Centro AntiVampiri - La Forza-Vampiro, l'Elemento S e la Forza-AntiVampiro

 

IL FLAGELLO DELL'USURPAZIONE

I Vampiri dei racconti presentati in questa sezione sono Vampiri usurpatori. Naturalmente anch’essi attingono a tutto il vasto repertorio delle tecniche vampiriche, ma si caratterizzano per la tendenza a realizzare i loro attacchi attraverso la rapina di qualcosa di importante che appartiene alle vittime. Può trattarsi di affetti, come nel caso del primo racconto, Angelo, oppure di beni ritenuti preziosi o commercialmente remunerativi, come nel caso del racconto successivo, La riunione. L’usurpazione, naturalmente, si accompagna ad altre azioni terroristiche tendenti a umiliare la dignità delle vittime, a minarne la serenità, a danneggiarne l’attendibilità personale e la credibilità sociale. Tuttavia, il vero, sublime piacere vampirico di queste operazioni sta nel mettere le mani su beni, affettivi o intellettuali, che erano stati coltivati o creati da altri, in una prospettiva di appropriazione che in certi casi può condurre le vittime alla disperazione (come avviene nella prima storia) e in altri svolge la funzione di allontanarle comunque dalla scena (come avviene nella seconda). Se è vero che in entrambe le storie l’operazione riesce perfettamente, nella seconda storia il danno maggiore lo subiranno proprio i Vampiri, i quali avevano sottovalutato l’autorità della vittima e ignorato le qualità che la rendevano davvero unica e insostituibile. I personaggi più squallidi, in entrambe le storie, sono gli alleati di guerra dei Vampiri, i quali, in cambio di doni senza valore, sono capaci di calpestare le persone migliori e farsi complici di ignobili atti di pirateria.

 

Scheda vampirica della storia n. 5

La Vittima: Ivan, calciatore dilettante, neo-acquisto della Robur-Tibur
Il Vampiro
: Angelo, calciatore dilettante, capitano della Robur-Tibur
L’ AntiVampiro
: Giulio, allenatore della Robur-Tibur
Vittime secondarie del Vampiro
: Marisella (fidanzata di Angelo), Livia (fidanzata di Ivan), Giulio
Alleati del Vampiro
: compagni di squadra, pubblico della squadra
Antivampiri pentiti
: Savio, Peppe, Gino, Zaccaria (compagni di squadra)
Sintomi della Vittima
: perdita di contatto con i sentimenti, azioni irrazionali e autolesioniste; pietà per i vizi del Vampiro; senso di colpa nei confronti del Vampiro
Qualità mitiche del Vampiro
: ignoranza, produzione di linguaggio con originali storpiature dialettali; estrazione proletaria [falsa qualità]
Arma sociale del Vampiro
: pregiudizio; solidarietà [pietà] dei compagni di squadra e del pubblico
Tesi vampirica per l’aggressione
: la Vittima è un figlio di papà, un privilegiato, uno sci-sci (chic)
Principale modalità di aggressione alla Vittima
: usurpazione degli affetti (prima Livia, poi Marisella)
Modalità secondaria di aggressione alla Vittima
: negazione della dignità, discredito sociale
Antitesi al Vampiro
: allontanamento del Vampiro dalla squadra [antitesi fallita]
Modalità di aggressione all’AntiVampiro
: atti di intimidazione, ricorso a mezzi criminali

 

Storia n. 5

ANGELO
(New: versione integrale)

I

Angelo aveva i capelli castani e ricci, la carnagione scura, le spalle larghe e un bel torace. Quando qualcuno, un po’ per scherzare e un po’ per compiacerlo, lo chiamava "fustaccio", la faccia gli si raggrinziva in un mezzo sorriso compiaciuto, con un angolo della grossa bocca carnosa che si tirava tutto su e gli occhi color cannella che scintillavano fanciullescamente sotto le palpebre semichiuse. Nel complesso, era una smorfia spaventosa quella che gli deformava il viso quando sorrideva, ma nessuno se ne accorgeva. Solo quando la smorfia rimase stampata in una foto-ricordo della squadra (caso unico, perché Angelo non sorrideva mai nelle foto pre-partita), qualcuno osò dire, dopo un attimo di silenzio imbarazzato, e in sua presenza: "Guarda Angelo che faccia...". La battuta cadde nel vuoto assoluto, ma proprio quando stava per scoppiare nelle mani di chi - violando un tabù mai ufficialmente assurto a dogma ma a tutti segretamente noto - l’aveva detta, Giulio, il Mister, se ne uscì con una controbattuta magistrale, da vero psicologo di gruppo: "E allora? Mejo così. Vor dì che i portieri se ‘mbriacano de risate quanno ‘o guardano ‘n faccia: apposta segna un par de go’ a partita!". Ne seguì un’ovazione, che sembrava il giusto tributo alla battuta, ma che era un’eruzione di gioia per l’uscita da un incubo tanto breve quanto tremendo.
Nonostante la sua corporatura da difensore (e infatti nasceva come centromediano), Angelo era un trequartista, come si direbbe oggi. Una mezzala sinistra, ancora si diceva allora; ma era già improprio definire così quel ruolo, visto che l’espressione veniva mutuata dal linguaggio del "metodo", tattica di gioco che a quei tempi era in via di superamento a favore del 4-2-4. La squadra di Angelo, la Robur-Tibur, già applicava quest’ultima tattica, e Angelo era l’elemento più arretrato dell’ultimo 4, la mezzapunta, quello che assisteva l’ala tornante e soprattutto le due punte con lanci di straordinaria precisione, ricevendone in cambio una disponibilità ad allargarsi e ad attirare gli avversari su di sé per consentire a lui di inserirsi in area e segnare. Ma lui i gol era capace di farli anche senza dialogare affatto con i suoi compagni di reparto: a volte partiva da lontano, veniva preso da una specie di misterioso furore e cominciava a seminare avversari come birilli, poi, ignorando i compagni che si erano affiancati a lui in quelle travolgenti azioni, si presentava solo davanti al portiere, lo superava e metteva la palla in rete senza enfasi, quasi con timidezza; quindi, tra l’affettuosa esultanza dei compagni, rientrava nei ranghi schermendosi e guardando modestamente in basso. Un’altra specialità di Angelo era il tiro da fuori. Più preciso che forte, nell’angolino basso o all’incrocio dei pali. Il gioco di testa, invece, non era il suo forte. Del resto, lui non doveva ricevere i cross, ma farli. E la precisione dei suoi cross era quasi proverbiale.
La Robur-Tibur giocava in promozione. Angelo e i suoi compagni erano dunque a un passo dal semiprofessionismo. Ma, per ora, l’unico premio alla loro attività di calciatori era il calore del pubblico del quartiere, l’attenzione delle numerose ragazze che affollavano gli spalti del campo "Robur" ogni domenica mattina e l’ammirazione di chiunque nel quartiere si interessasse, anche minimamente, di calcio. Anzi, di pallone, come diceva Angelo. C’era chi giurava di non averlo mai sentito pronunciare la parola "calcio" in vita sua. Lui non faceva il calciatore: giocava a pallone; la Robur-Tibur non era una squadra di calcio, ma di pallone; il "Robur" era un campo di pallone; e il suo migliore amico, Saverio, era un arbitro di pallone. Ma chi supponesse di poter attribuire ciò alla sua ignoranza, si sbaglierebbe. Certo, non era propriamente un intellettuale (aveva interrotto gli studi al secondo anno delle superiori e il padre lo aveva subito piazzato nel suo negozio, un’officina specializzata nella riparazione di motori di motocicletta e nel commercio di moto e scooter usati); ma la vera ragione per la quale evitava sempre di usare i termini giusti era un’altra: lo faceva per originalità. La sua specialità era produrre linguaggio, o proporre modi di dire considerati meno chic (sci-sci, diceva lui) rispetto ad altri, o pronunciare parole straniere in modo sempre diversissimo da come le dicevano al cinema o alla televisione. Per lui un cracker non era mai un cracker ma un crec, una jeep non era mai una jeep ma una iep e un sandwich poteva diventare incredibilmente un sàmblich. Lui portava bluièans, il suo ballo preferito era il tviste, non amava il iàzze e adorava i libri e i fumetti di detèccetiv. Tuttavia, per contrasto, un impermeabile non era mai tale, ma era un trench e un frigorifero era sempre un friggidè. Naturalmente, oltre a certi personaggi della televisione (come Miche Buongiorno, Ionni Dorelli, le Sorelle Chèsserling e le favolose Bubbelgìrles), anche numerosi protagonisti della scena cinematografica hollywoodiana avevano l’onore di entrare nel neodizionario di Angelo: primi fra tutti, gli attori Garicòpere, Ionvàine, Gerilèvis e Roccùzzo (ma la pronuncia di quest’ultimo, variabile, conosceva anche un esito in Roccazzo), le attrici Marilìmmorò, Elisabbettàrio e Graccechèlli, e i registi Alferìccico e Cecillemìglia.
Quanto poi alle storpiature pseudodialettali, era un maestro insuperabile. Non che parlasse in dialetto romanesco (che già a quei tempi era ampiamente tramontato come parlata tradizionale, e ormai si limitava a sopravvivenze sporadiche come il trasteverino, il monticiano, il testaccino) o in romano (quella corruzione modernizzata del romanesco che, cresciuta nei quartieri periferici e divenuta segno di identificazione di classe, si era ormai estesa a quasi tutto il tessuto cittadino). No: lui parlava, con accento romano, un discreto italiano. Solo che riusciva a distribuire qua e là, nella sua parlata, singole parole storpiate ad arte che, proprio per il fatto di giungere sempre improvvise e inattese, colpivano la fantasia popolare, attirando un’entusiastica attenzione e stimolando processi imitativi. Riuscire a entrare nelle pieghe delle regole terminologiche e fonetiche di Angelo diventava così una specie di esercizio di iniziazione, e arrivare ad arricchire il proprio vocabolario di parole tipiche del suo gergo era un segno distintivo di appartenenza a un circolo privilegiato. Così i più impegnati estimatori della materia angeliana fumavano solo sigherette, commentavano i fatti della politica impegnandosi in animate discusioni e – ovviamente - alla màghina preferivano lo scòtere. I loro film preferiti erano, fuor di ogni dubbio, quelli di covve-boi e indiani, ma non disdegnavano affatto certi buoni film de chiesa (e I dieci comandamenti era considerato uno di questi, con grave imbarazzo di Zaccaria, mediano di religione ebraica, che si obbligava in questo modo a definire Mosè un personaggio, appunto, de chiesa); ovviamente era 00buona norma vedere i film dal comincio, ma, nell’impossibilità di farlo, ci si adattava anche a vederli dal continuo. La pizza (rigorosamente al pommodoro), poteva essere consumata, a seconda delle circostanze, scallata o senza scallalla (ma quest’ultima espressione, dopo un periodo di gran voga, decadde da quando un pizzettaio che non l’aveva compresa si era candidamente rivolto ad Angelo, in pubblico, dicendogli: "Aho’, ma che parli arabo?"). Ma si trattò di un fatto episodico. Il microfano con cui, prima della partita, venivano annunciati i nomi dei calciatori schierati in campo, il semafero dopo il quale si doveva girare a destra per imboccare la strada del campo di pallone, i due pullmi che occorreva prendere per andare in centro e i tranvi che portavano ai Castelli rimasero scolpiti nella memoria e nel linguaggio di chiunque tenesse all’amicizia di Angelo. Così come il fatto che il suo amico arbitro, Saverio, fosse stato un po’ discriminato dalla federazione perché communista.
E quale sottile piacere nel sentirlo affermare che sotto il parafango della sua moto si era formata, anziché la ruggine, la rùzzine. Ma il piacere si tramutava in delizia quando, la volta dopo, il suo interlocutore - con timido orgoglio e solo per dimostrare ad Angelo di aver assimilato la lezione - azzardava una domanda sulla rùzzine del parafango e si sentiva rispondere che la rùzzune non c’era più, perché ci aveva passato sopra una mano di vernice speciale. La rùzzune, non più la rùzzine! Il termine era già mutato, si era evoluto verso una forma ancor più raffinata, e la parola che prima sembrava nuova fiammante appariva ora frusta e superata. E quel rigido materasso dell’albergo dove avevano alloggiato durante una delle loro più remote trasferte (in Sardegna, a Nuòro) per un’amichevole? Era stato prima un materaso, poi un materazzo e infine un matarazzo! Angelo aveva superato se stesso in quell’occasione e si organizzarono perfino scommesse sui possibili ulteriori esiti di quel termine, che però mancarono. Ma quel viaggio si concluse ugualmente con un’ulteriore, importante acquisizione per i suoi estimatori. Infatti, quando qualcuno, durante la cena di commiato, gli chiese che molluschi potessero essere quelli che erano stati serviti loro in un succulento guazzetto, lui rispose, dopo aver meditato quasi un minuto: "Dovrebb’essero polipi".

