IV
La desolata landa del Pratone andava lentamente
affondando in un'oscurità livida, vischiosa.
L'appuntamento con la signora Cocullo era stato fissato in modo vago: ai
margini del Pratone al tramonto. Jole stringeva al petto la bambola bruna
e intanto rabbrividiva per il freddo. La signora Cocullo tardava. Era
buio, ormai, e sembrava che la stella vespertina tanto cara a suo marito
quella sera non volesse proprio saperne di rischiarare un po' quella
oscurità che andava infittendosi angosciosamente. Banchi di nebbia
fluttuavano a un metro da terra, inseguendosi sospinti da un vento che
evidentemente c'era, ma che non si sentiva sulla pelle né mandava alcun
sussurro. Uno di questi banchi, giallastro, sembrò puntare decisamente su
Jole e solo quando la investì rese manifesto il turbine di vento che lo
agitava dentro. Gli occhi di Jole si riempirono di polvere. Quando poté
aprirli di nuovo, vide davanti a sé la signora Cocullo. Irritata per quel
ritardo, Jole aprì la bocca per lamentarsi, ma la Cocullo le intimò di
tacere emettendo una specie di soffio di gatto e per un intero minuto
continuò a guardarla severamente con le sopracciglia inarcate e gli occhi
fissi e spalancati. Quindi si voltò verso l'orizzonte e cominciò a
scrutare l'oscurità. Immensa come la luna di un cartone animato,
cominciò ad alzarsi una luna calante nella quale a Jole sembrò di
distinguere, per la prima volta nella sua vita, i tratti di una faccia con
una smorfia di insoddisfazione e con la bocca semiaperta. Stagliata sul
disco lunare, che aveva un colore verdastro, sembrava muoversi una
figuretta in lontananza. La Cocullo fece segno a Jole di muoversi e
cominciarono a camminare in una direzione che proprio la luna sembrava
indicare. A un certo punto a Jole parve di sentir miagolare nel buio molti
gatti, ma ai mugolii si mescolavano strani suoni profondi come ruggiti. La
luna si stava alzando ben oltre l'orizzonte, ma la strana ombra che le si
stagliava contro sembrava seguirla e alzarsi con lei. Improvvisamente,
Jole sentì un frusciare, un calpestare e un sommesso ringhiare tutto
attorno, come se diversi cani stessero lottando, invisibili, sul prato.
Allora la Cocullo disse, indicando un punto nel buio:
"Jole, ve voje presentà a due amiche mie."
Jole guardò e, come se d'un tratto fossero state illuminate da un
riflettore, vide due donne anziane tranquillamente sedute su due grossi
pietroni. La guardavano in silenzio. Una aveva lunghissimi capelli
grigiastri che, legati a una notevole distanza dal capo, proseguivano fino
a terra. L'altra era riccia, e una foltissima massa di capelli scuri
venati di bianco le ricadeva liberamente sulle spalle.
"Queste è Teresilla", disse indicando la seconda. "E
quelle è Lucilla".
Jole sorrise debolmente, ma prima che potesse parlare, la Cocullo le
disse:
"Tocche che fate tutte quelle che ve dìcone. Esse ve vòjone bene e
ve vòjone vedé soddisfatte".
La donna chiamata Lucilla fece cenno a Jole di avvicinarsi. Quando Jole fu
a mezzo metro da lei, quella allungò le mani come a volerla accogliere in
un abbraccio. Ma era la bambola che voleva. Jole gliela porse
delicatamente, come se fosse viva, ma Lucilla non riuscì a trattenersi
dall'abbrancarla con avidità, come se si trattasse di una preda. Subito
le staccò la testa e si mise a guardare dentro il buco del collo, prima
con un occhio e poi con un altro, con crescente agitazione. A un certo
punto, in preda ad una specie di furia, si mise a staccare alla bambola
anche braccia e gambe. Poi, lanciato il tronco della bambola alla donna
chiamata Teresilla, cominciò a rotolarsi a terra come se fosse stata
morsa da una tarantola. Nell'attimo in cui Teresilla prese al volo quel
che restava della bambola, dai cinque buchi del troncone cominciò a
uscire un fumo talmente denso da sembrare quasi liquido. I cinque flussi
di fumo andarono rapidamente a confluire tutti in un unico punto, a
mezz'aria, dove formarono una figura molto simile a quella che Jole aveva
già visto nell'ampollina che la Cocullo le aveva mostrato a casa sua. La
bizzarra figura, che era molto più grande di quella vista in quella
occasione, sembrava grondare acqua; ricordava un animaletto appena uscito
dall'uovo e si sarebbe detto, dai movimenti e dai guizzi degli occhietti
neri che lanciavano rapide occhiate attorno, che stesse orientandosi per
poi scattare, da un momento all'altro, in una velocissima fuga. Ma subito
Teresilla lo afferrò per la coda che si agitava, lo tirò giù e
cominciò a divorarlo. Prima staccò un pezzo dal centro del corpo, che
così restò diviso in due, e poi si diede a divorare la parte vicina alla
testa, risparmiando solo quest'ultima, mentre Lucilla, afferrato al volo
con i denti il pezzo vicino alla coda, che Teresilla le aveva lanciato
dopo il primo morso, lo ingoiava intero, come un serpente farebbe con un
grosso topo. Mentre Lucilla, tra uno strabuzzare di occhi e un torcersi
del collo, se ne andava in giro sforzandosi di mandar giù il boccone che
ancora si agitava, Teresilla finì di strappare l'ultimo pezzo di collo e
gettò lontano la testa, facendole disegnare un'ampia parabola che si
concluse nei fitti recessi dell'oscurità. Di lì, si udì distintamente
una specie di ruggito seguito da ciancicamenti e gemiti. Poi, silenzio.
