Angelo aveva i capelli castani e ricci, la carnagione
scura, le spalle larghe e un bel torace. Quando qualcuno, un po’ per
scherzare e un po’ per compiacerlo, lo chiamava "fustaccio",
la faccia gli si raggrinziva in un mezzo sorriso compiaciuto, con un
angolo della grossa bocca carnosa che si tirava tutto su e gli occhi color
cannella che scintillavano fanciullescamente sotto le palpebre semichiuse.
Nel complesso, era una smorfia spaventosa quella che gli deformava il viso
quando sorrideva, ma nessuno se ne accorgeva. Solo quando la smorfia
rimase stampata in una foto-ricordo della squadra (caso unico, perché
Angelo non sorrideva mai nelle foto pre-partita), qualcuno osò dire, dopo
un attimo di silenzio imbarazzato, e in sua presenza: "Guarda Angelo
che faccia...". La battuta cadde nel vuoto assoluto, ma proprio
quando stava per scoppiare nelle mani di chi - violando un tabù mai
ufficialmente assurto a dogma ma a tutti segretamente noto - l’aveva
detta, Giulio, il Mister, se ne uscì con una controbattuta magistrale, da
vero psicologo di gruppo: "E allora? Mejo così. Vor dì che i
portieri se ‘mbriacano de risate quanno ‘o guardano ‘n faccia:
apposta segna un par de go’ a partita!". Ne seguì un’ovazione,
che sembrava il giusto tributo alla battuta, ma che era un’eruzione di
gioia per l’uscita da un incubo tanto breve quanto tremendo.
Nonostante la sua corporatura da difensore (e infatti nasceva come
centromediano), Angelo era un trequartista, come si direbbe oggi. Una
mezzala sinistra, ancora si diceva allora; ma era già improprio definire
così quel ruolo, visto che l’espressione veniva mutuata dal linguaggio
del "metodo", tattica di gioco che a quei tempi era in via di
superamento a favore del 4-2-4. La squadra di Angelo, la Robur-Tibur,
già applicava quest’ultima tattica, e Angelo era l’elemento più
arretrato dell’ultimo 4, la mezzapunta, quello che assisteva l’ala
tornante e soprattutto le due punte con lanci di straordinaria precisione,
ricevendone in cambio una disponibilità ad allargarsi e ad attirare gli
avversari su di sé per consentire a lui di inserirsi in area e segnare.
Ma lui i gol era capace di farli anche senza dialogare affatto con i suoi
compagni di reparto: a volte partiva da lontano, veniva preso da una
specie di misterioso furore e cominciava a seminare avversari come
birilli, poi, ignorando i compagni che si erano affiancati a lui in quelle
travolgenti azioni, si presentava solo davanti al portiere, lo superava e
metteva la palla in rete senza enfasi, quasi con timidezza; quindi, tra l’affettuosa
esultanza dei compagni, rientrava nei ranghi schermendosi e guardando
modestamente in basso. Un’altra specialità di Angelo era il tiro da
fuori. Più preciso che forte, nell’angolino basso o all’incrocio dei
pali. Il gioco di testa, invece, non era il suo forte. Del resto, lui non
doveva ricevere i cross, ma farli. E la precisione dei suoi cross era
quasi proverbiale.
La Robur-Tibur giocava in promozione. Angelo e i suoi compagni
erano dunque a un passo dal semiprofessionismo. Ma, per ora, l’unico
premio alla loro attività di calciatori era il calore del pubblico del
quartiere, l’attenzione delle numerose ragazze che affollavano gli
spalti del campo "Robur" ogni domenica mattina e l’ammirazione
di chiunque nel quartiere si interessasse, anche minimamente, di calcio.
Anzi, di pallone, come diceva Angelo. C’era chi giurava di non averlo
mai sentito pronunciare la parola "calcio" in vita sua. Lui non
faceva il calciatore: giocava a pallone; la Robur-Tibur non era una
squadra di calcio, ma di pallone; il "Robur" era un campo di
pallone; e il suo migliore amico, Saverio, era un arbitro di pallone. Ma
chi supponesse di poter attribuire ciò alla sua ignoranza, si
sbaglierebbe. Certo, non era propriamente un intellettuale (aveva
interrotto gli studi al secondo anno delle superiori e il padre lo aveva
subito piazzato nel suo negozio, un’officina specializzata nella
riparazione di motori di motocicletta e nel commercio di moto e scooter
usati); ma la vera ragione per la quale evitava sempre di usare i termini
giusti era un’altra: lo faceva per originalità. La sua specialità era
produrre linguaggio, o proporre modi di dire considerati meno chic (sci-sci,
diceva lui) rispetto ad altri, o pronunciare parole straniere in modo
sempre diversissimo da come le dicevano al cinema o alla televisione. Per
lui un cracker non era mai un cracker ma un crec, una jeep non era
mai una jeep ma una iep e un sandwich poteva diventare
incredibilmente un sàmblich. Lui portava bluièans, il suo
ballo preferito era il tviste, non amava il iàzze e adorava
i libri e i fumetti di detèccetiv. Tuttavia, per contrasto, un
impermeabile non era mai tale, ma era un trench e un frigorifero
era sempre un friggidè. Naturalmente, oltre a certi personaggi
della televisione (come Miche Buongiorno, Ionni Dorelli,
le Sorelle Chèsserling e le favolose Bubbelgìrles),
anche numerosi protagonisti della scena cinematografica hollywoodiana
avevano l’onore di entrare nel neodizionario di Angelo: primi fra tutti,
gli attori Garicòpere, Ionvàine, Gerilèvis e Roccùzzo
(ma la pronuncia di quest’ultimo, variabile, conosceva anche un esito in
Roccazzo), le attrici Marilìmmorò, Elisabbettàrio e
Graccechèlli, e i registi Alferìccico e Cecillemìglia.
Quanto poi alle storpiature pseudodialettali, era un maestro insuperabile.
Non che parlasse in dialetto romanesco (che già a quei tempi era
ampiamente tramontato come parlata tradizionale, e ormai si limitava a
sopravvivenze sporadiche come il trasteverino, il monticiano, il
testaccino) o in romano (quella corruzione modernizzata del romanesco che,
cresciuta nei quartieri periferici e divenuta segno di identificazione di
classe, si era ormai estesa a quasi tutto il tessuto cittadino). No: lui
parlava, con accento romano, un discreto italiano. Solo che riusciva a
distribuire qua e là, nella sua parlata, singole parole storpiate ad arte
che, proprio per il fatto di giungere sempre improvvise e inattese,
colpivano la fantasia popolare, attirando un’entusiastica attenzione e
stimolando processi imitativi. Riuscire a entrare nelle pieghe delle
regole terminologiche e fonetiche di Angelo diventava così una specie di
esercizio di iniziazione, e arrivare ad arricchire il proprio vocabolario
di parole tipiche del suo gergo era un segno distintivo di appartenenza a
un circolo privilegiato. Così i più impegnati estimatori della materia
angeliana fumavano solo sigherette, commentavano i fatti della
politica impegnandosi in animate discusioni e – ovviamente - alla
màghina preferivano lo scòtere. I loro film preferiti
erano, fuor di ogni dubbio, quelli di covve-boi e indiani, ma non
disdegnavano affatto certi buoni film de chiesa (e I dieci
comandamenti era considerato uno di questi, con grave imbarazzo di
Zaccaria, mediano di religione ebraica, che si obbligava in questo modo a
definire Mosè un personaggio, appunto, de chiesa); ovviamente era
00buona norma vedere i film dal comincio, ma, nell’impossibilità
di farlo, ci si adattava anche a vederli dal continuo. La pizza
(rigorosamente al pommodoro), poteva essere consumata, a seconda
delle circostanze, scallata o senza scallalla (ma quest’ultima
espressione, dopo un periodo di gran voga, decadde da quando un pizzettaio
che non l’aveva compresa si era candidamente rivolto ad Angelo, in
pubblico, dicendogli: "Aho’, ma che parli arabo?"). Ma si
trattò di un fatto episodico. Il microfano con cui, prima della
partita, venivano annunciati i nomi dei calciatori schierati in campo, il semafero
dopo il quale si doveva girare a destra per imboccare la strada del campo
di pallone, i due pullmi che occorreva prendere per andare in
centro e i tranvi che portavano ai Castelli rimasero scolpiti nella
memoria e nel linguaggio di chiunque tenesse all’amicizia di Angelo.
Così come il fatto che il suo amico arbitro, Saverio, fosse stato un po’
discriminato dalla federazione perché communista.