Angelo aveva una fidanzata. Marisella. Quando li si vedeva girare per il quartiere nelle radiose mattinate di periferia, stavano tutti avvinghiati e abbarbicati l’uno all’altra. Mai mano nella mano. Trovavano soluzioni ingegnosissime, e apparentemente scomodissime, per avvolgersi nei loro complicati abbracci; una delle posizioni classiche (la posizione X, la chiamavano le amiche di Marisella) prevedeva che lui - stando alla sinistra di lei - le passasse, da dietro, il braccio destro attorno alla vita fino a raggiungere una parte molto avanzata e bassa del fianco di lei, ai limiti dell’inguine, e che lei tenesse quella stessa mano destra di lui con la sua sinistra, mentre la sinistra di lui era impegnata a cingerle la vita passando dal davanti per ricongiungersi e intrecciarsi con la mano destra che lei gli porgeva in modo retroverso, tanto da ritrovarsi con il gomito destro tutto sporto in avanti, come un delinquente appena arrestato e condotto via dai carabinieri dopo averli costretti, con le sue resistenze, a storcergli il braccio ai limiti della slogatura. Marisella aveva un bel viso, un sorriso stampato e un seno molto (secondo alcuni troppo) prosperoso per la sua età.

 

II

Ivan giunse nel quartiere un martedì pomeriggio. Di marzo, con gli alberi di mandorlo del viale che conduceva al campo già grondanti di fiori pronti a dar frutto. Si presentò a Giulio, che lo fece subito scendere in campo per una sgambatura. Qualche giro di campo, qualche movimento senza palla, scatto, elevazione, corsa indietro e laterale. Aveva stile, si muoveva bene. Era longilineo, ma lo scatto non ne risentiva affatto. Questo parte da fermo a nove metri al secondo, pensò Giulio. Poi si lanciarono la palla con le mani. Il colpo d’occhio era buono. Freddezza. Vera o falsa? Vediamolo con la palla al piede, decise Giulio. Per prima cosa fece la solita prova anomala che faceva con le punte: subito il tiro da fermo, con lui in porta. Dal dischetto, cinque su cinque. Tirava forte e preciso. Dal limite, tre su cinque, ma i due mancati si erano stampati uno sulla traversa e uno sul palo. Tornò ai rigori, ma stavolta, mentre Ivan prendeva la rincorsa, gli urlò: "Tira stronzo!". Ivan si bloccò per un attimo, sgranò un po’ gli occhi, poi in una frazione di secondo si riprese e gli sparò contro una palla centrale che quasi gli ruppe una mano, prima di entrare in rete. Nuovo rigore. Stavolta Giulio gli urlò "Tira frocetto" e la palla, lentissima, si perse un metro sul fondo alla destra della porta. Giulio si avvicinò a Ivan e gli disse: "Scusa. In allenamento e in partita, co’ l’altri presenti, non te le dico più, quele parole. Adesso te dovevo capì". Poi gli fece una serie di cross alti, prima di mano e poi di piede. Aveva una elevazione inverosimile e colpiva la palla con la fronte piena, sempre in modo secco e deciso, con quel collo lungo tutto irrigidito. "Mal di testa?", gli chiese alla fine. "No.", rispose Ivan. Non volle neanche vedere che tocco di palla avesse. Quello lì avrebbe segnato tanti gol in casa. In trasferta, era da vedere.

