveva insegnato tutti i piaceri più perversi: godere era godere dell’umiliazione degli altri, non del rapporto con gli altri, godere era piegare qualcuno come si piega un animale, trinciare la dignità degli altri dicendone tutto il male possibile, fino a fare delle loro anime delle pezze sanguinolente che non hanno più parvenza umana, dei tagli di carne da bollito, che avranno pure una vita loro, ma che devono servire solo da pasto. La madre era una cannibale, un vampiro, un mostro. E Giunta non voleva essere meglio di lei. Sapeva di esserlo, o se non altro di averne l’aspirazione, ma non voleva. Odiava troppo la madre per volerla superare, per diventare un essere umano. No: la madre doveva ritrovarsi di fronte esattamente il mostro che aveva creato. Non intendeva redimersi per fare un favore alla madre.
Così, una volta che le avevano lasciato Michelino, qualche mese prima, aveva voluto approfittare della circostanza. Quello che le aveva insegnato a fare la madre: approfittare. Sempre. Di tutto e di tutti. Le aveva insegnato a interessarsi agli esseri umani in qualità di oggetti, non di persone. Ed ecco Giunta cedere alla propria voragine, al vuoto di sentimenti che crede di compensarsi mettendo le mani su tutto ciò che è a portata di mano. Stavolta la vertigine del potere la spinse a portare più avanti le carezze che già altre volte aveva accennato. Con la scusa che la zia voleva dargli tutte le vinte che in casa gli erano negate, gli fece assaggiare il vino. Lo intontì.
Aspettò che il bambino si fosse addormentato e poi lo usò. Per infiammarsi, per entrare nel regno illusorio dove gli esseri umani posso superare i limiti della natura, per sognare i territori infiniti che stanno oltre il superamento di ogni confine stabilito dal creatore di questo universo. Si eccitò fino quasi alle convulsioni, ingannata dal miraggio alieno che il suo sposo ideale potesse essere un bambino che dorme.
Ma non le bastò usarlo come un’icona, come un idolo da guardare per aizzare la voluttà. Nessun peccato, fino a quel punto, era stato ancora commesso, in fondo. Il peccato è avvelenare il territorio sacro dell’altro, non macchiare il proprio. Ma Giunta, per amputarsi un altro pezzo d’anima e sfregiare il bambino, volle andare più avanti. Freddamente, neanche più trascinata dalle vampe calde che l’avevano avvolta prima, volle sperimentare la possibilità di trasmettere a quel piccolo corpo che giaceva tra le braccia degli angeli il piacere dei tentacoli che prima avevano stretto lei fin quasi a farla agonizzare. Tentò, e riuscì. Di nuovo si ritrovò nella guazza orgiastica di prima. Sentì che il cuore stava per cederle. Ebbe paura.
Già nel panico, sentì l’inquietudine del bambino che si stava svegliando, che cominciava a lamentarsi dell’incubo sconosciuto in cui lei lo aveva sequestrato. Il primo impulso fu di odio sadico: se contro di lei non si fossero mosse le leggi stesse del destino, lo avrebbe strangolato senza esitazione e con accresciuto piacere, come nel compimento supremo di un atto di uccisione di Dio. La nefandezza della sua nuova condizione, tuttavia, non esitò a normalizzarsi, a dimensionarsi in una reazione logica. Prese in braccio il bambino già spogliato e lo mise nella vasca da bagno, immergendolo nell’acqua tiepida per lavare via ogni traccia del suo incubo.

"Mamma", disse Giunta preoccupandosi di Mario ma fingendo di avere nel cuore Michelino, "dopo quello che mi hai raccontato, quelli si meriterebbero una fattura pure se non ci fosse di mezzo il futuro mio e quello di Armando. Ma c'è... il bambino, ci hai pensato?".
"C'è il ragazzino, e non basta: ci mancava pure che si facesse mettere incinta un'altra volta, e così tutti che pensano a lei, tutti premurosi con lei, tutti che la mettono al centro dell'attenzione... E tu? Tu, ci stai mai al centro dell'attenzione? Eh? Ma che sei, una bestia, tu? Forse, se Ennio ti avesse messa incinta adesso ci sarebbe un po' d'attenzione e un po' d'affetto anche per te, e invece... Giunta la zitella forse è degna di qualcosa? No, è carne da macello. È una cagna da sbattere fuori a calci la notte di Natale! E tu ti fai pure gli scrupoli! Sei proprio ingenua, figlia mia. Con questa mentalità, non andrai da nessuna parte. Con questa mentalità, rimarrai sempre zitella."
Gli occhi di Jole, dopo essersi infiammati durante la concione, ebbero un guizzo sbieco che, istantaneamente, ebbe il potere di addolcirli fin quasi alla commozione; poi le apparve nello sguardo quel lampo di presunzione che solo chi ha il permanente bisogno di ingannare gli altri con il vero fine di ingannare se stesso può produrre: ormai sapeva di avere in pugno sua figlia, e a questo punto poteva assestarle il colpo di grazia.
"Ma tu credi davvero a quello che ha detto la Cocullo?", disse sorridendo soavemente. "L'Agnisdè e tutte le altre storie... Non lo capisci che è solo un modo per rendere la cosa più misteriosa agli occhi delle donnette ingenue? Vuole farcela cadere dall'alto, tutto qui. Pure il trucchetto di quella specie di lucertola in bottiglia fa parte del gioco. Quella è una vecchia fattucchiera. Se vuole, le cose le sa fare senza tutte quelle complicazioni che s'è inventata oggi. Quindi sta' tranquilla: secondo me, se noi facciamo la commedia di procurarle l'Agnisdè, come dice lei, a... a quelli - che pure se lo meriterebbero - non succederà proprio niente. Lei farà finta di servirsi della loro energia e invece userà le solite cose: erbe, ossa e unghie d'animali o chissà cos'altro, tutta roba che ha già in casa. Poi ci dirà che l'energia di... quelli non ha funzionato, che ha dovuto fare tutto lei, magari che ha dovuto sacrificare su qualche altare chissà quante galline o capre o altre bestie e ci chiederà tariffa doppia. Questo è il suo gioco, te lo dico io".
"E allora, che dobbiamo fare?", chiese Giunta, che ormai galleggiava nelle calde acque del conforto materno.
"L'hai detto prima: tu ti vuoi sposare, presto e bene. E allora, non ci complichiamo troppo la vita, non vediamo fantasmi dove non ce ne sono! Facciamo quello che dice la Cocullo e vedrai che non morirà nessuno."