Ancora un minuto, e un osceno rutto che sembrava procedere, rotolando
all'insù, dalle viscere della terra, mise fine al pasto.
Jole, che aveva la bocca aperta e tremava dal terrore, sobbalzò quando la
signora Cocullo la tirò per una manica per attirare la sua attenzione su
qualche altro evento che evidentemente stava per accadere. Indicava
qualcosa per terra. Jole guardò, ma non riuscì a vedere nulla.
"Guardate meglie", bisbigliò la Cocullo.
Teresilla si stava avvicinando al punto indicato misurando i passi sotto
la lunga gonna che sfiorava l'erba. A un tratto si fermò e il suo piede
sinistro colpì con forza il terreno, scatenando qualche scintilla
bluastra. In quello stesso istante una bizzarra scena sotterranea si
illuminò, come se la superficie del terreno si fosse trasformata in una
lastra di cristallo sotto la quale giaceva una specie di caverna.
Sospinta dolcemente dalla Cocullo, Jole si avvicinò e guardò giù. La
scena che vide le ricordò certi disegni che illustravano una vecchia
edizione dei Viaggi di Gulliver che suo marito conservava
gelosamente: alcuni esserini alti una trentina di centimetri si muovevano
attorno a un esserino leggermente più grande di loro che scendeva da una
passerella malferma, come se sbarcasse da una nave invisibile; le fattezze
dell'omino, che era vestito con una pelle di leopardo, erano di notevole
bellezza; guardando meglio, Jole si accorse che gli esserini attorno
all'omino erano tutte donnine, che tendevano le mani verso di lui tentando
di accarezzarlo; lui però sembrava dirigersi decisamente verso una
donnina che se ne stava un po' in disparte; quando la raggiunse, la prese
tra le braccia e la sollevò in alto rigirandola come un giocattolo
affinché il suo volto fosse ben visibile a chi si trovava nel mondo di
fuori: con gli occhiali schiacciati contro gli occhi miopi e il volto
vicinissimo al terreno, Jole riconobbe nel volto della donnina quello di
sua figlia Giunta che, come un genio delle acque, le sorrideva dalle
profondità di quel mondo incantato; incredula, guardò meglio il volto,
anch'esso sorridente, del giovane, e vi riconobbe un attore americano non
molto noto, forse uno dei tanti Tarzan, senza però riuscire a ricordarne
il nome.
In quel momento si udì un forte colpo e tutto si spense nel mondo
sotterraneo: sollevando lo sguardo, Jole vide Lucilla che, inginocchiata,
teneva ancora premuto contro il terreno il pugno che evidentemente aveva
messo fine alla visione.
I lunghi capelli grigiastri, coprendo il volto della strega, ne lasciavano
intravedere solo la bocca, dalla quale uscì un violento sputo, che
andando a toccar terra illuminò nuovamente la scena sotterranea.