Ivan sostituiva all’ala sinistra Santino, che si era trasferito con la famiglia al nord. A segnalarlo a Giulio era stato un certo Fiocco, uno dei manager più attivi nel campo dei trasferimenti tra le categorie dilettantistiche della regione. Ivan fu accolto da tutti con una simpatia prudente. Lui era cordiale ma parlava poco, come Angelo. Sembrava anche modesto, come Angelo. E presto si scoprì che era anche generoso, in campo, come Angelo. E sempre corretto, come Angelo. E che segnava tanti gol, come Angelo. A parte la diversità del loro impiego tattico, le cose per le quali si differenziava maggiormente da Angelo erano tre: i capelli lisci portati a zazzera, l’iscrizione al secondo anno della facoltà di Scienze Politiche (con sei esami già sostenuti) e un italiano da lettore del telegiornale.
Ivan inaugurò la sua carriera di titolare nella Robur-Tibur segnando la doppietta con cui, la prima domenica di aprile, la squadra batté in casa la San Cesareo. Un gol di testa su calcio d’angolo nel primo tempo e un gran destro rasoterra nel finale. Ivan segnava con naturalezza e quasi non esultava, come Angelo. Al primo gol Angelo si incamminò lentamente ad abbracciarlo con un solo braccio, facendo con lui qualche passo verso il centrocampo, come faceva quasi sempre con i compagni marcatori. Al secondo gol si limitò a una stretta di mano. Quando, nella partita successiva, sul campo della Armati-pro-Norma, Ivan siglò un gol strepitoso, anticipando con un tuffo di testa sia l’avversario sia lo stesso Angelo, che era piazzato qualche metro più in là e pronto a tirare al volo di piede, quest’ultimo si allontanò verso il centro del campo senza complimentarsi affatto con lui. Nello spogliatoio, dopo la partita, c’era un clima gelido, come se, anziché aver vinto per 1-0 in trasferta, la Robur-Tibur fosse incappata nella più umiliante delle sconfitte.
Angelo entrò in una crisi di forma preoccupante. Era lento, impacciato, impreciso nei lanci; per limitare al minimo i triangoli con le punte, si intestardiva troppo in dribbling che il suo precario stato di concentrazione rendeva sempre innocui; sballava sistematicamente il tiro da fuori. Nessuno dei suoi compagni osava pronunciare, ovviamente, la parola "crisi", ma tutti cominciarono a trattare Ivan come un intruso, e a dargli la colpa - ufficialmente tattica ma, di fatto, morale - del momento difficile di Angelo. Per fortuna di tutti, Ivan abitava lontano dal quartiere, in una zona residenziale, e le occasioni di incontrarlo al di fuori degli allenamenti e delle partite erano praticamente nulle. La pacificante possibilità di non diventare mai suoi amici, ma di restare semplicemente compagni di squadra, veniva dunque favorita da quella circostanza topografica e sociale, che già di per sé bastava a giustificare un certo distacco della squadra da un personaggio che, sì, giocava bene a pallone, ma che era pur sempre un autentico sci-sci.
Ivan, che era un buon ragazzo, non arrivava a comprendere bene il perché di quell’atmosfera tesa. Tra l’altro lui, che veniva dalle categorie inferiori, non aveva mai conosciuto le vere qualità tecniche di Angelo, che erano svanite il giorno stesso del suo esordio da titolare, e lo considerava una mezzala di discreto livello e niente di più. Non lo osannava perché non c’era alcun motivo per farlo, né poteva preoccuparsi per una crisi che non aveva potuto rilevare di persona e di cui nessuno parlava. Si allenava seriamente e in campo dava sempre il massimo, senza tuttavia aspirare a riconoscimenti che per il momento riteneva prematuri. Osservava i compiti tattici e passava molto spesso la palla ad Angelo, come Giulio gli aveva sempre detto di fare, ma da lui non la riceveva quasi mai.
La situazione stava precipitando, e Giulio se ne era accorto. Ma il campionato finì prima che l’irreparabile accadesse. Proprio su questo Giulio contava, per riflettere con calma, durante l’estate, sul da farsi.

Angelo andò a passare le vacanze a Lavinio, dove quell’anno la sua famiglia aveva affittato un appartamentino in una palazzina di via dei Ricci di Mare. Tre settimane, in corrispondenza con la chiusura dell’officina. Angelo era stressato e frustrato come non gli era mai capitato in vita sua. Il suo mondo era andato in frantumi dopo l’arrivo di Ivan. L’idolo, il mito, il capitano e il capo indiscusso della squadra e del quartiere era ancora lui, ma quel damerino che sapeva spingere in porta solo palle aeree già destinate a finirci era arrivato nella sua vita come una maledizione. Già lo odiava. Lo odiava per la sua falsa umiltà, per il suo falso altruismo, perché gli passava sempre quella palla proprio sui piedi, mai qualche metro avanti come voleva lui, e lo faceva apposta, per farlo incespicare. Lo odiava perché era un figlio di papà, perché faceva l’università invece di guadagnarsi da vivere faticando, come lui. Perché non spendeva mai una parola di elogio, e neanche di considerazione, nei suoi confronti, ma si limitava a sorridergli con quella faccia cretina, come se volesse fargli capire che per lui il grande Angelo non era nessuno. Lo odiava perché aveva una fortuna assurda. Tirava in porta e la palla andava dentro, a volte rotolando a volte a balzelloni a volte sfuggendo al portiere e a volte direttamente, ma sempre calciata male, con quel piede che sembrava una zappa. Lo odiava perché Ivan era un privilegiato, un ipocrita, uno sci-sci di merda e aveva il sedere rotto.

A Lavinio andava in vacanza anche Livia, la ragazza di Ivan. Era italo-americana, figlia di un addetto militare dell’ambasciata degli Stati Uniti. Livia e Ivan vivevano nella stessa strada, in un quartiere nella parte nord della città. Angelo la notò subito, sulla spiaggia, perché l’aveva vista qualche volta sugli spalti del campo Robur. La fermò e anche lei lo riconobbe subito. Fecero amicizia. Ivan, per fortuna di Angelo, non andava in vacanza a Lavinio, ma al Circeo, e comunque fino alla fine di luglio sarebbe stato impegnato con gli esami e poi sarebbe andato per quindici giorni in Irlanda con i suoi. Marisella, invece, restava quasi sempre in città e ogni tanto andava con certi zii a Marina di Minturno.
Ivan venne a trovare Livia tre volte in tutta l’estate. L’ultima, dopo il viaggio in Irlanda, volle farle una sorpresa e non la avvertì del suo arrivo. Era arrivato a Ciampino, da Londra, quella mattina e lei non si sarebbe mai aspettata di vederlo quel giorno stesso. Si presentò direttamente sulla spiaggia, cercandola con gli occhi. Quando la vide da lontano, arrivò di soppiatto dietro alla sdraia su cui stava prendendo il sole e le mise le mani sugli occhi. Lei rimase immobile: solo, le si piegarono leggermente in su gli angoli della bocca e le si raggrinzirono le due fossette sotto le guance; non parlò e non si mosse affatto per un bel pezzo. Poi, con una voce tanto bassa da far venire a Ivan addirittura qualche dubbio sulla sua identità, disse: "Piantala, Angy". Restarono lì così a lungo che Ivan ebbe il tempo di sentire l’emozione salire come il mercurio di un termometro impazzito e la pressione sanguigna alzarsi fino a livelli sconosciuti per poi abbassarsi di colpo, precipitando verso il nulla assoluto. Ebbe un malore, da tutti attribuito al fatto che la temperatura era altissima e lui era completamente vestito e aveva una camicia a maniche lunghe. Quando si riprese era sotto un ombrellone. Accanto a lui c’era Livia e qualche altra persona. Livia gli accarezzava i capelli. Senza mai guardarlo direttamente negli occhi, bisbigliò un paio di volte "Amore mio" con un accento di tristezza mortale. Qualche metro più in là, dei ragazzi stavano giocando a pallone. A un certo punto arrivò Angelo, tutto sudato e insabbiato da capo a piedi. Con una faccia da centurione guardò dritto negli occhi Ivan e gli disse solo: "Allora?", poi andò a tuffarsi in acqua prima della risposta. Fin da lì Ivan poté sentirlo schiaffeggiare con violenza l’acqua del mare. Angelo chiamava quell’esercizio "nuotare". Quel pomeriggio Ivan fu accompagnato alla stazione ferroviaria dal domestico della famiglia di Livia, Louis. Livia rimase a casa perché doveva preparare una complicatissima grigliata per una festa di amici già programmata da giorni. Mentre Ivan entrava nella stazione con il cuore greve e l’anima tutta strappata, Louis, senza neanche degnarlo di uno sguardo, girò la macchina e se ne andò.

Alla ripresa del campionato, la notizia dell’avventura di Angelo con la ragazza di Ivan divenne lo scoop del mese in tutto il quartiere. Marisella si sentì umiliata più dal fatto che Angelo lasciasse trapelare la storia con disinvoltura, addirittura con compiacimento, che non dalla scappatella in sé. Stavolta fu lei a entrare in una crisi preoccupante. Angelo, dopo qualche tentativo poco convinto - e orgogliosamente respinto - di farsi perdonare, ritenne di aver fatto per intero il proprio dovere di fedifrago pentito e praticamente la abbandonò a se stessa. Le sue amiche si impegnarono in modo commovente in suo soccorso, ma Marisella restava pericolosamente chiusa in se stessa e furono in molte a pensare che avrebbe potuto anche commettere qualche sciocchezza. E una mattina la commise. Tornando all’ora di pranzo, sua madre la trovò bocconi sul pavimento della sua stanza immersa in quello stesso vomito che, portandosi via lo squaglio gastrico di un intero tubetto di sonniferi, le aveva salvato la vita, senza tuttavia salvarle per intero il fegato.
Quando giunse al primo allenamento dopo la pausa estiva, Ivan passò tra i suoi compagni guardando dritto davanti a sé con una faccia in cui la sofferenza e la dignità si sfidavano senza che nessuna delle due prevalesse sull’altra. Non salutò nessuno, e fece bene perché nessuno aveva intenzione di salutare lui. Si diresse deciso verso Giulio, che gli andò incontro con passo franco, tendendogli la mano. Infine gliela strinse con vigore, lo attirò a sé in un abbraccio carico d’affetto e lo baciò su entrambe le guance, sotto lo sguardo illividito di Angelo e degli altri. Si comprese subito che tutti gli equilibri stavano per saltare. Infatti, una sera, Giulio, escludendo Angelo, invitò segretamente a casa sua i quattro più anziani della squadra per discutere la soluzione di quel caso spinoso. Uno dei due andava ceduto, era ovvio, ma prima di decidere Giulio voleva sentire il parere dei saggi del gruppo. Ovviamente tutti votarono per la cessione di Ivan, ma già in quell’occasione il fronte del partito di Angelo, pur confermandosi agguerrito, mostrò qualche segno di cedimento. Quando poi, dopo pochi giorni, giunse la notizia del tentato suicidio di Marisella, il fronte si ruppe. Savio il portiere, Peppe e Gino i terzini e Zaccaria il mediano cominciarono a considerare Angelo reo di infamità verso una ragazza che, per la sua pulizia e la sua bontà, era amata da tutti nel quartiere. Gli altri rimasero insensibili all’accaduto, e spiegarono il loro disinteresse per quel fatto sostenendo l’assoluta estraneità delle vicende private rispetto all’attività sportiva. Ma poi, smentendo clamorosamente le stesse idee che avevano sostenuto, dichiararono apertamente che a rovinare la vita privata di Angelo era stata la fidanzata di Ivan, e che in definitiva l’origine di tutti i guai della Robur-Tibur era da ricondurre all’arrivo di quello sci-sci in squadra. La compagine si spaccò in due, e dopo tre sconfitte nelle prime tre partite di campionato, si comprese che Giulio non avrebbe aspettato altro tempo a prendere una decisione. La prese già il martedì dopo l’ultima sconfitta.