E quale sottile piacere nel sentirlo affermare che sotto il parafango
della sua moto si era formata, anziché la ruggine, la rùzzine. Ma
il piacere si tramutava in delizia quando, la volta dopo, il suo
interlocutore - con timido orgoglio e solo per dimostrare ad Angelo di
aver assimilato la lezione - azzardava una domanda sulla rùzzine
del parafango e si sentiva rispondere che la rùzzune non c’era
più, perché ci aveva passato sopra una mano di vernice speciale. La rùzzune,
non più la rùzzine! Il termine era già mutato, si era evoluto
verso una forma ancor più raffinata, e la parola che prima sembrava nuova
fiammante appariva ora frusta e superata. E quel rigido materasso dell’albergo
dove avevano alloggiato durante una delle loro più remote trasferte (in
Sardegna, a Nuòro) per un’amichevole? Era stato prima un materaso,
poi un materazzo e infine un matarazzo! Angelo aveva
superato se stesso in quell’occasione e si organizzarono perfino
scommesse sui possibili ulteriori esiti di quel termine, che però
mancarono. Ma quel viaggio si concluse ugualmente con un’ulteriore,
importante acquisizione per i suoi estimatori. Infatti, quando qualcuno,
durante la cena di commiato, gli chiese che molluschi potessero essere
quelli che erano stati serviti loro in un succulento guazzetto, lui
rispose, dopo aver meditato quasi un minuto: "Dovrebb’essero polipi".
Angelo aveva una fidanzata. Marisella. Quando li si
vedeva girare per il quartiere nelle radiose mattinate di periferia,
stavano tutti avvinghiati e abbarbicati l’uno all’altra. Mai mano
nella mano. Trovavano soluzioni ingegnosissime, e apparentemente
scomodissime, per avvolgersi nei loro complicati abbracci; una delle
posizioni classiche (la posizione X, la chiamavano le amiche di Marisella)
prevedeva che lui - stando alla sinistra di lei - le passasse, da dietro,
il braccio destro attorno alla vita fino a raggiungere una parte molto
avanzata e bassa del fianco di lei, ai limiti dell’inguine, e che lei
tenesse quella stessa mano destra di lui con la sua sinistra, mentre la
sinistra di lui era impegnata a cingerle la vita passando dal davanti per
ricongiungersi e intrecciarsi con la mano destra che lei gli porgeva in
modo retroverso, tanto da ritrovarsi con il gomito destro tutto sporto in
avanti, come un delinquente appena arrestato e condotto via dai
carabinieri dopo averli costretti, con le sue resistenze, a storcergli il
braccio ai limiti della slogatura. Marisella aveva un bel viso, un sorriso
stampato e un seno molto (secondo alcuni troppo) prosperoso per la sua
età.
II
Ivan giunse nel quartiere un martedì pomeriggio. Di
marzo, con gli alberi di mandorlo del viale che conduceva al campo già
grondanti di fiori pronti a dar frutto. Si presentò a Giulio, che lo fece
subito scendere in campo per una sgambatura. Qualche giro di campo,
qualche movimento senza palla, scatto, elevazione, corsa indietro e
laterale. Aveva stile, si muoveva bene. Era longilineo, ma lo scatto non
ne risentiva affatto. Questo parte da fermo a nove metri al secondo,
pensò Giulio. Poi si lanciarono la palla con le mani. Il colpo d’occhio
era buono. Freddezza. Vera o falsa? Vediamolo con la palla al piede,
decise Giulio. Per prima cosa fece la solita prova anomala che faceva con
le punte: subito il tiro da fermo, con lui in porta. Dal dischetto, cinque
su cinque. Tirava forte e preciso. Dal limite, tre su cinque, ma i due
mancati si erano stampati uno sulla traversa e uno sul palo. Tornò ai
rigori, ma stavolta, mentre Ivan prendeva la rincorsa, gli urlò:
"Tira stronzo!". Ivan si bloccò per un attimo, sgranò un po’
gli occhi, poi in una frazione di secondo si riprese e gli sparò contro
una palla centrale che quasi gli ruppe una mano, prima di entrare in rete.
Nuovo rigore. Stavolta Giulio gli urlò "Tira frocetto" e la
palla, lentissima, si perse un metro sul fondo alla destra della porta.
Giulio si avvicinò a Ivan e gli disse: "Scusa. In allenamento e in
partita, co’ l’altri presenti, non te le dico più, quele parole.
Adesso te dovevo capì". Poi gli fece una serie di cross alti, prima
di mano e poi di piede. Aveva una elevazione inverosimile e colpiva la
palla con la fronte piena, sempre in modo secco e deciso, con quel collo
lungo tutto irrigidito. "Mal di testa?", gli chiese alla fine.
"No.", rispose Ivan. Non volle neanche vedere che tocco di palla
avesse. Quello lì avrebbe segnato tanti gol in casa. In trasferta, era da
vedere.
Ivan sostituiva all’ala sinistra Santino, che si era
trasferito con la famiglia al nord. A segnalarlo a Giulio era stato un
certo Fiocco, uno dei manager più attivi nel campo dei trasferimenti tra
le categorie dilettantistiche della regione. Ivan fu accolto da tutti con
una simpatia prudente. Lui era cordiale ma parlava poco, come Angelo.
Sembrava anche modesto, come Angelo. E presto si scoprì che era anche
generoso, in campo, come Angelo. E sempre corretto, come Angelo. E che
segnava tanti gol, come Angelo. A parte la diversità del loro impiego
tattico, le cose per le quali si differenziava maggiormente da Angelo
erano tre: i capelli lisci portati a zazzera, l’iscrizione al secondo
anno della facoltà di Scienze Politiche (con sei esami già sostenuti) e
un italiano da lettore del telegiornale.
Ivan inaugurò la sua carriera di titolare nella Robur-Tibur
segnando la doppietta con cui, la prima domenica di aprile, la squadra
batté in casa la San Cesareo. Un gol di testa su calcio d’angolo
nel primo tempo e un gran destro rasoterra nel finale. Ivan segnava con
naturalezza e quasi non esultava, come Angelo. Al primo gol Angelo si
incamminò lentamente ad abbracciarlo con un solo braccio, facendo con lui
qualche passo verso il centrocampo, come faceva quasi sempre con i
compagni marcatori. Al secondo gol si limitò a una stretta di mano.
Quando, nella partita successiva, sul campo della Armati-pro-Norma,
Ivan siglò un gol strepitoso, anticipando con un tuffo di testa sia l’avversario
sia lo stesso Angelo, che era piazzato qualche metro più in là e pronto
a tirare al volo di piede, quest’ultimo si allontanò verso il centro
del campo senza complimentarsi affatto con lui. Nello spogliatoio, dopo la
partita, c’era un clima gelido, come se, anziché aver vinto per 1-0 in
trasferta, la Robur-Tibur fosse incappata nella più umiliante
delle sconfitte.
Angelo entrò in una crisi di forma preoccupante. Era lento, impacciato,
impreciso nei lanci; per limitare al minimo i triangoli con le punte, si
intestardiva troppo in dribbling che il suo precario stato di
concentrazione rendeva sempre innocui; sballava sistematicamente il tiro
da fuori. Nessuno dei suoi compagni osava pronunciare, ovviamente, la
parola "crisi", ma tutti cominciarono a trattare Ivan come un
intruso, e a dargli la colpa - ufficialmente tattica ma, di fatto, morale
- del momento difficile di Angelo. Per fortuna di tutti, Ivan abitava
lontano dal quartiere, in una zona residenziale, e le occasioni di
incontrarlo al di fuori degli allenamenti e delle partite erano
praticamente nulle. La pacificante possibilità di non diventare mai suoi
amici, ma di restare semplicemente compagni di squadra, veniva dunque
favorita da quella circostanza topografica e sociale, che già di per sé
bastava a giustificare un certo distacco della squadra da un personaggio
che, sì, giocava bene a pallone, ma che era pur sempre un autentico sci-sci.
Ivan, che era un buon ragazzo, non arrivava a comprendere bene il perché
di quell’atmosfera tesa. Tra l’altro lui, che veniva dalle categorie
inferiori, non aveva mai conosciuto le vere qualità tecniche di Angelo,
che erano svanite il giorno stesso del suo esordio da titolare, e lo
considerava una mezzala di discreto livello e niente di più. Non lo
osannava perché non c’era alcun motivo per farlo, né poteva
preoccuparsi per una crisi che non aveva potuto rilevare di persona e di
cui nessuno parlava. Si allenava seriamente e in campo dava sempre il
massimo, senza tuttavia aspirare a riconoscimenti che per il momento
riteneva prematuri. Osservava i compiti tattici e passava molto spesso la
palla ad Angelo, come Giulio gli aveva sempre detto di fare, ma da lui non
la riceveva quasi mai.