Questa volta alcuni esserini armeggiavano attorno a qualcosa di scuro e
massiccio. Il primo esserino che Jole riconobbe fu suo nipote Raul, il
quale sudava e sbuffava sotto il peso di una grossa leva di grandezza
naturale, molto più alta di lui ed evidentemente pesantissima; Raul
consegnò la leva a un omino più alto di lui, il quale si volse verso il
mondo di fuori sorridendo e brandendo la gigantesca leva; Jole,
riconosciutolo, gli sorrise incerta, invitandolo con un movimento del capo
a proseguire la sua operazione; Armando infilò la parte piatta della leva
in una fessura che attraversava il grosso oggetto scuro, nel quale Jole
riconobbe un forziere anch'esso di grandezza naturale; entrambi gli omini
salirono sulla leva e vi si sedettero sopra, saltando e facendo forza in
ogni modo; poi anche le due donnine, che erano Gina e Nilla, cominciarono
ad agire sulla leva aggrappandosi ad essa e tirando con tutte le loro
forze; si udì un crack che, come in certi film nei quali la
colonna sonora non è ben sincronizzata con l'azione, era sfacciatamente
sfalsato rispetto al cedimento della serratura; quando il coperchio si
ribaltò, dal forziere cominciarono a traboccare, come lava che fuoriesca
da un terreno vulcanico, monete d'oro, pietre preziose, gioielli; le
figurette cominciarono a rotolarvisi dentro, a giocarci, a lanciarseli
scherzosamente a vicenda, finché un mostruoso brontolio proveniente dalle
tenebre del mondo di fuori non spense anche questa seconda scena.
Mentre i suoi occhi si abituavano nuovamente al buio, Jole, intuìto il
senso di quelle visioni, era ansiosa di congratularsi con le tre streghe,
e ancor più di correre a raccontare ai suoi figli quanto aveva visto. In
un impeto di gratitudine, stava per abbracciare la Cocullo, che era sempre
rimasta vicino a lei, ma questa prevenne ogni sua possibile reazione
dicendole:
"Aspettate un momènte. Quante figlie tenète?"
Ferita da quell'allusione al suo terzo figlio, quello che non aveva
bisogno di niente perché era già fortunato, Jole ammise, un po'
indispettita:
"Tre, ma..."
"Tre figlie tenète", la interruppe la Cocullo. "E allore
ce vòle un pensière puramente pe le terze figlie..."
Jole si sentì attraversata da spade che le laceravano le carni e si
rigiravano in esse senza lasciarle più respiro. Poi, quando si dispose a
formulare un pensiero, seppe senza ombra di dubbio che quel pensiero si
sarebbe materializzato lì sotto i suoi occhi e avrebbe prodotto la
prossima scena del mondo sotterraneo. Lottò contro un malessere
invincibile che, dopo averle sottratto tutte le forze, andò via via
prendendo lo spessore di una vaga passione, di una tentazione. Premendo
ferocemente in lei, la tentazione si trasferì nel sangue che cominciò a
gonfiarle le arterie, facendole martellare e pulsare ogni fibra sensibile.
Infine, il suo cuore partorì un aborto di pensiero. La sua mente,
vergognandosene, si preoccupò subito di coprirlo, ma era troppo tardi. La
terra cominciò a tremare e il ruggito già udito prima questa volta
irruppe assordante come il grido di una belva sul punto di attaccare.
Dalla zona buia verso la quale era stata lanciata la testa dell'esserino
uscito dalla bambola cominciò a emergere una figura che Jole associò
immediatamente alla luna vista sorgere poco prima: era l'essere più
grasso che avesse mai visto; poteva pesare duecento chili, o forse di
più; era femmina, lo si capiva dall'abbigliamento, ma le parti di quel
corpo mostruoso si confondevano tutte in un'unica massa traballante che,
avanzando, mandava un rumore liquido e gorgogliante, come se quel corpo
fosse una immensa borsa calda a forma di palla.
"Signora Jole, ve voje presentà a un'antra amiche mie. È Zagleide.
Anche lei ve vòle bene e vòle che stasere tornate a casa contente. Ve
vòle dà de più de quelle che voi chiedète. Approfittàtevene. Stasere
c'è la lune che ce piace a lei. Quanne è così lei è de bonumòre. È
generose. Approfittàtevene."
Mentre Jole rifletteva sul fatto che la faccia di quella donna immensa
aveva la stessa smorfia di frustrazione della luna calante, Zagleide si
girò lentamente su se stessa, piegò leggermente le ginocchia faticando
per mantenere l'equilibrio e poi, orientando l'enorme deretano verso un
certo punto del terreno, cominciò ad emettere una scoreggia il cui tono
possente era più basso della più bassa nota di organo che Jole avesse
mai udito. Mentre l'aria si appestava divenendo quasi irrespirabile, la
scena sotterranea si illuminò di nuovo.