Ivan capì di essere stato confermato quando, arrivando al campo, incrociò Angelo che se ne andava. Aveva gli occhi iniettati di sangue. Lo guardò con un disprezzo che solo una volta in vita sua gli era capitato di leggere negli occhi di un uomo. Un ladro che lui e suo padre avevano sorpreso in casa e avevano fatto a tempo a chiudere dentro dall’esterno, fino all’arrivo della polizia. Quando gli agenti entrarono con le pistole in pugno, l’uomo aveva già distrutto tutto l’appartamento, per vendicarsi del fatto che, anziché lasciarlo fuggire, avessero preteso di vederlo in manette. Quando lo trascinarono fuori, aveva la faccia intrisa di un odio infernale e disperato; urlava come una bestia ferita, una bestia potente ferita a morte. Sputò in faccia a suo padre. Un agente lo colpì in testa con il pugno che stringeva la pistola e quel poveretto urlò di dolore e sputò sangue, perché doveva essersi morso la lingua ricevendo il colpo. Una scena da macellai. Non presero l’ascensore, perché quello continuava ad agitarsi e a gridare minacce a suo padre, ma già ai primi gradini lui e uno dei poliziotti scivolarono giù avvinghiati dalle manette. Il poliziotto si fece male seriamente e i suoi due colleghi cominciarono a pestare il ladro fino a quando non svenne, tutto accartocciato contro il muro. Ivan restò traumatizzato per mesi. Una casa distrutta, un innocente con le costole rotte e un disgraziato massacrato di botte, incarcerato per qualche mese e pronto a vendicarsi. E per mesi continuò a chiedersi che male ci sarebbe stato a lasciarlo andar via anziché provocare quel macello.
Si sentì in colpa verso Angelo come si era sentito in colpa verso quell’uomo che gli aveva distrutto tutto, anche la voglia di giustizia.
Tra l’altro, non appena Angelo fu ceduto, anche quelli che lo avevano abbandonato dopo il tentato suicidio di Marisella lo riabilitarono. E non solo perché un mito che diventa martire fa più danni da martire che da mito, ma perché correva voce che Marisella si fosse già consolata (secondo l’espressione usata dagli ammiratori di Angelo) proprio con Ivan. Ma questa era, almeno quando fu messa in circolazione, una voce del tutto infondata. Si basava sul fatto che Marisella e Ivan erano stati visti uscire assieme dalla chiesa, qualche volta.
Ivan, pur non avendo ricevuto un’educazione religiosa, era misteriosamente attratto da qualunque dimensione avesse a che fare con le cose dello spirito. Così, abbastanza spesso, si ritrovava seduto su una panca di una chiesa, senza sapere esattamente cosa fare. Nella chiesa di San Felice aveva preso l’abitudine di entrare alla fine degli allenamenti pomeridiani o prima di quelli serali. All’inizio erano tappe episodiche, ma erano diventate fisse dopo la storia di Livia con Angelo e addirittura obbligate dopo che Angelo era stato ceduto per causa sua. La cosa che più lo attirava, in quella chiesa, era il crocefisso a grandezza naturale, policromo e inchiodato a una vera croce di legno, che dominava lo spazio immediatamente dietro l’altare. Ivan lo fissava negli occhi fino a quando attorno alla testa del Cristo vedeva formarsi una specie di aura violacea, che presto si propagava ai contorni di tutta la statua. Lui si rassicurava dicendo a se stesso che quello era sicuramente un effetto ottico, ma segretamente sperava di vedere il crocefisso muoversi, come succedeva in un film che da bambino lo aveva impressionato moltissimo. Tuttavia, se si fosse mosso, ne avrebbe ricevuto un trauma insostenibile, e allora era meglio che non si muovesse. Prima aveva preso l’abitudine di recitare una specie di preghiera affinché gli si concedesse la forza di perdonare Livia, qualora quest’ultima, beninteso, gli avesse chiesto perdono (ma la cosa, fino a quel momento, non si era affatto verificata). Poi aveva cominciato a impegnarsi in una sorta di invocazione di perdono per se stesso, ritenendosi colpevole di aver rovinato la carriera di Angelo.
Un giorno, mentre era impegnato nell’inattuabile progetto di sintetizzare le due preghiere in una sola, vide Marisella. La conosceva perché una volta, prima che tutto si guastasse, Angelo gliela aveva presentata al campo Robur. La ragazza, silenziosa e compunta, camminava a piccoli passi orientando verso una destinazione ignota la prora del suo seno intrepido, che evidentemente non si lasciava intimidire né dagli avvelenamenti né dagli atteggiamenti di devota modestia. Come materializzatosi dal nulla, apparve accanto alla porta della sagrestia un uomo con un vassoio in mano. Sul vassoio c’erano quattro o cinque bicchieri piccoli, di quelli a cornetta, di vetrone, che nelle case modeste si usavano per servire agli ospiti il vino dolce. "Una nuova forma di cerimonia eucaristica?", si chiese Ivan. Marisella prese uno dei bicchieri e ne bevve d’un fiato il contenuto, tornando poi rapidamente al suo posto. L’uomo, che doveva essere il sagrestano, fece girare il vassoio tra i pochi presenti, ciascuno dei quali ripeté l’azione di Marisella. Quando giunse accanto a Ivan, l’uomo sollevò un poco il vassoio per sollecitarlo a servirsi. Ivan era affascinato da quella scena che sembrava gravida di sottintesi magici. Gli ricordava un episodio delle storie del Santo Graal, e per un momento si sentì un cavaliere della Tavola Rotonda. Ma nel suo cuore circolava la colpa. Come nel cuore di Lancillotto, che non avrà mai il Graal. Fece un gesto che significava: "No, grazie". Il sagrestano lo guardò male, poi prese il bicchiere e bevve lui. Mentre si affrettava verso l’uscita per raggiungere Marisella che già stava spingendo il portone, ancora confondeva se stesso con Lancillotto, senza rendersi conto che, anziché tradire un re, era stato lui ad aver subìto vendette e tradimenti; e che la sua unica colpa era, invece, quella di essere stato il prescelto. Una delle vecchiette presenti in chiesa mandò un grido soffocato: le era parso di vedere il crocefisso muoversi. Ma Ivan, che ormai aveva raggiunto il portone, non ci fece caso. "Non Lancillotto, ma Galahad", gli ripeteva dietro il crocefisso, con voce stanca e afflitta. Ma lui non sentiva, perché l’illusione della colpa rende sordi alle parole della vita.

Con Marisella nacque un’amicizia delicata. Quella volta che lui le era corso dietro all’uscita dalla chiesa, lei era stata gentile e gli aveva spiegato che la cerimonia dei bicchieri veniva compiuta ogni primo venerdì del mese. Dentro i bicchieri c’era l’acqua di una fonte meravigliosa che era stata scoperta quasi un secolo prima nei sotterranei di una chiesetta medievale che sorgeva in quello stesso luogo e che era stata distrutta dai bombardamenti durante l’ultima guerra. L’acqua, a detta di molti, aveva poteri miracolosi. Le guarigioni prodigiose di cui si raccontava non erano state mai ufficialmente riconosciute dalla Chiesa, che però, secondo alcuni, avrebbe avuto qualche prevenzione perché la scoperta della sorgente era avvenuta proprio il 20 settembre 1870. Ma poiché la vox populi aveva, agli occhi dei francescani di San Felice, almeno la stessa autorità del Vescovo, la distribuzione dell’acqua miracolosa non si era mai interrotta e continuava ad avvenire con diligenza e puntualità.
Marisella sperava che l’"acqua felice", come la chiamava la gente, le guarisse il fegato, che aveva subìto gravi danni con l’avvelenamento, costringendola a cure continue e diete penosissime per una ragazza della sua età. Presero a vedersi abbastanza spesso, ma Ivan continuò a rifiutare l’acqua felice. Usciti dalla chiesa, lui la accompagnava fino al portone di casa. Lì si salutavano. Le prime volte si davano la mano come due colleghi di lavoro. Poi lei prese l’abitudine di baciarlo sulla guancia, arrossendo ogni volta e scappando subito nel portone. Una di quelle volte, Ivan pensò che se Marisella si fosse innamorata di lui, lui comunque non se ne sarebbe mai accorto, perché lei era troppo timida per esprimere, anche solo con il corpo, un sentimento. Chissà com’era stata Marisella con Angelo.