La situazione stava precipitando, e Giulio se ne era accorto. Ma il
campionato finì prima che l’irreparabile accadesse. Proprio su questo
Giulio contava, per riflettere con calma, durante l’estate, sul da
farsi.
Angelo andò a passare le vacanze a Lavinio, dove quell’anno
la sua famiglia aveva affittato un appartamentino in una palazzina di via
dei Ricci di Mare. Tre settimane, in corrispondenza con la chiusura dell’officina.
Angelo era stressato e frustrato come non gli era mai capitato in vita
sua. Il suo mondo era andato in frantumi dopo l’arrivo di Ivan. L’idolo,
il mito, il capitano e il capo indiscusso della squadra e del quartiere
era ancora lui, ma quel damerino che sapeva spingere in porta solo palle
aeree già destinate a finirci era arrivato nella sua vita come una
maledizione. Già lo odiava. Lo odiava per la sua falsa umiltà, per il
suo falso altruismo, perché gli passava sempre quella palla proprio sui
piedi, mai qualche metro avanti come voleva lui, e lo faceva apposta, per
farlo incespicare. Lo odiava perché era un figlio di papà, perché
faceva l’università invece di guadagnarsi da vivere faticando, come
lui. Perché non spendeva mai una parola di elogio, e neanche di
considerazione, nei suoi confronti, ma si limitava a sorridergli con
quella faccia cretina, come se volesse fargli capire che per lui il grande
Angelo non era nessuno. Lo odiava perché aveva una fortuna assurda.
Tirava in porta e la palla andava dentro, a volte rotolando a volte a
balzelloni a volte sfuggendo al portiere e a volte direttamente, ma sempre
calciata male, con quel piede che sembrava una zappa. Lo odiava perché
Ivan era un privilegiato, un ipocrita, uno sci-sci di merda e aveva
il sedere rotto.
A Lavinio andava in vacanza anche Livia, la ragazza di
Ivan. Era italo-americana, figlia di un addetto militare dell’ambasciata
degli Stati Uniti. Livia e Ivan vivevano nella stessa strada, in un
quartiere nella parte nord della città. Angelo la notò subito, sulla
spiaggia, perché l’aveva vista qualche volta sugli spalti del campo
Robur. La fermò e anche lei lo riconobbe subito. Fecero amicizia. Ivan,
per fortuna di Angelo, non andava in vacanza a Lavinio, ma al Circeo, e
comunque fino alla fine di luglio sarebbe stato impegnato con gli esami e
poi sarebbe andato per quindici giorni in Irlanda con i suoi. Marisella,
invece, restava quasi sempre in città e ogni tanto andava con certi zii a
Marina di Minturno.
Ivan venne a trovare Livia tre volte in tutta l’estate. L’ultima, dopo
il viaggio in Irlanda, volle farle una sorpresa e non la avvertì del suo
arrivo. Era arrivato a Ciampino, da Londra, quella mattina e lei non si
sarebbe mai aspettata di vederlo quel giorno stesso. Si presentò
direttamente sulla spiaggia, cercandola con gli occhi. Quando la vide da
lontano, arrivò di soppiatto dietro alla sdraia su cui stava prendendo il
sole e le mise le mani sugli occhi. Lei rimase immobile: solo, le si
piegarono leggermente in su gli angoli della bocca e le si raggrinzirono
le due fossette sotto le guance; non parlò e non si mosse affatto per un
bel pezzo. Poi, con una voce tanto bassa da far venire a Ivan addirittura
qualche dubbio sulla sua identità, disse: "Piantala, Angy".
Restarono lì così a lungo che Ivan ebbe il tempo di sentire l’emozione
salire come il mercurio di un termometro impazzito e la pressione
sanguigna alzarsi fino a livelli sconosciuti per poi abbassarsi di colpo,
precipitando verso il nulla assoluto. Ebbe un malore, da tutti attribuito
al fatto che la temperatura era altissima e lui era completamente vestito
e aveva una camicia a maniche lunghe. Quando si riprese era sotto un
ombrellone. Accanto a lui c’era Livia e qualche altra persona. Livia gli
accarezzava i capelli. Senza mai guardarlo direttamente negli occhi,
bisbigliò un paio di volte "Amore mio" con un accento di
tristezza mortale. Qualche metro più in là, dei ragazzi stavano giocando
a pallone. A un certo punto arrivò Angelo, tutto sudato e insabbiato da
capo a piedi. Con una faccia da centurione guardò dritto negli occhi Ivan
e gli disse solo: "Allora?", poi andò a tuffarsi in acqua prima
della risposta. Fin da lì Ivan poté sentirlo schiaffeggiare con violenza
l’acqua del mare. Angelo chiamava quell’esercizio "nuotare".
Quel pomeriggio Ivan fu accompagnato alla stazione ferroviaria dal
domestico della famiglia di Livia, Louis. Livia rimase a casa perché
doveva preparare una complicatissima grigliata per una festa di amici già
programmata da giorni. Mentre Ivan entrava nella stazione con il cuore
greve e l’anima tutta strappata, Louis, senza neanche degnarlo di uno
sguardo, girò la macchina e se ne andò.
Alla ripresa del campionato, la notizia dell’avventura
di Angelo con la ragazza di Ivan divenne lo scoop del mese in tutto il
quartiere. Marisella si sentì umiliata più dal fatto che Angelo
lasciasse trapelare la storia con disinvoltura, addirittura con
compiacimento, che non dalla scappatella in sé. Stavolta fu lei a entrare
in una crisi preoccupante. Angelo, dopo qualche tentativo poco convinto -
e orgogliosamente respinto - di farsi perdonare, ritenne di aver fatto per
intero il proprio dovere di fedifrago pentito e praticamente la abbandonò
a se stessa. Le sue amiche si impegnarono in modo commovente in suo
soccorso, ma Marisella restava pericolosamente chiusa in se stessa e
furono in molte a pensare che avrebbe potuto anche commettere qualche
sciocchezza. E una mattina la commise. Tornando all’ora di pranzo, sua
madre la trovò bocconi sul pavimento della sua stanza immersa in quello
stesso vomito che, portandosi via lo squaglio gastrico di un intero
tubetto di sonniferi, le aveva salvato la vita, senza tuttavia salvarle
per intero il fegato.
Quando giunse al primo allenamento dopo la pausa estiva, Ivan passò tra i
suoi compagni guardando dritto davanti a sé con una faccia in cui la
sofferenza e la dignità si sfidavano senza che nessuna delle due
prevalesse sull’altra. Non salutò nessuno, e fece bene perché nessuno
aveva intenzione di salutare lui. Si diresse deciso verso Giulio, che gli
andò incontro con passo franco, tendendogli la mano. Infine gliela
strinse con vigore, lo attirò a sé in un abbraccio carico d’affetto e
lo baciò su entrambe le guance, sotto lo sguardo illividito di Angelo e
degli altri. Si comprese subito che tutti gli equilibri stavano per
saltare. Infatti, una sera, Giulio, escludendo Angelo, invitò
segretamente a casa sua i quattro più anziani della squadra per discutere
la soluzione di quel caso spinoso. Uno dei due andava ceduto, era ovvio,
ma prima di decidere Giulio voleva sentire il parere dei saggi del gruppo.
Ovviamente tutti votarono per la cessione di Ivan, ma già in quell’occasione
il fronte del partito di Angelo, pur confermandosi agguerrito, mostrò
qualche segno di cedimento. Quando poi, dopo pochi giorni, giunse la
notizia del tentato suicidio di Marisella, il fronte si ruppe. Savio il
portiere, Peppe e Gino i terzini e Zaccaria il mediano cominciarono a
considerare Angelo reo di infamità verso una ragazza che, per la sua
pulizia e la sua bontà, era amata da tutti nel quartiere. Gli altri
rimasero insensibili all’accaduto, e spiegarono il loro disinteresse per
quel fatto sostenendo l’assoluta estraneità delle vicende private
rispetto all’attività sportiva. Ma poi, smentendo clamorosamente le
stesse idee che avevano sostenuto, dichiararono apertamente che a rovinare
la vita privata di Angelo era stata la fidanzata di Ivan, e che in
definitiva l’origine di tutti i guai della Robur-Tibur era da
ricondurre all’arrivo di quello sci-sci in squadra. La compagine
si spaccò in due, e dopo tre sconfitte nelle prime tre partite di
campionato, si comprese che Giulio non avrebbe aspettato altro tempo a
prendere una decisione. La prese già il martedì dopo l’ultima
sconfitta.