La scampanellata interrotta e poi ripresa segnalò a Lucia la presenza di un visitatore discreto e quasi certamente benevolo. Quando dallo spioncino vide Jole, nel suo cuore presero a danzare i demoni della paura e della speranza. Lucia non amava quella suocera così ferrigna e ostile, ma la sua naturale inclinazione all’affetto - resa ora ancor più morbida dall'attesa del secondo figlio - la rendeva accessibile a qualunque gesto avesse una parvenza di calore. Così, quando si trovò di fronte Jole sorridente e con una grossa scatola avvolta in carta natalizia e nastri argentati, la sua commozione fu tale che ogni risentimento per l'increscioso episodio della Vigilia di Natale si estinse, e con esso ogni barriera difensiva. La porta si spalancò e la casa accolse Jole e il suo pacco.
L’atmosfera era dolciastra. La suocera sapeva applicare con consumata esperienza le tecniche di comunicazione di chi sa stare al mondo: escludeva in partenza ogni sentimento e lo sostituiva con l’appropriato atteggiamento corrispondente, ottenendo di avere l’assoluto dominio sull’interlocutore. In questo caso, la preda traboccava addirittura di simpatia e di gratitudine: ciò rendeva la trappola perfetta.
"Quant’è brutta la solitudine!", esordì Jole. La frase era sibillina, e Lucia, che non l’aveva capita, si limitò ad annuire prendendo un’espressione adeguata e sospirando un poco di comprensione. Ma il suo sguardo un po’ allucinato attestava la paura di non essere all’altezza dell’allusione.
"Che vita faccio, io?", proseguì la suocera. "Sempre a casa, mai uno svago, con un marito vecchio che non si occupa di me e solo i figli come consolazione. Penso ai figli, mi preoccupo per i figli. E tra i figli ci metto pure le nuore. Quanto vi voglio bene!"
Alla traboccante commozione di Lucia si aggiunse un confuso imbarazzo quando, dopo aver lanciato quel proclama d’amore (e senza aver accennato affatto ai trascorsi natalizi!), Jole la invitò ad aprire la scatola.
"A Natale non abbiamo avuto il tempo di scambiarci i regali!", disse Jole sorniona, mentre le guance di Lucia avvampavano di vergogna al pensiero di aver fatto propria, dopo la lite, la borsa destinata come regalo natalizio alla suocera, e la sua mente volava alla possibile scatola nella quale riporla nuovamente, alla possibile carta nella quale avvolgere la scatola e ai possibili graffi che la borsa poteva aver riportato nel frattempo. Si sentì in colpa fino all'odio, per essere stata così incauta e crudele con quella cara persona.
Nella scatola Lucia trovò due bambole, una bruna e una bionda. La bruna era una delle più belle bambole che avesse mai visto, con il colorito un po' più scuro del normale, senza pomelli rossi sulle guance e con lunghi capelli veri, lisci come quelli di una squaw indiana. La bionda invece era più insignificante, leggermente più piccola dell'altra e con capelli ricci finti e stopposi.
"Una è per te, l'altra per Giunta. Scegli quella che preferisci."
Lucia arrossì e tacque, sentendosi sempre più colpevole, fino a quando Jole non tagliò corto dicendo:
"Ho capito: ti piace la bionda. Ci avrei giurato".
Il dolore sottile e penetrante che attraversò il cuore di Lucia, e che strideva con quell'insperata possibilità di parziale espiazione, fu lievemente lenito dalla successiva battuta di Jole:
"Comunque le terrai tutte e due tu, per un po': io vado a Senigallia a riposarmi un po' a casa di mia sorella Carlotta. Giunta avrà la sua bambola al mio ritorno. Il giorno del suo compleanno, fra un mese esatto".

 

 

 

 

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