La Robur-Tibur non conobbe più un solo giorno di pace. E così tutto il quartiere. L’allontanamento di Angelo fu considerato un affronto civile, sociale e politico, uno schiaffo alla morale e a ogni valore democratico. Ivan venne contestato, fischiato e pernacchiato in continuazione durante le partite; una volta, poiché gli urlavano "pia-zza-le-lo-re-to pia-zza-le-lo-re-to", si fermò a discutere con il pubblico e cercò di spiegare che tra lui e il suo rivale non si sapeva bene chi fosse più proletario, perché lui era figlio di un sindacalista della CGIL e Angelo di un imprenditore; ma gli arrivò in testa una bottiglietta vuota di chinotto e finì al pronto soccorso. La sua Seicento ebbe la carrozzeria rigata, le gomme tagliate, il parabrezza incrinato e i tergicristalli spezzati. Eppure lui resistette fino al giorno in cui, sceso alla fermata dell’autobus, vide in lontananza che sulla strada che costeggiava il campo era stato innalzato un misterioso monumento. Era scuro, massiccio e rettangolare; sembrava un enorme monolite appoggiato sul fianco lungo, anziché sulla base corta. Mentre si avvicinava, il monumento andava assumendo un aspetto funebre, come se rappresentasse un grosso animale abbattuto da un colpo al cervello e rimasto stecchito. Scoprì che la pancia dell’animale era in realtà uno chassis nero di grasso e di sporcizia, e che al posto delle quattro zampe la bestia morta aveva quattro ruote. La macchina di Giulio. E lui dov’era? Ivan cominciò a correre e a urlare come un pazzo. L’ansia accumulata in tanti giorni di guerra esplose in una scena isterica che non trovò alcun conforto quando i suoi compagni di squadra uscirono per vedere chi stesse schiamazzando in quel modo, perché appena lo videro se ne tornarono nel recinto del campo. Cominciò a urlare che Giulio dovevano lasciarlo stare, che Giulio era l’unico vero lavoratore tra tutti loro, che era stato partigiano e adesso faceva il muratore, e allenava la Robur-Tibur gratis, solo per passione e perché era bravo. Mentre si guardava attorno con lo sguardo folle, barcollando, qualcuno lo bloccò da dietro attanagliandolo alla vita: era Giulio, che cominciò a trascinarlo via. Appena svoltato l’angolo oltre il quale il campo spariva dalla vista, la morsa della sua presa poté allentarsi perché Ivan gli si era abbandonato contro, piangendo.

La Robur-Tibur retrocesse, quell’anno. Ma già molto prima di allora, Ivan aveva comunicato al signor Faggioli, il mobiliere proprietario della squadra, la sua decisione di andarsene. Faggioli non poté che accettare di restituirgli il cartellino, vista la situazione da guerra civile che la presenza di Ivan aveva determinato. Subito dopo l’abbandono di Ivan, se ne andò anche Giulio, e la squadra fu provvisoriamente affidata a Ermete, il gestore dello spaccio di bibite del campo Robur, che aveva un recente passato da calciatore semiprofessionista e che da allenatore fece il possibile per evitare il peggio, senza però riuscirvi. Durante la pausa estiva, Faggioli, ormai disgustato ma comunque a malincuore, decise di cedere la squadra. Si fece avanti uno dei pochi personaggi che poteva permettersi di acquistarla, colui che in questa occasione si rivelò finalmente il secondo uomo più ricco del quartiere: il padre di Angelo. Questi decise di affidare la guida tecnica della Robur-Tibur a suo figlio, che così tornò trionfalmente alla guida della sua squadra. Una squadra che stavolta era sua più che mai, visto che ne era il capitano, l’allenatore e il proprietario.

Ivan era tornato a tempo pieno ai suoi studi universitari, che in quel periodo infelice della sua vita sembravano procedere più spediti che mai. Per mesi non si allenò, e cominciò ad accettare che quello fosse il suo addio al calcio. Era sempre spossantemente innamorato di Livia, la quale però aveva deciso di espiare la sua colpa con la rinuncia allo stesso Ivan, anziché ad Angelo. Così, nelle rare occasioni in cui capitò loro di incontrarsi, Livia e Ivan soffrirono i dolori di un inferno tanto torturante quanto inevitato: lei, segretamente, amava Ivan, ma non trovava giusto dividersi tra lui e Angelo, dal quale non riusciva comunque a staccarsi perché le infiammava le vene con la passione devastante di un’assoluta schiavitù del sesso; Ivan, d’altra parte, che sarebbe stato disposto a tornare con lei e che sentiva da lei segretamente corrisposto lo stesso torrenziale affetto del cuore che scorreva in lui, era costretto a ingurgitare discorsi e atteggiamenti formali che gli si annodavano in gola, soffocandolo nella stretta di una disperazione che mai traboccava nelle lacrime, ma sempre nella dipendenza assoluta. L’ultima volta che la incontrò, prima che tra loro si aprisse l’abisso incolmabile degli anni, lei gli disse, con un tono di voce preso in prestito dal nulla: "So che ti vedi con Marisella. Sono contenta. Te la meriteresti proprio, una ragazza come lei". E lui, con un tono di voce preso in prestito dall’intelligenza, le rispose: "Marisella sa che mi vedo con te. E’ contenta. Me la meriterei proprio, una ragazza come te". Era una dichiarazione di stima perfetta e d’amore assoluto; ma lei non la comprese. E concluse: "Non essere geloso di Angelo. Tu sei e resti unico". Ivan fece appena a tempo a depositarla sotto il suo portone, poi poté finalmente scaricare le cateratte del fiume che gli premeva dentro gli occhi da mesi, finendo di piangere contro un muro, dopo l’innocuo testa-coda con il quale la sua Seicento aveva voluto ricordargli che anche lei impazziva di dolore al ricordo dei baci di cui lui e Livia, una volta, l’avevano impregnata.

Giulio, come Ivan, aveva abbandonato il calcio. Ma non poteva abbandonare il quartiere. Quando lo si vedeva passare per la strada principale, aveva dipinta sulla faccia grifagna e rubizza un’espressione di fierezza risentita e altera che non veniva minimamente umiliata dall’abbigliamento semplice e dalla figura tarchiata. Non si pentì mai di aver scelto Ivan, quando si era trattato di scegliere. Ivan aveva talento. Ed era un bravo ragazzo. Anche Angelo aveva talento, ma era anche una strana razza di salamandra. Mite, generoso, altruista, modesto; ma il suo vero scopo - presto svelatosi agli occhi di uno che, come Giulio, non aveva più bisogno di miti - era farsi apprezzare, diventare il campione di quelle qualità che non hanno niente a che fare con il potere e ottenere, grazie alla superiorità morale, una posizione di assoluta supremazia sociale. In questo modo Angelo era riuscito a fondare un piccolo impero, che aveva amministrato serenamente fino all’arrivo di Ivan. Durante i primi tempi assestare i meccanismi psicologici del suo congegno politico non era stato facile: infatti, basare il potere sulla supremazia morale, anziché sulla prepotenza, può voler dire esporsi all’invidia e a tutti i miasmi e i veleni che essa è in grado di produrre. Ed ecco l’istinto di Angelo creare un Angelo che è l’ideale rappresentante di una classe perché è sostanzialmente uguale ai suoi sudditi, con la stessa estrazione proletaria, gli stessi modi un po’ rozzi, la stessa sorda avversione per il mondo degli sci-sci, la stessa condizione di lavoratore, e per di più di lavoratore dei bulloni, delle lamiere, dei motori, delle cose di questo mondo, che odorano di grasso, di vernice e di sudore, non di carta e di stampa, come per Ivan e per tutti quelli come lui: i figli di papà, gli studentelli, che quando si affaticano troppo poi fanno la cura ricostituente.
Ma Giulio aveva sempre saputo come sarebbe andata a finire. C’era un Ivan nel destino di Angelo. Era stato partigiano, e lì c’era poco da fare storie, perché le qualità morali le raccontava il fucile, e non si combatteva contro il mondo degli sci-sci, ma contro quelle bestie inferocite dei tedeschi. Era stato persino davanti a una mitragliatrice che lo doveva falciare assieme ad altri sei, legato a una sbarra come un maiale da scannare, mentre un suo compagno non la finiva di ridere istericamente per la paura e un altro si pisciava addosso piangendo e chiamando la mamma. Gli alleati erano arrivati proprio in quel momento, come nei film; si era vista scoppiare una granata in mezzo allo spiazzo, che aveva mandato un gran fumo bianco come se stesse per incominciare lo spettacolo di un mago; poi erano arrivati certi americani con delle facce nere di grasso, incazzati come John Wayne quando si incazza e pronti a sprecare centinaia di cartucce per annientare in pochi secondi quelle bestie; non come loro che, nascosti dietro i cespugli, dovevano prima contare i nemici che passavano sulla carrereccia, poi i loro proiettili, e quindi decidere se attaccare la colonna oppure no. Il mitragliere che li doveva falciare, un ciccione spiritoso, era stato falciato lui, per primo, e gli altri erano rimasti per terra nel giro di una trentina di secondi.
E mentre passeggiava sotto il sole per la strada principale verso l’edicola dove avrebbe comprato il giornale e due pacchetti di figurine della serie "Ben-Hur" per suo nipote, si ricordò di quella volta che la Robur-Tibur era in trasferta in un quartiere dove non essere pregiudicati voleva dire non essere stati ancora presi. Era scoppiata una rissa in campo. Volavano botte da orbi, e si era già vista sfolgorare qualche lama di coltello, quando qualcuno chiamò la polizia. Dopo, mentre nello spogliatoio si medicavano (anche lui aveva preso un cazzottone sul naso, che gli sanguinava come solo il naso di uno con la pressione alta può sanguinare), Angelo, che era letteralmente scomparso quando la scintilla della rissa era scoccata, uscì da un angolo buio dello spogliatoio tenendosi una spalla come se fosse afflitto da un dolore insopportabile; la sua maglietta era tutta linda e pulita e lui non aveva neanche un graffio. Mentre i compagni lo circondavano per soccorrerlo, Giulio, con una faccia che ricordava gli americani che lo avevano salvato quella volta, chiese ad Angelo, gelando tutti i presenti: "Dico al brigadiere quà fòri de chiamà l’ambulanza?". La smorfia di dolore, che ricordava quella del suo sorriso, si trasformò per un attimo in una smorfia di terrore che nessuno gli aveva mai visto in faccia. Alcuni compagni guardarono imploranti Giulio, come per chiedergli pietà per il loro capitano. Savio, allora, rantolò leggermente e svenne. Tutti si occuparono di lui. Anche Angelo, che cominciò istantaneamente a sgranchirsi la spalla offesa facendo ruotare il braccio e si diede da fare, come tutti gli altri, per scongiurare la chiamata dell’ambulanza per Savio, proclamando che lo svenimento era dovuto solo alla mancanza d’aria nello spogliatoio.
Ma Giulio sapeva anche che da sempre c’era un Angelo nel destino di Ivan. E Ivan aveva commesso un errore fatale nel sentirsi in colpa verso Angelo. Perché tra i due il più innocente era Ivan, che non aveva un potere da difendere né un mito personale da tutelare, mentre Angelo era disposto a tutto per non perdere il suo impero. Da ex uomo d’armi, Giulio sapeva bene che se ti senti in colpa verso chi ti vuole morto, non solo lui ti vedrà morto, ma dopo non si sentirà affatto in colpa.