Stavolta Jole vide alcune figurette vestite di nero che giravano attorno a
una bara. Questa, pur non essendo di dimensioni reali, era tuttavia un po'
troppo grande rispetto alle figurette che la attorniavano. C'erano tre
uomini e due donne. Il primo che riconobbe dall'andatura un po'
claudicante fu suo marito, la cui figura, pur ingobbita e scossa dai
sussulti del pianto, manteneva tutta la sua dignità. Guardando la donna
accanto a lui, riconobbe se stessa e si stupì nel vedersi straziata da un
dolore isterico e inconsolabile. Poi vide Armando che, in modo del tutto
incongruo con quella scena, si toglieva l'inverosimile bombetta che aveva
in testa e cominciava a palleggiarci come con un pallone. Quindi riconobbe
Giunta impegnata nell'atto prosaico di mettersi le dita nel naso, tra uno
sbadiglio e un altro. L'ultima figuretta, maschile, era di spalle, ma
quando Jole posò su di essa lo sguardo si girò, rivelando il volto di
Mario, che le puntò gli occhi addosso con un sorriso enigmatico. Chi
c'era nella bara? Come se la sua domanda fosse stata ascoltata dal
misterioso regista di quel film, la bara cominciò lentamente a
scoperchiarsi. Le figurette scomparvero, come se fossero state risucchiate
e assorbite dalle pareti della caverna. Il coperchio scivolò a terra
provocando un rumore spropositato, la cui eco rimbombò a lungo mentre
Jole scrutava nei recessi della bara, aperta e vuota.
Allora la scena si allungò e si stiracchiò tutta come se quel mondo là
sotto fosse di gomma. Una specie di corridoio fiocamente illuminato si
aprì su una parete della caverna e Jole vide che da quel corridoio stava
arrivando qualcuno. Era un omino dall'aria smarrita che camminava con
passo incerto. A parte qualche brandello di quello che doveva essere stato
un indumento, il torso era nudo; portava dei calzoni a mezza gamba color
cachi, anch'essi ridotti a brandelli, e in testa aveva un fazzoletto
annodato ai quattro angoli, come per proteggersi dal sole. In mano teneva
una baionetta. Jole restò folgorata. Era suo figlio Antonio. Fece per
gridare ma la Cocullo la abbrancò e le premette una mano sulla bocca.
Antonio arrivò accanto alla bara e vi gettò un'occhiata dentro. Poi
guardò in alto e riconobbe sua madre. In quel momento le pareti della
bara si aprirono e caddero a terra senza alcun rumore, sollevando una gran
nuvola di polvere. Antonio allora prese lo slancio e scagliò con tutta la
forza la baionetta verso l'alto. Istintivamente Jole si tirò indietro
proteggendosi il volto e scivolò su un fianco cadendo a terra. In quel
momento Zagleide emise un profondo ruggito e la scena sotterranea si
spense definitivamente.
Jole restò qualche attimo fuori conoscenza, ma l'odore penetrante
dell'erba e il calore della terra umida sotto la guancia la fecero tornare
in sé in pochi istanti. Accanto a lei c'era una grossa baionetta. Le
quattro streghe erano tutte chinate su di lei e la guardavano
inespressive. Attraversata dal ricordo della visione, Jole ebbe l'impulso
di aggrapparsi alla Cocullo, si arrampicò letteralmente su di lei fino a
recuperare la posizione eretta e la abbracciò, cominciando a
singhiozzare.
"Signora Cocullo, ma che vuol dire? È vivo? Sta tornando a casa dopo
tutti questi anni? Oppure è tutta un'illusione? Perché l'ho visto?"
"L'avete viste pereché Zagleide è bona, e ve vòle fa' un regale.
Teresilla se sta a preoccupà de Giunte, Lucilla pensa a Armande e
Zagleide, che non se ne vòle sta co' le manimmano, ha voluto preoccupasse
dele terze figlie..."
"Allora riavrò mio figlio?", gridò Jole con gli occhi di fuori
dalle orbite.
"Un momente... Aspettate un momente... Fa tornà vostre figlie da
dove se trova adèsse è na cose complicate. Non baste mica quel poche d'Agnisdè
che ce stave nella bambole... Qua ce vòle altre..."
"Che volete: soldi? Vi darò tutto quello che ho, e se ne volete
altri, mi vendo la casa e ogni più piccola cosa che possiedo. Quanto
volete?"
"Le solde non fanne la felicità, cara mie... Qua ce vòle altre.
Sentite un po': che siete disposte a ffa' pe’ riavé vostre
figlie?"
"Tutto!"
"E allore dovete fa' tutte quelle che ve ordina Zagleide. Tutte!
Sennò è finite pe’ sempre..."
"Farò tutto quello che Zagleide vorrà", dichiarò solennemente
Jole chiudendo gli occhi. Appena li riaprì vide che dal buio più fitto
stava emergendo una figura: era un bambino di cinque o sei anni, coperto
da un lenzuolo bianco. Come un fidanzatino, teneva per mano la bambola
bionda che lei stessa aveva regalato a Lucia...
"Pure 'sta bàmbole qui ha funzionate. Cià portate qua 'sto fior
fiore de Suppliziatèllo...", ridacchiò la Cocullo, mentre Zagleide
mandava ringhi sommessi, denunciando una crescente eccitazione.