Ivan capì di essere stato confermato quando, arrivando
al campo, incrociò Angelo che se ne andava. Aveva gli occhi iniettati di
sangue. Lo guardò con un disprezzo che solo una volta in vita sua gli era
capitato di leggere negli occhi di un uomo. Un ladro che lui e suo padre
avevano sorpreso in casa e avevano fatto a tempo a chiudere dentro dall’esterno,
fino all’arrivo della polizia. Quando gli agenti entrarono con le
pistole in pugno, l’uomo aveva già distrutto tutto l’appartamento,
per vendicarsi del fatto che, anziché lasciarlo fuggire, avessero preteso
di vederlo in manette. Quando lo trascinarono fuori, aveva la faccia
intrisa di un odio infernale e disperato; urlava come una bestia ferita,
una bestia potente ferita a morte. Sputò in faccia a suo padre. Un agente
lo colpì in testa con il pugno che stringeva la pistola e quel poveretto
urlò di dolore e sputò sangue, perché doveva essersi morso la lingua
ricevendo il colpo. Una scena da macellai. Non presero l’ascensore,
perché quello continuava ad agitarsi e a gridare minacce a suo padre, ma
già ai primi gradini lui e uno dei poliziotti scivolarono giù
avvinghiati dalle manette. Il poliziotto si fece male seriamente e i suoi
due colleghi cominciarono a pestare il ladro fino a quando non svenne,
tutto accartocciato contro il muro. Ivan restò traumatizzato per mesi.
Una casa distrutta, un innocente con le costole rotte e un disgraziato
massacrato di botte, incarcerato per qualche mese e pronto a vendicarsi. E
per mesi continuò a chiedersi che male ci sarebbe stato a lasciarlo andar
via anziché provocare quel macello.
Si sentì in colpa verso Angelo come si era sentito in colpa verso quell’uomo
che gli aveva distrutto tutto, anche la voglia di giustizia.
Tra l’altro, non appena Angelo fu ceduto, anche quelli che lo avevano
abbandonato dopo il tentato suicidio di Marisella lo riabilitarono. E non
solo perché un mito che diventa martire fa più danni da martire che da
mito, ma perché correva voce che Marisella si fosse già consolata
(secondo l’espressione usata dagli ammiratori di Angelo) proprio con
Ivan. Ma questa era, almeno quando fu messa in circolazione, una voce del
tutto infondata. Si basava sul fatto che Marisella e Ivan erano stati
visti uscire assieme dalla chiesa, qualche volta.
Ivan, pur non avendo ricevuto un’educazione religiosa, era
misteriosamente attratto da qualunque dimensione avesse a che fare con le
cose dello spirito. Così, abbastanza spesso, si ritrovava seduto su una
panca di una chiesa, senza sapere esattamente cosa fare. Nella chiesa di
San Felice aveva preso l’abitudine di entrare alla fine degli
allenamenti pomeridiani o prima di quelli serali. All’inizio erano tappe
episodiche, ma erano diventate fisse dopo la storia di Livia con Angelo e
addirittura obbligate dopo che Angelo era stato ceduto per causa sua. La
cosa che più lo attirava, in quella chiesa, era il crocefisso a grandezza
naturale, policromo e inchiodato a una vera croce di legno, che dominava
lo spazio immediatamente dietro l’altare. Ivan lo fissava negli occhi
fino a quando attorno alla testa del Cristo vedeva formarsi una specie di
aura violacea, che presto si propagava ai contorni di tutta la statua. Lui
si rassicurava dicendo a se stesso che quello era sicuramente un effetto
ottico, ma segretamente sperava di vedere il crocefisso muoversi, come
succedeva in un film che da bambino lo aveva impressionato moltissimo.
Tuttavia, se si fosse mosso, ne avrebbe ricevuto un trauma insostenibile,
e allora era meglio che non si muovesse. Prima aveva preso l’abitudine
di recitare una specie di preghiera affinché gli si concedesse la forza
di perdonare Livia, qualora quest’ultima, beninteso, gli avesse chiesto
perdono (ma la cosa, fino a quel momento, non si era affatto verificata).
Poi aveva cominciato a impegnarsi in una sorta di invocazione di perdono
per se stesso, ritenendosi colpevole di aver rovinato la carriera di
Angelo.
Un giorno, mentre era impegnato nell’inattuabile progetto di
sintetizzare le due preghiere in una sola, vide Marisella. La conosceva
perché una volta, prima che tutto si guastasse, Angelo gliela aveva
presentata al campo Robur. La ragazza, silenziosa e compunta, camminava a
piccoli passi orientando verso una destinazione ignota la prora del suo
seno intrepido, che evidentemente non si lasciava intimidire né dagli
avvelenamenti né dagli atteggiamenti di devota modestia. Come
materializzatosi dal nulla, apparve accanto alla porta della sagrestia un
uomo con un vassoio in mano. Sul vassoio c’erano quattro o cinque
bicchieri piccoli, di quelli a cornetta, di vetrone, che nelle case
modeste si usavano per servire agli ospiti il vino dolce. "Una nuova
forma di cerimonia eucaristica?", si chiese Ivan. Marisella prese uno
dei bicchieri e ne bevve d’un fiato il contenuto, tornando poi
rapidamente al suo posto. L’uomo, che doveva essere il sagrestano, fece
girare il vassoio tra i pochi presenti, ciascuno dei quali ripeté l’azione
di Marisella. Quando giunse accanto a Ivan, l’uomo sollevò un poco il
vassoio per sollecitarlo a servirsi. Ivan era affascinato da quella scena
che sembrava gravida di sottintesi magici. Gli ricordava un episodio delle
storie del Santo Graal, e per un momento si sentì un cavaliere della
Tavola Rotonda. Ma nel suo cuore circolava la colpa. Come nel cuore di
Lancillotto, che non avrà mai il Graal. Fece un gesto che significava:
"No, grazie". Il sagrestano lo guardò male, poi prese il
bicchiere e bevve lui. Mentre si affrettava verso l’uscita per
raggiungere Marisella che già stava spingendo il portone, ancora
confondeva se stesso con Lancillotto, senza rendersi conto che, anziché
tradire un re, era stato lui ad aver subìto vendette e tradimenti; e che
la sua unica colpa era, invece, quella di essere stato il prescelto. Una
delle vecchiette presenti in chiesa mandò un grido soffocato: le era
parso di vedere il crocefisso muoversi. Ma Ivan, che ormai aveva raggiunto
il portone, non ci fece caso. "Non Lancillotto, ma Galahad", gli
ripeteva dietro il crocefisso, con voce stanca e afflitta. Ma lui non
sentiva, perché l’illusione della colpa rende sordi alle parole della
vita.
Con Marisella nacque un’amicizia delicata. Quella
volta che lui le era corso dietro all’uscita dalla chiesa, lei era stata
gentile e gli aveva spiegato che la cerimonia dei bicchieri veniva
compiuta ogni primo venerdì del mese. Dentro i bicchieri c’era l’acqua
di una fonte meravigliosa che era stata scoperta quasi un secolo prima nei
sotterranei di una chiesetta medievale che sorgeva in quello stesso luogo
e che era stata distrutta dai bombardamenti durante l’ultima guerra. L’acqua,
a detta di molti, aveva poteri miracolosi. Le guarigioni prodigiose di cui
si raccontava non erano state mai ufficialmente riconosciute dalla Chiesa,
che però, secondo alcuni, avrebbe avuto qualche prevenzione perché la
scoperta della sorgente era avvenuta proprio il 20 settembre 1870. Ma
poiché la vox populi aveva, agli occhi dei francescani di San
Felice, almeno la stessa autorità del Vescovo, la distribuzione dell’acqua
miracolosa non si era mai interrotta e continuava ad avvenire con
diligenza e puntualità.