La notizia che Livia aspettava un bambino da Angelo giunse a Ivan in un modo strano. Era novembre e lui affrontava l’esame di Diritto costituzionale comparato, l’unico nel quale gli era capitato di essere bocciato. Mentre rispondeva a un assistente che gli aveva fatto un’ultima domanda sul funzionamento del Congresso degli Stati Uniti, nella fessura tra lo stipite e la porta dell’aula vide in corridoio Marisella, che era venuta a prenderlo. Non prese la lode perché si era un po’ inceppato su quell’argomento, come si inceppava sempre su qualunque argomento riguardasse gli Stati Uniti. Uscì ugualmente contento e una volta fuori abbracciò Marisella, abbandonandosi nelle sue braccia come un atleta si abbandona tra quelle dell’allenatore dopo una corsa vinta. Marisella fremette e sembrò squagliarsi di passione in quel gesto, che invece per Ivan era assolutamente innocente. Camminarono per un po’ abbracciati e una volta fuori lei chiese a Ivan di sedersi su una panca di pietra.
"Devo dirti due cose. Una brutta e una... non lo so, forse è brutta anche la seconda. La prima è che Angelo e Livia si sposano perché lei è in stato interessante"...
Ivan, che era reduce dall’emozione dell’esame, stava per svenire e si aggrappò all’ambiguità di quell’irritante espressione censurata che alla gente semplice sembrava tanto fine e che invece celava spesso il marchio del pregiudizio e della condanna.
"Che vuol dire? Interessante. Ma come parli? A chi interessa esattamente il suo stato? Eh? Esprimiti in modo chiaro e comprensibile, per favore", disse con il tono acido del padrone che corregge la domestica che parla male. Marisella non si offese perché lo considerava indiscutibilmente superiore a sé e gli chiese solo:
"Ah, perché, non si usa? Io credevo...".
"No: non si usa. Insomma?"
"Insomma è incinta."
"Ah, ecco", disse Ivan con il tono di chi vuol dimostrare quanto è conveniente parlar chiaro. E quanto una sentenza di morte, se pronunciata con chiarezza, può essere una cosa assolutamente normale. Accettabile. Sana. Naturale. Sembrava che si accingesse a dire: "Bene bene bene. Ora cosa si fa di bello?". Ma non lo disse, perché mentre sprofondava nella colata lavica del dolore definitivo, vide un’anima che viaggiava, come un uccello che scende dal cielo. La sua Livia che abbracciava l’anima viaggiante e se la posava in grembo. La vita. Il destino. La cosa più preziosa che hai che precipita in un abisso e tu che tendi le mani verso un orrore che nella sua assoluta perfezione ha qualcosa di sublime, di divino. Essere uomini. Accettare. Accettare. Non c’è altro da fare. Questo è vivere. Accettare. E non si accorse affatto di essersi alzato e di essersi lanciato in una corsa pazza, cieca, spezzata solo dall’abbraccio di Marisella che gli era corsa disperatamente dietro, né comprese che quel grido inumano che sentiva rimbombare nel cervello uscisse da lui fino a quando non si strozzò nelle labbra di Marisella, spalancate a risucchiarlo in sé e nel vortice mulinante di una bocca sconosciuta, di un amore consolatore che sapeva di denti puliti, di lacrime mischiate e di speranza.

 

III

"Giulio ha fatto il tempo suo". Questo concetto sibilava sfrecciando per tutto il quartiere. Non si sapeva bene cosa significasse, quella frase, ma tutti la ripetevano come una sorta di slogan. "Qua è tutto un magna-magna", "Se stava mejo quanno se stava peggio", "Ha da venì Baffone" e "Giulio ha fatto er tempo suo" erano luoghi comuni ormai entrati a far parte del linguaggio quotidiano, nel quartiere. Con certezza non si alludeva al suo ruolo di allenatore, visto che il suo abbandono del calcio era diventato definitivo praticamente nell’attimo stesso in cui la sua macchina, per volontà pressoché plebiscitaria del quartiere, aveva assunto quella posizione innaturale. E allora, chi gli era amico cominciava ad associare a quel bizzarro concetto implicazioni gravide di presagi oscuri. Il messaggio apparve a un certo punto anche su qualche muro del quartiere. Quando, però, venne scritto sul muretto di cinta del pianterreno con giardinetto in cui viveva Giulio con la moglie, da alcuni fu letto come un ultimo avvertimento. Nel giardinetto, qualche giorno dopo, fu trovata la carcassa di Sora Tuta, la tartaruga di Giulio, alla quale era stato fracassato il guscio con un sasso lanciato da una mazzafionda. Poi, dai fori romboidali del muretto che traboccavano gerani, fu spruzzato del diserbante che, oltre a distruggere i gerani, bruciò anche le aiuole di azalee, di dalie e di ortensie che costeggiavano l’interno della recinzione. Poi cominciarono a sparire la cassetta della posta, gli attrezzi, il tagliaerba e persino la bicicletta, che dopo le prime sparizioni Giulio aveva tenuto prudentemente in casa e poi, per una volta, dopo un giorno di pioggia, aveva lascito in giardino perché era tutta infangata. E infine la gabbia appesa fuori dalla finestra fu cosparsa di colla istantanea che intossicò Flic e Floc, la coppia di canarini che ci viveva, uccidendoli.
Ivan, che ormai capitava spesso nel quartiere per via del suo quasi-fidanzamento con Marisella, si limitava a caricare e scaricare la ragazza guardandosi attorno circospetto come un portavalori che preleva e deposita sacchi di banconote. Una volta, nel periodo più nero delle intimidazioni, andò a trovare Giulio, che gli mostrò una bomboletta di fiamma ossidrica ritrovata tra le piante del giardino dopo la misteriosa incursione di un uomo vestito di nero, che lui aveva messo in fuga aprendo di scatto la finestra e facendosi precedere dalla canna del suo vecchio Carcano a carica manuale. Giulio chiese a Ivan di tenere lui quella "prova". Così, perché non si poteva mai sapere.
Quando la casa di Giulio andò mezza a fuoco e lui e sua moglie furono costretti a trasferirsi in un'altra casa ai margini del quartiere, Ivan, con uno strano presentimento, andò finalmente a guardare sotto il sedile della sua Seicento, dove aveva relegato la bomboletta fin da quando Giulio gliela aveva data. Sotto, c’era un timbro mezzo cancellato che poteva anche essere quello dell’officina di Angelo. Poteva anche, ma lo era. Ivan pensò che quella roba nella sua macchina potesse essere in qualche modo compromettente, e decise di portarla a casa. Ma anche lì non la sentì al sicuro. Se qualcuno l’avesse trovata? Allora decise di disfarsene. Una domenica, dopo aver accompagnato a casa Marisella, di sera tardi, abbandonò la bomboletta davanti alla saracinesca dell’officina di Angelo. Lungo la strada del ritorno, scacciò più volte dai suoi pensieri la faccia accigliata e ingenua di Giulio. E nel sentire finalmente ripagato il suo debito nei confronti di Angelo, ebbe l’inattesa e sgradevole sensazione di essere tutt’uno con lui, ormai.
Quando, prima ancora che Giulio avesse finito di metterla su, anche la sua nuova casetta di andò distrutta dal fuoco, Ivan non ebbe neanche il coraggio di accertarsi se Giulio e sua moglie fossero morti oppure no. Tentò di fare come faceva quando mandavano in TV una partita in differita, cioè evitare di sapere il risultato ad ogni costo. Era un’impresa folle, ma il più delle volte gli riusciva. Era capace di passare davanti a gente che ascoltava le radioline, entrare in bar dove la gente vedeva la partita in televisione, prendere tram dove ragazzi commentavano la partita quando era già finita e restare immune dall’informazione sul risultato. Gli era riuscito perfino di ascoltare un intero telegiornale attuando la raffinata tecnica di abbassare il volume o di allontanarsi proprio quando parlavano della partita. A infrangere i suoi sogni riusciva qualche volta solo suo padre, il quale, al corrente del risultato ma avvertito delle intenzioni del figlio, si sforzava di rispettarle, guardando la partita in differita con lui e imponendosi un silenzio imbarazzato. Il problema nasceva quando il padre, appena segnavano un gol, si alzava e se ne andava, tornando solo verso il minuto del secondo gol, o non tornando affatto se di gol non ce n’erano più. Altre volte non cominciava neanche a vedere la partita, ma appariva ogni tanto per chiedere: "A che minuto siamo?"; poi, fingendo di farlo casualmente, si sedeva a vedere solo le parti che lo interessavano. Per non parlare di quelle volte che non vedeva affatto la partita, annunciando un inesorabile 0-0.
Ma alla fine l’assedio del quartiere vinse la resistenza di Ivan. Giulio e la moglie erano vivi, ma sembrava che lui fosse rimasto ustionato seriamente. Si erano trasferiti in campagna, da certi parenti.
Giulio era stato sotto le mitragliatrici dei tedeschi per poi finire bruciato da un vigliacco servo di un altro vigliacco. Ma a Ivan, stavolta, sembrò di non provare niente. Si sentiva come quelli che sono stati torturati e si sono salvati confessando tutto e tradendo tutti. Si sentiva vaccinato dal tradimento, cauterizzato dentro. Ricordava il mondo delle cose giuste con una punta di fastidio. Era sopraffatto dal desiderio di starsene tranquillo, di riposare dalla fatica di dover voler bene a chi lo merita e di avercela con chi è vile. Visualizzava gli angoli dove aveva cominciato a coltivare la sua piccola morte in vita, e si godeva il bel sogno di essere già lì.