Jole, con gli occhi in fiamme per l'emozione e il terrore, disse:
"Ma come è possibile? Quella è una bambola normalissima che ho
comprato io ai grandi magazzini..."
"Le magie no le fanno mica sole le strèghe... Le più grosse
miràcole le fa l'invidie..."
Zagleide mandò una specie di guaito per attirare l'attenzione di Jole.
Questa, guardandola, si accorse che Teresilla e Lucilla le avevano messo
due legacci attorno al corpo enorme, e la trattenevano come se fosse un
cane affamato. Zagleide indicò a Jole la baionetta che giaceva a terra e
con l’altra mano simulò l'inequivocabile gesto del taglio della testa,
mentre la Cocullo le indicava il bambino.
Jole, sempre più inorridita, fece un passo indietro e disse:
"Ma è atroce".
"Hai promesso di fare la volontà di Zagleide...", dissero
all'unisono Teresilla e Lucilla, parlando per la prima volta. Le loro voci
erano dolci e incantatrici, come quelle delle sirene.
"Ma... Quel bambino è..."
"... Sangue di nemico... Da lì viene la Fortuna...", la
incalzarono sempre in coro le due streghe.
"Ma... Perché proprio lui? Perché... non... sua..."
"Sue madre?", intervenne la Cocullo. "E che differenze c’è?
Pure sue madre tiène ne bambine nella pànze. Pereché quelle ha da morì
e queste no?".
"E se..."
"Vuoe fa' morì a tuo figlie? E poe, te ritrovi co' quella che t'è
nemiche, pure vèdove, e te tocca occupatte de lei e deli due ragazzine.
Sa' che divertimènte..."
"Ma... non c'è un altro modo?"
"No: non c'è un altro modo", risposero con voce canora
Teresilla e Lucilla. "La Fortuna passa dal sangue di chi ce l'ha al
sangue di chi non ce l'ha".
Jole era schiantata. I ringhi e i guaiti di Zagleide si andavano facendo
sempre più aggressivi ed erano diretti più contro di lei che contro il
bambino incappucciato.
"E... se non lo faccio?"
Un coro al quale partecipò stavolta anche la Cocullo rispose:
"Non ci sarà niente per nessuno... Né il marito per Giunta, né la
ricchezza per Armando né la vita per Antonio... Niente... Per
nessuno..."
Jole si inginocchiò piangendo e tra i singhiozzi gridò:
"Fatelo voi... Vi supplico. Io me ne vado. Non voglio sapere quello
che fate".
Per tutta risposta, Zagleide, sbuffando come un toro, con un balzo
strappò di mano alle due streghe i capi dei legacci e si buttò a terra a
raccogliere la baionetta. Poi rotolò su se stessa e dondolando sulla
schiena come una tartaruga rovesciata, porse l'arma a Jole, che se la
ritrovò in mano.
Allora, la signora Cocullo le si avvicinò, le mise affettuosamente un
braccio attorno alle spalle e le sussurrò in un orecchio:
"Tante quèllo mòre lo stèsse: è malate..."
"Malato?"
"Co' tutte l'Agnisdè che j'hanne levàte le bàmbole, quanto volète
che vive?"
Una forza torbida si impadronì di Jole, infuocandole gli occhi e
facendole vibrare e tendere ogni muscolo. Con il gesto isterico di chi
vuol farla finita, serrò la mano attorno al manico dell'arma tanto
strettamente quanto le palpebre contro gli occhi e cominciò a vibrare
alla cieca colpi su colpi, finché l'urlo delle streghe non le indicò che
l'atto era compiuto.
Mentre, con gli occhi ancora chiusi, correva verso una direzione che
poteva essere quella della sua casa, le parve di sentire le urla di
piacere delle streghe mutarsi, nel loro parossismo, in grida di terrore,
mentre nei timpani che le martellavano rimbombava il suono greve dei
risucchi e dei trangugiamenti che si lasciava dietro.
V
I primi a mettersi alla ricerca delle belve fuggite
furono gli stessi proprietari del "Grande Circo Uigliams". Si
chiamavano Vito e Albino Mastronzi, ma avevano scelto di darsi un cognome
straniero perché ritenevano il loro poco adatto a due "domatori di
belve cattive", come recitava la scritta che si poteva leggere sulla
locandina del circo abbellita dalle loro foto. Una lunga disputa era sorta
tra i fratelli sulla esatta grafia di quel nome. Alla fine l'aveva
spuntata Albino, il quale sosteneva che il gruppo "gl" premiasse
meglio della doppia "l" il suono originale americano che
entrambi avevano udito pronunciare da piccoli, quando il padre frequentava
un vecchio campione di rodeo che portava quel cognome e che
sosteneva di essere stato amico del leggendario Buffalo Bill. Vito, nella
foto, esibiva un vistoso vuoto centrale nella dentatura, da tutti
attribuito alla penna di qualche ragazzino imbrattamuri ma, invece,
assolutamente autentico. Albino, che i denti li aveva tutti, riusciva
comunque a mettere in imbarazzo lo spettatore rendendo merito perfino in
fotografia alla propria capigliatura posticcia, che esibiva in primo piano
relegando il resto della faccia in uno scorcio grottesco, dal quale gli
occhi guardavano di sotto in su.