Marisella sperava che l’"acqua felice", come la chiamava la
gente, le guarisse il fegato, che aveva subìto gravi danni con l’avvelenamento,
costringendola a cure continue e diete penosissime per una ragazza della
sua età. Presero a vedersi abbastanza spesso, ma Ivan continuò a
rifiutare l’acqua felice. Usciti dalla chiesa, lui la accompagnava fino
al portone di casa. Lì si salutavano. Le prime volte si davano la mano
come due colleghi di lavoro. Poi lei prese l’abitudine di baciarlo sulla
guancia, arrossendo ogni volta e scappando subito nel portone. Una di
quelle volte, Ivan pensò che se Marisella si fosse innamorata di lui, lui
comunque non se ne sarebbe mai accorto, perché lei era troppo timida per
esprimere, anche solo con il corpo, un sentimento. Chissà com’era stata
Marisella con Angelo.
La Robur-Tibur non conobbe più un solo giorno
di pace. E così tutto il quartiere. L’allontanamento di Angelo fu
considerato un affronto civile, sociale e politico, uno schiaffo alla
morale e a ogni valore democratico. Ivan venne contestato, fischiato e
pernacchiato in continuazione durante le partite; una volta, poiché gli
urlavano "pia-zza-le-lo-re-to pia-zza-le-lo-re-to", si fermò a
discutere con il pubblico e cercò di spiegare che tra lui e il suo rivale
non si sapeva bene chi fosse più proletario, perché lui era figlio di un
sindacalista della CGIL e Angelo di un imprenditore; ma gli arrivò in
testa una bottiglietta vuota di chinotto e finì al pronto soccorso. La
sua Seicento ebbe la carrozzeria rigata, le gomme tagliate, il parabrezza
incrinato e i tergicristalli spezzati. Eppure lui resistette fino al
giorno in cui, sceso alla fermata dell’autobus, vide in lontananza che
sulla strada che costeggiava il campo era stato innalzato un misterioso
monumento. Era scuro, massiccio e rettangolare; sembrava un enorme
monolite appoggiato sul fianco lungo, anziché sulla base corta. Mentre si
avvicinava, il monumento andava assumendo un aspetto funebre, come se
rappresentasse un grosso animale abbattuto da un colpo al cervello e
rimasto stecchito. Scoprì che la pancia dell’animale era in realtà uno
chassis nero di grasso e di sporcizia, e che al posto delle quattro
zampe la bestia morta aveva quattro ruote. La macchina di Giulio. E lui
dov’era? Ivan cominciò a correre e a urlare come un pazzo. L’ansia
accumulata in tanti giorni di guerra esplose in una scena isterica che non
trovò alcun conforto quando i suoi compagni di squadra uscirono per
vedere chi stesse schiamazzando in quel modo, perché appena lo videro se
ne tornarono nel recinto del campo. Cominciò a urlare che Giulio dovevano
lasciarlo stare, che Giulio era l’unico vero lavoratore tra tutti loro,
che era stato partigiano e adesso faceva il muratore, e allenava la Robur-Tibur
gratis, solo per passione e perché era bravo. Mentre si guardava attorno
con lo sguardo folle, barcollando, qualcuno lo bloccò da dietro
attanagliandolo alla vita: era Giulio, che cominciò a trascinarlo via.
Appena svoltato l’angolo oltre il quale il campo spariva dalla vista, la
morsa della sua presa poté allentarsi perché Ivan gli si era abbandonato
contro, piangendo.
La Robur-Tibur retrocesse, quell’anno. Ma già
molto prima di allora, Ivan aveva comunicato al signor Faggioli, il
mobiliere proprietario della squadra, la sua decisione di andarsene.
Faggioli non poté che accettare di restituirgli il cartellino, vista la
situazione da guerra civile che la presenza di Ivan aveva determinato.
Subito dopo l’abbandono di Ivan, se ne andò anche Giulio, e la squadra
fu provvisoriamente affidata a Ermete, il gestore dello spaccio di bibite
del campo Robur, che aveva un recente passato da calciatore
semiprofessionista e che da allenatore fece il possibile per evitare il
peggio, senza però riuscirvi. Durante la pausa estiva, Faggioli, ormai
disgustato ma comunque a malincuore, decise di cedere la squadra. Si fece
avanti uno dei pochi personaggi che poteva permettersi di acquistarla,
colui che in questa occasione si rivelò finalmente il secondo uomo più
ricco del quartiere: il padre di Angelo. Questi decise di affidare la
guida tecnica della Robur-Tibur a suo figlio, che così tornò
trionfalmente alla guida della sua squadra. Una squadra che stavolta era
sua più che mai, visto che ne era il capitano, l’allenatore e il
proprietario.
Ivan era tornato a tempo pieno ai suoi studi
universitari, che in quel periodo infelice della sua vita sembravano
procedere più spediti che mai. Per mesi non si allenò, e cominciò ad
accettare che quello fosse il suo addio al calcio. Era sempre
spossantemente innamorato di Livia, la quale però aveva deciso di espiare
la sua colpa con la rinuncia allo stesso Ivan, anziché ad Angelo. Così,
nelle rare occasioni in cui capitò loro di incontrarsi, Livia e Ivan
soffrirono i dolori di un inferno tanto torturante quanto inevitato: lei,
segretamente, amava Ivan, ma non trovava giusto dividersi tra lui e
Angelo, dal quale non riusciva comunque a staccarsi perché le infiammava
le vene con la passione devastante di un’assoluta schiavitù del sesso;
Ivan, d’altra parte, che sarebbe stato disposto a tornare con lei e che
sentiva da lei segretamente corrisposto lo stesso torrenziale affetto del
cuore che scorreva in lui, era costretto a ingurgitare discorsi e
atteggiamenti formali che gli si annodavano in gola, soffocandolo nella
stretta di una disperazione che mai traboccava nelle lacrime, ma sempre
nella dipendenza assoluta. L’ultima volta che la incontrò, prima che
tra loro si aprisse l’abisso incolmabile degli anni, lei gli disse, con
un tono di voce preso in prestito dal nulla: "So che ti vedi con
Marisella. Sono contenta. Te la meriteresti proprio, una ragazza come
lei". E lui, con un tono di voce preso in prestito dall’intelligenza,
le rispose: "Marisella sa che mi vedo con te. E’ contenta. Me la
meriterei proprio, una ragazza come te". Era una dichiarazione di
stima perfetta e d’amore assoluto; ma lei non la comprese. E concluse:
"Non essere geloso di Angelo. Tu sei e resti unico". Ivan fece
appena a tempo a depositarla sotto il suo portone, poi poté finalmente
scaricare le cateratte del fiume che gli premeva dentro gli occhi da mesi,
finendo di piangere contro un muro, dopo l’innocuo testa-coda con il
quale la sua Seicento aveva voluto ricordargli che anche lei impazziva di
dolore al ricordo dei baci di cui lui e Livia, una volta, l’avevano
impregnata.
Giulio, come Ivan, aveva abbandonato il calcio. Ma non
poteva abbandonare il quartiere. Quando lo si vedeva passare per la strada
principale, aveva dipinta sulla faccia grifagna e rubizza un’espressione
di fierezza risentita e altera che non veniva minimamente umiliata dall’abbigliamento
semplice e dalla figura tarchiata. Non si pentì mai di aver scelto Ivan,
quando si era trattato di scegliere. Ivan aveva talento. Ed era un bravo
ragazzo. Anche Angelo aveva talento, ma era anche una strana razza di
salamandra. Mite, generoso, altruista, modesto; ma il suo vero scopo -
presto svelatosi agli occhi di uno che, come Giulio, non aveva più
bisogno di miti - era farsi apprezzare, diventare il campione di quelle
qualità che non hanno niente a che fare con il potere e ottenere, grazie
alla superiorità morale, una posizione di assoluta supremazia sociale. In
questo modo Angelo era riuscito a fondare un piccolo impero, che aveva
amministrato serenamente fino all’arrivo di Ivan. Durante i primi tempi
assestare i meccanismi psicologici del suo congegno politico non era stato
facile: infatti, basare il potere sulla supremazia morale, anziché sulla
prepotenza, può voler dire esporsi all’invidia e a tutti i miasmi e i
veleni che essa è in grado di produrre. Ed ecco l’istinto di Angelo
creare un Angelo che è l’ideale rappresentante di una classe perché è
sostanzialmente uguale ai suoi sudditi, con la stessa estrazione
proletaria, gli stessi modi un po’ rozzi, la stessa sorda avversione per
il mondo degli sci-sci, la stessa condizione di lavoratore, e per
di più di lavoratore dei bulloni, delle lamiere, dei motori, delle cose
di questo mondo, che odorano di grasso, di vernice e di sudore, non di
carta e di stampa, come per Ivan e per tutti quelli come lui: i figli di
papà, gli studentelli, che quando si affaticano troppo poi fanno la cura
ricostituente.