Angelo e Livia si erano sposati a dicembre. A maggio era nata una bambina, Deborah, un nome che andava bene tanto in italiano quanto in inglese. Erano venuti a vivere in un attico del quartiere. Angelo si occupava dell’officina e Livia della casa e della piccola. I genitori di lei, indispettiti da quel matrimonio inopinato, frettoloso e scadente, avevano ottenuto di essere trasferiti ad Atene.
Ivan e Marisella, tutto sommato, stavano bene insieme. Lei accettava l’affetto di lui come un reduce di guerra accetta l’acqua calda o la corrente elettrica: come un bene così fondamentale che non c’è proprio da discuterne. Lui, invece, si impegnò in un’opera di appropriazione che spesso prendeva i tratti di un vero e proprio impegno didattico. Per prima cosa pretese che Marisella si liberasse delle scorie linguistiche del periodo angeliano: niente più semaferi pullmi tranvi pizze al pommodoro, e tantomeno film de chiesa o gente sci-sci, insomma. Poi la avviò al sobrio piacere di passeggiare mano nella mano, rinunciando ai nodi umani dei tempi di Angelo. E soprattutto, visto che non faceva nient’altro che lavorare in casa tutto il giorno rischiando di diventare una specie di donna di servizio per tutta la famiglia, pretese che si diplomasse, iscrivendola di forza al terzo anno delle magistrali, che aveva interrotto dopo due anni di corso. Marisella lo seguiva come una bambina seguirebbe il papà in un museo di storia naturale, e si sentiva gratificata da quelle attenzioni, che per lei costituivano un importante, anche se non essenziale, corollario all’affetto di lui, che invece era fondamentale alla sua vita come l’acqua alla vita di un pesce. Ivan le voleva un gran bene, anche se il vero amore, che lui aveva conosciuto fin nel fondo, era un’altra cosa. E aveva l’impressione, non sempre gradevole, che lei, invece, non si ponesse affatto la questione del vero amore, né che per lei facesse poi questa enorme differenza avere vicino Angelo o lui, perché entrambi rappresentavano una compagnia eccitante con cui vivere pienamente l’eterna favola dello stare insieme.
Col passare del tempo, Ivan cominciò ad amare quell’amore tiepido che si nutriva di passeggiate, di compere, di regalini, di festicciole, di pomeriggi al cinema, di serate in pizzeria, di un’allegria semplice e del semplice calore di un corpo che ardeva per lui di un fuoco misteriosamente scaturito da un’anima tanto bambina. Si stava innamorando di quell’interpretazione della vita, e cominciava a sperare di viverla per sempre.
Poi, quando ormai la laurea era vicina e nelle visioni imprecise che precedevano il sonno Ivan aveva smesso ormai da tempo di vedere il volto di Livia, una volta Marisella gli chiese se era sempre intenzionato a fare il giornalista. Lui le rispose di sì. E lei, con una voce che gli ricordò quella che aveva Livia quel giorno sulla spiaggia, gli disse, con un affetto venato d’amarezza: "Sogni sempre, tu". Ivan cercò di tornare più volte su quella frase nei giorni che seguirono, ma lei resistette, fino a quando, sbuffando di irritazione, non si lasciò strappare il concetto che quella frase nascondeva.
"Ecco, che tu voglia fare il giornalista è una cosa strana, non ti pare?"
"Perché strana?"
"Beh, la gente fa l’operaio, il commesso, l’impiegato, il meccanico. Non il giornalista."
"Che vuol dire, che il giornalista non è un lavoro? Credi che un giornalista non faccia niente? O che non porti i soldi a casa?"
"No. No. Per fare fa. Ma non è proprio un lavoro."
"Ah, no? Ma lo sai quanto guadagna un redattore di un quotidiano? Più di tuo padre."
"Appunto. Un redattore di un quotidiano."
"Che vuoi dire? Non ti capisco."
"Quello che ho detto. Un redattore di un quotidiano. Non tu."
"E io non potrei diventare un redattore di un quotidiano? O un giornalista televisivo?"
"Certo. Potresti. Ma quando?"
"Lo sai benissimo quando. Dopo la laurea, e dopo un po’ di praticantato..."
"Sì, va beh. Tra una decina d’anni."
"Perché vuoi ferirmi?"
"Io non voglio ferirti."
"E allora che vuoi?"
"Sposarmi. Ecco che voglio. E con questi chiari di luna, faccio a tempo a diventare vecchia."
"E allora? Che devo fare?"
"Ah, niente. Che puoi fare? Non c’è che aspettare."