L'allarme era scattato all'alba, quando si era scoperto che la gabbia
delle belve feroci era stata colpevolmente lasciata incustodita da
Clemente, il guardiano, impegnato a sperimentare, in una osteria vicina,
un miscuglio di birra e gazzosa sbilanciato nettamente verso il primo
ingrediente. La necessità di sorvegliare la gabbia era dovuta al fatto
che la serratura era arrugginita e, in caso di improvvisi accessi di
rabbia - peraltro assai improbabili - da parte delle bestie, avrebbe
potuto cedere. La gabbia ospitava due tigri bengaliche, un maschio e una
femmina, quasi ventenni, che avevano ormai imparato tutte le malizie del
loro mestiere e riservavano le loro magre energie esclusivamente agli
spettacoli, per poi starsene beate a dormire o a guardarsi negli occhi,
come una coppia di vecchi innamorati, durante le lunghe ore di gabbia.
Sàndrokan e Mariella (questi erano gli infelici nomi che i garbugli
mnemonici dei fratelli Uigliams/Mastronzi avevano assegnato alle due
ignare fiere) costituivano la principale attrazione del circo, che poteva
contare, a parte loro, su quattro cavalli arabi (in realtà, due ciociari,
un maremmano e un sardo), due scimpanzè africani nati in cattività, due
orsi montenegrini e un coccodrillo meccanico a grandezza naturale che, in
una vasca d'acqua, apriva e chiudeva la bocca ingoiando i pesci di gomma
che le scimmie gli lanciavano. Lo spettacolo si avvaleva anche
dell'apporto di un'orchestrina di quattro elementi e di tre clown, due
uomini e una donna, che a turno si trasformavano nel giocoliere, nel
prestigiatore e nella cantante, mentre sul trapezio volteggiava un
manichino-prenditore che, a testa in giù, tendeva le braccia irrigidite a
un'avvenente trapezista seminuda (anch'essa finta) con la quale finiva
invece per scontrarsi comicamente alla fine di ogni parabola.
Il Grande Circo Uigliams era solito rizzare il suo tendone in quartieri
periferici e il Pratone era una delle tappe annuali obbligate nel suo
girovagare. A meno che nella zona non girasse il loro principale
concorrente, il circo "Gionson", che rispetto a quello Uigliams
poteva vantare addirittura un leone e due trapezisti veri.
Quando avvenne il fatto, il circo Uigliams si era appena sistemato sul suo
solito spiazzo a un centinaio di metri dai primi palazzoni che si
affacciavano sul Pratone e si preparava al debutto della sera dopo.
Armati di fruste, reti e corde, Vito, Albino, Clemente e Jimmy il
clown-giocoliere si misero alla ricerca alle prime luci dell'alba, mentre
in lontananza già si sentivano urlare le sirene delle prime camionette
dei carabinieri, avvertiti da uno degli orchestrali contro il parere dei
proprietari.
Dato che il Pratone era una distesa d'erba bassa quasi uniforme, le tracce
sulla terra erano molto vaghe, ma Vito e Albino le seguivano con una certa
sicurezza. A un certo punto, in mezzo a un banco di nebbia, il gruppo
scorse quello che a prima vista sembrava un piccolo accampamento. C'erano
come dei grossi fagotti in terra e alcune spirali di fumo si alzavano
lentamente, come se lì si fosse spento da poco un falò. Si stavano
avvicinando senza particolari cautele quando un ringhiare sommesso li
inchiodò sul posto. Solo allora cominciò a svelarsi ai loro occhi un
impensabile macello di membra umane fumanti. Lo spettacolo che si andava
disegnando dinanzi a loro non pareva affatto il risultato di uno
sbranamento, ma quello di una esplosione dopo la quale qualcuno avesse
ammonticchiato quel che restava dei corpi dilaniati in quattro mucchi.