Ma Giulio aveva sempre saputo come sarebbe andata a finire. C’era un
Ivan nel destino di Angelo. Era stato partigiano, e lì c’era poco da
fare storie, perché le qualità morali le raccontava il fucile, e non si
combatteva contro il mondo degli sci-sci, ma contro quelle bestie
inferocite dei tedeschi. Era stato persino davanti a una mitragliatrice
che lo doveva falciare assieme ad altri sei, legato a una sbarra come un
maiale da scannare, mentre un suo compagno non la finiva di ridere
istericamente per la paura e un altro si pisciava addosso piangendo e
chiamando la mamma. Gli alleati erano arrivati proprio in quel momento,
come nei film; si era vista scoppiare una granata in mezzo allo spiazzo,
che aveva mandato un gran fumo bianco come se stesse per incominciare lo
spettacolo di un mago; poi erano arrivati certi americani con delle facce
nere di grasso, incazzati come John Wayne quando si incazza e pronti a
sprecare centinaia di cartucce per annientare in pochi secondi quelle
bestie; non come loro che, nascosti dietro i cespugli, dovevano prima
contare i nemici che passavano sulla carrereccia, poi i loro proiettili, e
quindi decidere se attaccare la colonna oppure no. Il mitragliere che li
doveva falciare, un ciccione spiritoso, era stato falciato lui, per primo,
e gli altri erano rimasti per terra nel giro di una trentina di secondi.
E mentre passeggiava sotto il sole per la strada principale verso l’edicola
dove avrebbe comprato il giornale e due pacchetti di figurine della serie
"Ben-Hur" per suo nipote, si ricordò di quella volta che la Robur-Tibur
era in trasferta in un quartiere dove non essere pregiudicati voleva dire
non essere stati ancora presi. Era scoppiata una rissa in campo. Volavano
botte da orbi, e si era già vista sfolgorare qualche lama di coltello,
quando qualcuno chiamò la polizia. Dopo, mentre nello spogliatoio si
medicavano (anche lui aveva preso un cazzottone sul naso, che gli
sanguinava come solo il naso di uno con la pressione alta può
sanguinare), Angelo, che era letteralmente scomparso quando la scintilla
della rissa era scoccata, uscì da un angolo buio dello spogliatoio
tenendosi una spalla come se fosse afflitto da un dolore insopportabile;
la sua maglietta era tutta linda e pulita e lui non aveva neanche un
graffio. Mentre i compagni lo circondavano per soccorrerlo, Giulio, con
una faccia che ricordava gli americani che lo avevano salvato quella
volta, chiese ad Angelo, gelando tutti i presenti: "Dico al
brigadiere quà fòri de chiamà l’ambulanza?". La smorfia di
dolore, che ricordava quella del suo sorriso, si trasformò per un attimo
in una smorfia di terrore che nessuno gli aveva mai visto in faccia.
Alcuni compagni guardarono imploranti Giulio, come per chiedergli pietà
per il loro capitano. Savio, allora, rantolò leggermente e svenne. Tutti
si occuparono di lui. Anche Angelo, che cominciò istantaneamente a
sgranchirsi la spalla offesa facendo ruotare il braccio e si diede da
fare, come tutti gli altri, per scongiurare la chiamata dell’ambulanza
per Savio, proclamando che lo svenimento era dovuto solo alla mancanza d’aria
nello spogliatoio.
Ma Giulio sapeva anche che da sempre c’era un Angelo nel destino di
Ivan. E Ivan aveva commesso un errore fatale nel sentirsi in colpa verso
Angelo. Perché tra i due il più innocente era Ivan, che non aveva un
potere da difendere né un mito personale da tutelare, mentre Angelo era
disposto a tutto per non perdere il suo impero. Da ex uomo d’armi,
Giulio sapeva bene che se ti senti in colpa verso chi ti vuole morto, non
solo lui ti vedrà morto, ma dopo non si sentirà affatto in colpa.
La notizia che Livia aspettava un bambino da Angelo
giunse a Ivan in un modo strano. Era novembre e lui affrontava l’esame
di Diritto costituzionale comparato, l’unico nel quale gli era capitato
di essere bocciato. Mentre rispondeva a un assistente che gli aveva fatto
un’ultima domanda sul funzionamento del Congresso degli Stati Uniti,
nella fessura tra lo stipite e la porta dell’aula vide in corridoio
Marisella, che era venuta a prenderlo. Non prese la lode perché si era un
po’ inceppato su quell’argomento, come si inceppava sempre su
qualunque argomento riguardasse gli Stati Uniti. Uscì ugualmente contento
e una volta fuori abbracciò Marisella, abbandonandosi nelle sue braccia
come un atleta si abbandona tra quelle dell’allenatore dopo una corsa
vinta. Marisella fremette e sembrò squagliarsi di passione in quel gesto,
che invece per Ivan era assolutamente innocente. Camminarono per un po’
abbracciati e una volta fuori lei chiese a Ivan di sedersi su una panca di
pietra.
"Devo dirti due cose. Una brutta e una... non lo so, forse è brutta
anche la seconda. La prima è che Angelo e Livia si sposano perché lei è
in stato interessante"...
Ivan, che era reduce dall’emozione dell’esame, stava per svenire e si
aggrappò all’ambiguità di quell’irritante espressione censurata che
alla gente semplice sembrava tanto fine e che invece celava spesso il
marchio del pregiudizio e della condanna.
"Che vuol dire? Interessante. Ma come parli? A chi interessa
esattamente il suo stato? Eh? Esprimiti in modo chiaro e comprensibile,
per favore", disse con il tono acido del padrone che corregge la
domestica che parla male. Marisella non si offese perché lo considerava
indiscutibilmente superiore a sé e gli chiese solo:
"Ah, perché, non si usa? Io credevo...".
"No: non si usa. Insomma?"
"Insomma è incinta."
"Ah, ecco", disse Ivan con il tono di chi vuol dimostrare quanto
è conveniente parlar chiaro. E quanto una sentenza di morte, se
pronunciata con chiarezza, può essere una cosa assolutamente normale.
Accettabile. Sana. Naturale. Sembrava che si accingesse a dire: "Bene
bene bene. Ora cosa si fa di bello?". Ma non lo disse, perché mentre
sprofondava nella colata lavica del dolore definitivo, vide un’anima che
viaggiava, come un uccello che scende dal cielo. La sua Livia che
abbracciava l’anima viaggiante e se la posava in grembo. La vita. Il
destino. La cosa più preziosa che hai che precipita in un abisso e tu che
tendi le mani verso un orrore che nella sua assoluta perfezione ha
qualcosa di sublime, di divino. Essere uomini. Accettare. Accettare. Non c’è
altro da fare. Questo è vivere. Accettare. E non si accorse affatto di
essersi alzato e di essersi lanciato in una corsa pazza, cieca, spezzata
solo dall’abbraccio di Marisella che gli era corsa disperatamente
dietro, né comprese che quel grido inumano che sentiva rimbombare nel
cervello uscisse da lui fino a quando non si strozzò nelle labbra di
Marisella, spalancate a risucchiarlo in sé e nel vortice mulinante di una
bocca sconosciuta, di un amore consolatore che sapeva di denti puliti, di
lacrime mischiate e di speranza.
III
"Giulio ha fatto il tempo suo". Questo
concetto sibilava sfrecciando per tutto il quartiere. Non si sapeva bene
cosa significasse, quella frase, ma tutti la ripetevano come una sorta di
slogan. "Qua è tutto un magna-magna", "Se stava mejo
quanno se stava peggio", "Ha da venì Baffone" e
"Giulio ha fatto er tempo suo" erano luoghi comuni ormai entrati
a far parte del linguaggio quotidiano, nel quartiere. Con certezza non si
alludeva al suo ruolo di allenatore, visto che il suo abbandono del calcio
era diventato definitivo praticamente nell’attimo stesso in cui la sua
macchina, per volontà pressoché plebiscitaria del quartiere, aveva
assunto quella posizione innaturale. E allora, chi gli era amico
cominciava ad associare a quel bizzarro concetto implicazioni gravide di
presagi oscuri. Il messaggio apparve a un certo punto anche su qualche
muro del quartiere. Quando, però, venne scritto sul muretto di cinta del
pianterreno con giardinetto in cui viveva Giulio con la moglie, da alcuni
fu letto come un ultimo avvertimento. Nel giardinetto, qualche giorno
dopo, fu trovata la carcassa di Sora Tuta, la tartaruga di Giulio, alla
quale era stato fracassato il guscio con un sasso lanciato da una
mazzafionda. Poi, dai fori romboidali del muretto che traboccavano gerani,
fu spruzzato del diserbante che, oltre a distruggere i gerani, bruciò
anche le aiuole di azalee, di dalie e di ortensie che costeggiavano l’interno
della recinzione. Poi cominciarono a sparire la cassetta della posta, gli
attrezzi, il tagliaerba e persino la bicicletta, che dopo le prime
sparizioni Giulio aveva tenuto prudentemente in casa e poi, per una volta,
dopo un giorno di pioggia, aveva lascito in giardino perché era tutta
infangata. E infine la gabbia appesa fuori dalla finestra fu cosparsa di
colla istantanea che intossicò Flic e Floc, la coppia di canarini che ci
viveva, uccidendoli.