Ivan si ritrovò improvvisamente piombato in un nuovo incubo, inatteso e terrificante. Marisella, l’incarnazione del conforto e del calore, gli era diventata nemica perché non poteva sposarla subito. Lui cominciò a sentirsi la parte debole nella loro coppia, la parte inceppata, quella che non funzionava. Marisella continuava a concedergli il suo tempo e il suo amore, ma da una posizione di preoccupata superiorità, come un capofamiglia che concede a un cognato disoccupato di sedere alla stessa mensa dei suoi figli. Gli studi ne risentirono pesantemente. Nella speranza di affrettare i tempi, cambiò persino la cattedra della tesi, da Storia moderna a Sociologia politica, andando a impantanarsi in una reimpostazione integrale dei suoi programmi e nello sfascio dei rapporti con il suo ex relatore (e ora preside della facoltà) che non favorì affatto un rapido sbloccarsi della situazione, ma anzi la bloccò definitivamente a tre esami dalla fine. Pensò di trovare un lavoro, nell’illusione di conciliarlo con una situazione degli studi ormai compromessa, ma riuscì solo a incastrarsi in alcune traduzioni di testi giuridici che gli fruttarono pochissimi soldi e tanti fastidi. Era allo sbando come non era mai stato neanche ai tempi della crisi con Livia.
Poi, un giorno di fine autunno, mentre su una panca gelata di un parco di periferia appoggiava il capo sulle ginocchia di Marisella chiedendole disperatamente aiuto, lei parlò:
"Vedi, Ivan, il tuo problema è che ancora non sei veramente un uomo. Sei un po’ un bambino. E per una donna è tanto pesante portarsi dietro un bambino. Io ti voglio bene, e lo faccio volentieri. Ma ti assicuro che ci vuole tanta forza di sopportazione."
Ivan, che ormai si sentiva più un vecchio che un bambino, ebbe l’impressione di aver già vissuto tante volte nella sua vita, o in altre vite, quello stesso momento. Si sollevò dalla sua posizione, che ormai appariva ridicola, e la guardò negli occhi. Lei, la donna, abbassò lo sguardo, ma lui, il bambino, continuò a fissarla, come fanno i bambini con i grandi quando i grandi si sentono in colpa e cercano di evitare quegli occhi implacabili. Si sentì per un attimo il padrone assoluto della situazione. Era una sensazione che gli sembrava di non provare da secoli. La inchiodò alla sua menzogna. Non al vivere pratico, non al matrimonio, non ai figli, non ai mezzi di sussistenza anelava, ma al meno familiare, al meno quotidiano, al meno sicuro, al più irrazionale, al più folle, al più divorante degli approdi. E si ricordò di quando, qualche settimana prima, avevano visto Angelo e Livia e la piccola Deborah sfilare lentamente, come in un sogno, dall’altra parte della strada. Marisella aveva teso il collo come un cagnolino che annusa un buon odore e nei suoi occhi era apparso il segno di un’angosciosa sospensione. Si era ripresa fingendo di essere preda di un delicato pensiero, e aveva detto: "Però, che bella cosa i bambini... Chissà noi... Quando...".
Angelo. Quando Ivan ebbe pronunciato la parola, Marisella si sciolse in una commozione liberatoria, infantile e crudele: "Mi manca tanto. Tanto. Scusami ma è così. Mi fa pena. Mi fa tanta pena. Ha bisogno d’aiuto. La sua vita non è vita: lavoro, casa, pannolini, biberon e mogliettina… Ma ce lo vedi uno come lui a fare questa vita? E poi con lei non c’è amore. E’ infelice. Tanto infelice. Vederlo ridotto così dovrebbe suscitare pietà anche in te, che lo odi tanto. Ha bisogno d’aiuto. Ma è in trappola. Come fa? Come fa a lasciare tutto, come fa a lasciare quella creatura? Ha bisogno d’aiuto. Ha bisogno di me. Io non gli chiedo niente in cambio. E lui non mi chiede niente. Ma mi fa sentire che valgo qualcosa. E per una donna è tanto importante sentire di valere qualcosa."

Nel turbine che seguì quella conversazione, Ivan si ritrovò ad attraversare il quartiere come si attraversa il tunnel degli orrori di un luna park: su un carrello che va da sé e che ti porta a sfiorare, senza mai toccarli, scheletri, fantasmi, mummie e vampiri di cartapesta. Passò vicino alla casa di Angelo e Livia e vide lei sul terrazzo che stendeva i panni, facendo a piccoli passi la spola tra la cesta e i fili tesi. Passò davanti all’officina di Angelo e lo vide con la bambina in braccio e con il viso distorto dalla smorfia del suo sorriso, resa ancor più spaventosa dalla miscela di menzogna e innocenza che lo modellava in questa fase della sua vita; erano circondati dall’affetto dei dipendenti e dei sudditi casuali che, passando, si fermavano a rendere omaggio a lui e alla principessina. Vide la casa che era stata di Giulio macerata dallo sfacelo di una ricostruzione mai compiuta e il giardinetto tutto bianco e grigio di calce come una foresta pietrificata. Sfilò rasente al muro di cinta del campo Robur, la cui sommità era ora cosparsa di vetracci murati a difesa degli incassi domenicali ed era sbarrato e armato come un campo di concentramento. E infine si ritrovò nella chiesa di San Felice, anch’essa incredibilmente in corso di ristrutturazione, forse in vista dei festeggiamenti natalizi, ma deserta e invasa da palanche, attrezzi e strane macerie che non sembravano affatto preludere a feste e luminarie, ma facevano pensare a un cimitero sconvolto dalla furia profanatrice dei seguaci della Bestia. Poggiato su un’acquasantiera, c’era il vassoio del sagrestano con sopra i bicchieri vuoti e impolverati di tutte le possibili polveri di una fabbrica abbandonata. Continuò a guardarsi attorno e in un angolo buio vide il crocefisso, che era stato deposto assieme alla sua croce. Scavalcando mucchi di calcinacci, frantumi di legni scheggiati ed enormi grumi di calce rattrappiti come cadaveri abbandonati, lo raggiunse. Finalmente poté guardarlo da vicino. Aveva in faccia la disperazione che Ivan aveva già conosciuto nella sua vita ancora giovane. Se ne stava immobile, a guardare una finestra dai vetri colorati dalla quale entrava una gran luce. Taceva.

 

IV

Metà settembre. Il periodo migliore. Anche questa volta, come ogni volta da quando era cominciata l’estate, Giulio aveva preparato tutto: i filaccioni, i sugheri, i piombini, gli spezzoni di nylon con gli ami da una parte e i nodini a cappio già predisposti e pronti a stringersi dall’altra; le esche: tremolina per le acque poco profonde e moriddu per quelle oscure regioni laggiù in fondo dove non si sapeva neanche che cosa ci fosse; forse il mitico scoglio dei Pesci Re dove una volta era rimasta allamata una cernia con sette ordini di denti; e poi gli ami di riserva di diverse dimensioni e il brumeggio che puzzava tanto da attirare i peggiori mostri marini. I cappelli, l’acqua minerale, i panini. E la ghiacciaietta per conservare i pesci senza tenerseli lì e vederli boccheggiare e morire.

I pesci non lo meritavano, Angelo sì. Aveva sbagliato a intestardirsi, a voler sancire ad ogni costo il fatto che Giulio avesse fatto il tempo suo. Illudersi di poter annientare facilmente un combattente solo perché adesso è vecchio può essere una cosa molto pericolosa. E cercare di farlo da vigliacchi, da serpi, da ombre che strisciano sui muri, è qualcosa che può andare a smuovere forze ignote, quelle stesse forze che avevano tirato fuori il combattente da situazioni un po’ più serie di quella, e lo avevano salvato da nemici al cospetto dei quali Angelo era poco più che un insetto.
Quella volta, l’ultima volta, Angelo non si era fidato dei suoi scagnozzi, di quei servi che lo idolatravano e che erano disposti a piegarsi a lui per il sublime piacere di farsi sottomettere. Si era mosso lui. Aveva voluto attraverso le acque aperte del Mar Rosso per raggiungere il suo nemico e annientarlo, e attraverso di lui annientare tutto il possibile popolo dei servi ribelli. Giulio era l’inviato di un dio ostile, un pericoloso testimone del fatto che la giustizia è un dato obiettivo, e non un’opinione del potere. Giulio aveva autorità, non era un cagnolino da stritolare con gusto sotto le ruote del furgone, come Ivan e come quelli che gli si erano ribellati. Giulio non si piegava dentro, per questo andava annientato fisicamente. Vedere Giulio morto era diventata una ragione di vita, per Angelo, un’ossessione. Ma le ossessioni sono materiali pericolosi quando dall’altra parte c’è un uomo tutto intero, reso misteriosamente indistruttibile dalla semplicità delle sue idee e dei suoi scopi, e non un’imitazione di uomo tutta gonfia di scopi e infettata dal mito di sé. Angelo aveva insistito a giocare col fuoco, ma mentre si allontanava per appiccarlo alla benzina che aveva sparso con un’abbondanza esagerata, isterica, tutto attorno al casale, era apparso Giulio. Sembrava una visione, una sentinella di quel dio nemico, che non dorme mai e che vive per quel momento. Era uscito dall’ombra, gli era andato incontro e lo aveva guardato dritto negli occhi. Poi aveva fatto silenziosamente ruotare l’otturatore del vecchio fucile e quindi, esercitando una pressione delicata ma decisa sul grilletto, aveva lasciato che il manubrio tornasse su, nella posizione di riposo. Dopo lo sparo, mentre Angelo si rotolava a terra boccheggiando, Giulio gli aveva detto solo "A’ Ramense, hai fatto male a sfidà Mosè." Poi si era avviato a chiamare la polizia.

Il sole stava per sorgere. Un’ombra si avvicinava nell’umidità diaccia dell’alba, slittando sulla sabbia ripida della duna che divideva l’intrico della vigna incolta dalla spiaggia selvaggia. L’ombra cominciò a prendere i contorni di un fisico atletico, slanciato e sicuro nel passo. Giulio fece segno agitando la lampada a petrolio, ma Ivan aveva già visto la barca da lontano, da metà della vigna. E come ogni volta, aveva il cuore in gola per l’emozione dell’avventura di pesca e per la gioia di vedere l’amico. Spinsero la barca nell’acqua del mare calda e quasi immobile. Prima salì Giulio, poi saltò su Ivan, che aveva spinto la barca per qualche altro metro, fino a bagnarsi la cintola. Giulio accese il motore al secondo strappo di cordicella. Si avviarono verso il largo lentamente, al minimo della velocità. Avevano tanto tempo davanti a sé.

 

 

 

 

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