Pochi metri oltre lo scempio, si delineavano nella nebbia le figure di
Sàndrokan e Mariella. Entrambi ringhiavano sommessamente fissando gli
uomini. Albino, sotto shock, fece per avanzare verso di loro senza
precauzioni, ma un ruggito all'unisono lo respinse senza appello. Fu Vito
allora a tentare di accostarsi alle due tigri. Vi riuscì quel tanto che
bastava per vedere che esse erano disposte fronte contro fronte e coda
contro coda, con i corpi che curvavano lungo i fianchi divenendo due
semicerchi di un unico anello, all'interno del quale c'era qualcosa che
evidentemente stavano proteggendo. Tra un ringhiare e un ansimare sempre
più minacciosi, Vito riuscì ad accostarsi di un altro mezzo metro, fino
a riconoscere tra loro una piccola figura umana avvolta in un lenzuolo
bianco.
In quel momento si udì il rombo delle campagnole dei carabinieri che si
avvicinavano. Alla vista dei militari che imbracciavano i fucili, Vito e
Albino compresero che quella sarebbe stata la fine delle loro tigri.
Allora si guardarono negli occhi, lasciarono cadere le fruste, misero mano
alle reti e si lanciarono in una zuffa disperata con le loro orgogliose
belve. In un concerto di urla umane e belluine, i carabinieri videro gli
uomini rotolare con le belve, finché queste non furono ridotte a un'unica
massa furiosa attorno alla quale si stringevano le reti e le corde. Mentre
gli altri prestavano i primi soccorsi ai domatori contusi e sanguinanti,
un giovane sottotenente andò a sollevare il lembo del lenzuolo, che qua e
là era macchiato di sangue. Sotto, c'era un bambino di cinque o sei anni
che dormiva.
L'inchiesta non chiarì granché. Le quattro persone
(probabilmente tutte di sesso femminile) che erano state smembrate dalle
tigri non vennero identificate. I loro corpi erano assolutamente
irriconoscibili, anche perché, oltre a essere stati sbranati, sembravano
bruciati e semiliquefatti da una sorta di acido del quale, però, non si
riuscì a stabilire il tipo. Il magistrato, sulla base delle perizie,
ipotizzò anche che i corpi, dopo l'assalto delle belve, fossero stati
colpiti da un fulmine; ma le condizioni meteorologiche, nella notte in cui
il fatto era avvenuto, sembravano escludere categoricamente una tale
possibilità, che da sola non bastava, peraltro, a spiegare il principio
di liquefazione riscontrato nei corpi. Non restava che l'ipotesi di una
aspersione di acido successiva allo smembramento; ma chi, dopo un assalto
di tigri costato la vita a quattro persone, si sarebbe messo, con le belve
ancora lì presenti, a gettare acido sui corpi delle vittime? Anche la
presenza del bambino in quel luogo non ebbe una spiegazione convincente.
L'indagine svolta dai carabinieri stabilì che il bambino quella notte si
trovava solo in casa con la nonna materna, perché la mamma era in clinica
a partorire e il papà, naturalmente, era con lei; secondo i carabinieri
le donne, probabilmente delle zingare, si erano introdotte in casa e
avevano rapito il bambino, forse con l'intenzione di chiedere un riscatto;
la nonna, quasi sorda, non aveva sentito nulla e solo la mattina dopo,
trovando il lettino del bambino vuoto e la porta di casa aperta, aveva
dato l'allarme; il bambino era stato portato dalle zingare al Pratone, ai
margini del quale vi erano alcuni accampamenti di nomadi presso i quali le
rapitrici avrebbero potuto facilmente trovare protezione; mentre si
dirigevano verso uno di questi accampamenti, erano state aggredite e
uccise dalle belve.
Tra i numerosi interrogatori svolti dai carabinieri, quello della nonna
paterna del bambino aveva suscitato notevole sconcerto: la donna, infatti,
sconvolta ai limiti dell'isteria, non aveva fatto altro che tentare di
scagionarsi da un'accusa che ovviamente nessuno si era lontanamente
sognato di muoverle e aveva continuato a insistere su una sua presenza in
casa - che ovviamente nessuno aveva mai messo in dubbio - al momento dei
fatti. Presenza che tra l'altro era confermata dalla testimonianza della
figlia ma non da quella del marito, il quale si era chiuso in un mutismo
torvo e si era limitato a sottolineare il fatto che, avendo l'abitudine di
dormire in una camera da solo, non era in grado di dire se la moglie
avesse passato la notte in casa oppure no. Lo strano atteggiamento della
donna, tuttavia, fu ritenuto frutto di un sistema nervoso scosso ai limiti
del collasso, e proprio per questo si ritenne di non insistere con gli
interrogatori.
Le condizioni fisiche del bambino erano subito apparse abbastanza
rassicuranti. Al momento del ritrovamento era privo di sensi e presentava
alcune ferite sulla parte destra del cranio, sulla spalla destra e sul
fianco destro, sicuramente inferte con una baionetta che era stata
ritrovata in terra, anch'essa semibruciata, sul luogo del massacro.