Ivan, che ormai capitava spesso nel quartiere per via del suo
quasi-fidanzamento con Marisella, si limitava a caricare e scaricare la
ragazza guardandosi attorno circospetto come un portavalori che preleva e
deposita sacchi di banconote. Una volta, nel periodo più nero delle
intimidazioni, andò a trovare Giulio, che gli mostrò una bomboletta di
fiamma ossidrica ritrovata tra le piante del giardino dopo la misteriosa
incursione di un uomo vestito di nero, che lui aveva messo in fuga aprendo
di scatto la finestra e facendosi precedere dalla canna del suo vecchio
Carcano a carica manuale. Giulio chiese a Ivan di tenere lui quella
"prova". Così, perché non si poteva mai sapere.
Quando la casa di Giulio andò mezza a fuoco e lui e sua moglie furono
costretti a trasferirsi in un'altra casa ai margini del quartiere, Ivan,
con uno strano presentimento, andò finalmente a guardare sotto il sedile
della sua Seicento, dove aveva relegato la bomboletta fin da quando Giulio
gliela aveva data. Sotto, c’era un timbro mezzo cancellato che poteva
anche essere quello dell’officina di Angelo. Poteva anche, ma lo era.
Ivan pensò che quella roba nella sua macchina potesse essere in qualche
modo compromettente, e decise di portarla a casa. Ma anche lì non la
sentì al sicuro. Se qualcuno l’avesse trovata? Allora decise di
disfarsene. Una domenica, dopo aver accompagnato a casa Marisella, di sera
tardi, abbandonò la bomboletta davanti alla saracinesca dell’officina
di Angelo. Lungo la strada del ritorno, scacciò più volte dai suoi
pensieri la faccia accigliata e ingenua di Giulio. E nel sentire
finalmente ripagato il suo debito nei confronti di Angelo, ebbe l’inattesa
e sgradevole sensazione di essere tutt’uno con lui, ormai.
Quando, prima ancora che Giulio avesse finito di metterla su, anche la sua
nuova casetta di andò distrutta dal fuoco, Ivan non ebbe neanche il
coraggio di accertarsi se Giulio e sua moglie fossero morti oppure no.
Tentò di fare come faceva quando mandavano in TV una partita in
differita, cioè evitare di sapere il risultato ad ogni costo. Era un’impresa
folle, ma il più delle volte gli riusciva. Era capace di passare davanti
a gente che ascoltava le radioline, entrare in bar dove la gente vedeva la
partita in televisione, prendere tram dove ragazzi commentavano la partita
quando era già finita e restare immune dall’informazione sul risultato.
Gli era riuscito perfino di ascoltare un intero telegiornale attuando la
raffinata tecnica di abbassare il volume o di allontanarsi proprio quando
parlavano della partita. A infrangere i suoi sogni riusciva qualche volta
solo suo padre, il quale, al corrente del risultato ma avvertito delle
intenzioni del figlio, si sforzava di rispettarle, guardando la partita in
differita con lui e imponendosi un silenzio imbarazzato. Il problema
nasceva quando il padre, appena segnavano un gol, si alzava e se ne
andava, tornando solo verso il minuto del secondo gol, o non tornando
affatto se di gol non ce n’erano più. Altre volte non cominciava
neanche a vedere la partita, ma appariva ogni tanto per chiedere: "A
che minuto siamo?"; poi, fingendo di farlo casualmente, si sedeva a
vedere solo le parti che lo interessavano. Per non parlare di quelle volte
che non vedeva affatto la partita, annunciando un inesorabile 0-0.
Ma alla fine l’assedio del quartiere vinse la resistenza di Ivan. Giulio
e la moglie erano vivi, ma sembrava che lui fosse rimasto ustionato
seriamente. Si erano trasferiti in campagna, da certi parenti.
Giulio era stato sotto le mitragliatrici dei tedeschi per poi finire
bruciato da un vigliacco servo di un altro vigliacco. Ma a Ivan, stavolta,
sembrò di non provare niente. Si sentiva come quelli che sono stati
torturati e si sono salvati confessando tutto e tradendo tutti. Si sentiva
vaccinato dal tradimento, cauterizzato dentro. Ricordava il mondo delle
cose giuste con una punta di fastidio. Era sopraffatto dal desiderio di
starsene tranquillo, di riposare dalla fatica di dover voler bene a chi lo
merita e di avercela con chi è vile. Visualizzava gli angoli dove aveva
cominciato a coltivare la sua piccola morte in vita, e si godeva il bel
sogno di essere già lì.
Angelo e Livia si erano sposati a dicembre. A maggio
era nata una bambina, Deborah, un nome che andava bene tanto in italiano
quanto in inglese. Erano venuti a vivere in un attico del quartiere.
Angelo si occupava dell’officina e Livia della casa e della piccola. I
genitori di lei, indispettiti da quel matrimonio inopinato, frettoloso e
scadente, avevano ottenuto di essere trasferiti ad Atene.
Ivan e Marisella, tutto sommato, stavano bene insieme. Lei accettava l’affetto
di lui come un reduce di guerra accetta l’acqua calda o la corrente
elettrica: come un bene così fondamentale che non c’è proprio da
discuterne. Lui, invece, si impegnò in un’opera di appropriazione che
spesso prendeva i tratti di un vero e proprio impegno didattico. Per prima
cosa pretese che Marisella si liberasse delle scorie linguistiche del
periodo angeliano: niente più semaferi né pullmi né
tranvi né pizze al pommodoro, e tantomeno film de
chiesa o gente sci-sci, insomma. Poi la avviò al sobrio
piacere di passeggiare mano nella mano, rinunciando ai nodi umani dei
tempi di Angelo. E soprattutto, visto che non faceva nient’altro che
lavorare in casa tutto il giorno rischiando di diventare una specie di
donna di servizio per tutta la famiglia, pretese che si diplomasse,
iscrivendola di forza al terzo anno delle magistrali, che aveva interrotto
dopo due anni di corso. Marisella lo seguiva come una bambina seguirebbe
il papà in un museo di storia naturale, e si sentiva gratificata da
quelle attenzioni, che per lei costituivano un importante, anche se non
essenziale, corollario all’affetto di lui, che invece era fondamentale
alla sua vita come l’acqua alla vita di un pesce. Ivan le voleva un gran
bene, anche se il vero amore, che lui aveva conosciuto fin nel fondo, era
un’altra cosa. E aveva l’impressione, non sempre gradevole, che lei,
invece, non si ponesse affatto la questione del vero amore, né che per
lei facesse poi questa enorme differenza avere vicino Angelo o lui,
perché entrambi rappresentavano una compagnia eccitante con cui vivere
pienamente l’eterna favola dello stare insieme.
Col passare del tempo, Ivan cominciò ad amare quell’amore tiepido che
si nutriva di passeggiate, di compere, di regalini, di festicciole, di
pomeriggi al cinema, di serate in pizzeria, di un’allegria semplice e
del semplice calore di un corpo che ardeva per lui di un fuoco
misteriosamente scaturito da un’anima tanto bambina. Si stava
innamorando di quell’interpretazione della vita, e cominciava a sperare
di viverla per sempre.
Poi, quando ormai la laurea era vicina e nelle visioni imprecise che
precedevano il sonno Ivan aveva smesso ormai da tempo di vedere il volto
di Livia, una volta Marisella gli chiese se era sempre intenzionato a fare
il giornalista. Lui le rispose di sì. E lei, con una voce che gli
ricordò quella che aveva Livia quel giorno sulla spiaggia, gli disse, con
un affetto venato d’amarezza: "Sogni sempre, tu". Ivan cercò
di tornare più volte su quella frase nei giorni che seguirono, ma lei
resistette, fino a quando, sbuffando di irritazione, non si lasciò
strappare il concetto che quella frase nascondeva.