L'esame delle ferite escluse categoricamente che potessero essere state
provocate dalle belve, il comportamento delle quali era stato peraltro
assolutamente imprevedibile: esse, infatti, non erano state affatto
attratte dal sangue che doveva essere uscito copiosamente dalle ferite del
bambino, ma si erano invece accanite con una furia inspiegabile contro le
quattro donne. Ma la cosa più sorprendente era che, appena finito lo
scempio, esse si fossero dedicate con tanta tenerezza alla cura del
piccolo, che era ferito e svenuto, scaldandolo con i loro corpi e
leccandogli le ferite fino fermare l'emorragia, per poi ripulirle a fondo.
Quando, dopo una decina di giorni, il bambino venne dimesso dalla clinica
(la stessa dove la madre aveva dato alla luce la sua sorellina), sembrava
aver rimosso completamente dalla memoria l'episodio. La sua testimonianza,
perciò, non risultò di nessun aiuto in un'inchiesta già così priva di
elementi chiarificatori.
VI
Michelino si svegliò all'alba tutto sudato e con
dentro la gioia di non dover indossare mai più quel grembiule nero che
gli era sempre sembrato un segno di lutto. La febbre gli era passata. Il
ricordo delle Notti dei Misteri si era spento in un sogno impreciso a
metà della notte, ma adesso non aveva più alcuna curiosità di
ricostruire quegli eventi così incerti e oscuri.
Spinto da una sorta di presentimento, si alzò, facendo bene attenzione a
non svegliare sua sorella che dormiva placidamente stringendo tra le
braccia uno dei suoi due inseparabili tigrotti di pelouche.
L'altro, il tigrotto guercio, che durante la notte era sfuggito alla presa
di Benedetta, era caduto in piedi e ora lo guardava dall'unico occhio con
un'aria stupefatta e compiaciuta, come per incoraggiarlo a portare a
termine quell'azione che l'istinto gli stava suggerendo.
In punta di piedi Michelino arrivò fino alla porta del salotto, che
trovò stranamente chiusa a chiave. Si guardò attorno e si ricordò del
nascondiglio riservato a quella chiave per le notti di Natale, quando lui
e Benedetta si alzavano per andare a vedere i regali prima del tempo. Il
carillon sulla mensola mandò una specie di belato quando Michelino,
facendo bene attenzione a bloccare la chiavetta del meccanismo, lo aprì
per estrarne la chiave nascosta. Aprì la porta del salotto senza fare
alcun rumore. Se ci fosse stato l'albero, sarebbe davvero sembrato Natale,
perché accanto al caminetto c'erano alcuni pacchetti di diverse forme e
dimensioni avvolti in carta sgargiante. La curiosità di scoprire che cosa
i genitori e i parenti gli avessero regalato per la promozione era
stranamente offuscata da un'altra sensazione, meno giocosa ma non meno
emozionante. Seguì quella sensazione e si ritrovò tra le mani un
pacchetto piuttosto grosso, di forma cubica, abbastanza pesante. Nel
soppesarlo tremò, ma subito sentì salire dal profondo una forza
assoluta, che annullava ogni paura, ogni debolezza, ogni incertezza. Il
bigliettino attaccato al nastro, nella penombra, lanciava il suo messaggio
quasi illeggibile. Ma Michelino non volle leggere la firma.
Con grande delicatezza e senza alcun rumore cominciò a spingere una
poltrona fino a portarla sotto la finestra, che aveva le persiane aperte e
i vetri socchiusi. Salì sulla poltrona e aprì lentamente i vetri. Si
sporse leggermente per vedere la scena sottostante: il cortile era vuoto,
semibuio e silenzioso. Prese il regalo e lo tenne sospeso a lungo nel
vuoto. Attese fino a quando non sentì nuovamente affiorare quella
sensazione di forza primordiale. Senza rendersene conto, cominciò a
digrignare i denti, mentre una specie di rantolo rabbioso gli saliva da
dentro.
"Vattene via, lurida bestia immonda", ringhiò tra i denti.
Poi, con i muscoli che sembrava gli scoppiassero dalla tensione, sentì la
bocca aprirglisi come una immensa voragine, e mentre dalle profondità del
suo essere usciva un profondo ruggito di belva, lasciò cadere nel vuoto
il regalo.
Quando il pacco si schiantò al suolo, gli parve di vederne uscire una
quantità di bisce, salamandre, ramarri, camaleonti e altri rettili
guizzanti che la scatola non sarebbe mai stata capace di contenere. Ed
essi, arrotolati gli uni agli altri, si gettavano nelle fessure della
griglia di un tombino, scomparendo alla vista.