"Ecco, che tu voglia fare il giornalista è una cosa strana, non ti
pare?"
"Perché strana?"
"Beh, la gente fa l’operaio, il commesso, l’impiegato, il
meccanico. Non il giornalista."
"Che vuol dire, che il giornalista non è un lavoro? Credi che un
giornalista non faccia niente? O che non porti i soldi a casa?"
"No. No. Per fare fa. Ma non è proprio un lavoro."
"Ah, no? Ma lo sai quanto guadagna un redattore di un quotidiano?
Più di tuo padre."
"Appunto. Un redattore di un quotidiano."
"Che vuoi dire? Non ti capisco."
"Quello che ho detto. Un redattore di un quotidiano. Non tu."
"E io non potrei diventare un redattore di un quotidiano? O un
giornalista televisivo?"
"Certo. Potresti. Ma quando?"
"Lo sai benissimo quando. Dopo la laurea, e dopo un po’ di
praticantato..."
"Sì, va beh. Tra una decina d’anni."
"Perché vuoi ferirmi?"
"Io non voglio ferirti."
"E allora che vuoi?"
"Sposarmi. Ecco che voglio. E con questi chiari di luna, faccio a
tempo a diventare vecchia."
"E allora? Che devo fare?"
"Ah, niente. Che puoi fare? Non c’è che aspettare."
Ivan si ritrovò improvvisamente piombato in un nuovo
incubo, inatteso e terrificante. Marisella, l’incarnazione del conforto
e del calore, gli era diventata nemica perché non poteva sposarla subito.
Lui cominciò a sentirsi la parte debole nella loro coppia, la parte
inceppata, quella che non funzionava. Marisella continuava a concedergli
il suo tempo e il suo amore, ma da una posizione di preoccupata
superiorità, come un capofamiglia che concede a un cognato disoccupato di
sedere alla stessa mensa dei suoi figli. Gli studi ne risentirono
pesantemente. Nella speranza di affrettare i tempi, cambiò persino la
cattedra della tesi, da Storia moderna a Sociologia politica, andando a
impantanarsi in una reimpostazione integrale dei suoi programmi e nello
sfascio dei rapporti con il suo ex relatore (e ora preside della facoltà)
che non favorì affatto un rapido sbloccarsi della situazione, ma anzi la
bloccò definitivamente a tre esami dalla fine. Pensò di trovare un
lavoro, nell’illusione di conciliarlo con una situazione degli studi
ormai compromessa, ma riuscì solo a incastrarsi in alcune traduzioni di
testi giuridici che gli fruttarono pochissimi soldi e tanti fastidi. Era
allo sbando come non era mai stato neanche ai tempi della crisi con Livia.
Poi, un giorno di fine autunno, mentre su una panca gelata di un parco di
periferia appoggiava il capo sulle ginocchia di Marisella chiedendole
disperatamente aiuto, lei parlò:
"Vedi, Ivan, il tuo problema è che ancora non sei veramente un uomo.
Sei un po’ un bambino. E per una donna è tanto pesante portarsi dietro
un bambino. Io ti voglio bene, e lo faccio volentieri. Ma ti assicuro che
ci vuole tanta forza di sopportazione."
Ivan, che ormai si sentiva più un vecchio che un bambino, ebbe l’impressione
di aver già vissuto tante volte nella sua vita, o in altre vite, quello
stesso momento. Si sollevò dalla sua posizione, che ormai appariva
ridicola, e la guardò negli occhi. Lei, la donna, abbassò lo sguardo, ma
lui, il bambino, continuò a fissarla, come fanno i bambini con i grandi
quando i grandi si sentono in colpa e cercano di evitare quegli occhi
implacabili. Si sentì per un attimo il padrone assoluto della situazione.
Era una sensazione che gli sembrava di non provare da secoli. La inchiodò
alla sua menzogna. Non al vivere pratico, non al matrimonio, non ai figli,
non ai mezzi di sussistenza anelava, ma al meno familiare, al meno
quotidiano, al meno sicuro, al più irrazionale, al più folle, al più
divorante degli approdi. E si ricordò di quando, qualche settimana prima,
avevano visto Angelo e Livia e la piccola Deborah sfilare lentamente, come
in un sogno, dall’altra parte della strada. Marisella aveva teso il
collo come un cagnolino che annusa un buon odore e nei suoi occhi era
apparso il segno di un’angosciosa sospensione. Si era ripresa fingendo
di essere preda di un delicato pensiero, e aveva detto: "Però, che
bella cosa i bambini... Chissà noi... Quando...".
Angelo. Quando Ivan ebbe pronunciato la parola, Marisella si sciolse in
una commozione liberatoria, infantile e crudele: "Mi manca tanto.
Tanto. Scusami ma è così. Mi fa pena. Mi fa tanta pena. Ha bisogno d’aiuto.
La sua vita non è vita: lavoro, casa, pannolini, biberon e mogliettina…
Ma ce lo vedi uno come lui a fare questa vita? E poi con lei non c’è
amore. E’ infelice. Tanto infelice. Vederlo ridotto così dovrebbe
suscitare pietà anche in te, che lo odi tanto. Ha bisogno d’aiuto. Ma
è in trappola. Come fa? Come fa a lasciare tutto, come fa a lasciare
quella creatura? Ha bisogno d’aiuto. Ha bisogno di me. Io non gli chiedo
niente in cambio. E lui non mi chiede niente. Ma mi fa sentire che valgo
qualcosa. E per una donna è tanto importante sentire di valere
qualcosa."
Nel turbine che seguì quella conversazione, Ivan si
ritrovò ad attraversare il quartiere come si attraversa il tunnel degli
orrori di un luna park: su un carrello che va da sé e che ti porta a
sfiorare, senza mai toccarli, scheletri, fantasmi, mummie e vampiri di
cartapesta. Passò vicino alla casa di Angelo e Livia e vide lei sul
terrazzo che stendeva i panni, facendo a piccoli passi la spola tra la
cesta e i fili tesi. Passò davanti all’officina di Angelo e lo vide con
la bambina in braccio e con il viso distorto dalla smorfia del suo
sorriso, resa ancor più spaventosa dalla miscela di menzogna e innocenza
che lo modellava in questa fase della sua vita; erano circondati dall’affetto
dei dipendenti e dei sudditi casuali che, passando, si fermavano a rendere
omaggio a lui e alla principessina. Vide la casa che era stata di Giulio
macerata dallo sfacelo di una ricostruzione mai compiuta e il giardinetto
tutto bianco e grigio di calce come una foresta pietrificata. Sfilò
rasente al muro di cinta del campo Robur, la cui sommità era ora cosparsa
di vetracci murati a difesa degli incassi domenicali ed era sbarrato e
armato come un campo di concentramento. E infine si ritrovò nella chiesa
di San Felice, anch’essa incredibilmente in corso di ristrutturazione,
forse in vista dei festeggiamenti natalizi, ma deserta e invasa da
palanche, attrezzi e strane macerie che non sembravano affatto preludere a
feste e luminarie, ma facevano pensare a un cimitero sconvolto dalla furia
profanatrice dei seguaci della Bestia. Poggiato su un’acquasantiera, c’era
il vassoio del sagrestano con sopra i bicchieri vuoti e impolverati di
tutte le possibili polveri di una fabbrica abbandonata. Continuò a
guardarsi attorno e in un angolo buio vide il crocefisso, che era stato
deposto assieme alla sua croce. Scavalcando mucchi di calcinacci, frantumi
di legni scheggiati ed enormi grumi di calce rattrappiti come cadaveri
abbandonati, lo raggiunse. Finalmente poté guardarlo da vicino. Aveva in
faccia la disperazione che Ivan aveva già conosciuto nella sua vita
ancora giovane. Se ne stava immobile, a guardare una finestra dai vetri
colorati dalla quale entrava una gran luce. Taceva.
IV
Metà settembre. Il periodo migliore. Anche questa
volta, come ogni volta da quando era cominciata l’estate, Giulio aveva
preparato tutto: i filaccioni, i sugheri, i piombini, gli spezzoni di
nylon con gli ami da una parte e i nodini a cappio già predisposti e
pronti a stringersi dall’altra; le esche: tremolina per le acque poco
profonde e moriddu per quelle oscure regioni laggiù in fondo dove non si
sapeva neanche che cosa ci fosse; forse il mitico scoglio dei Pesci Re
dove una volta era rimasta allamata una cernia con sette ordini di denti;
e poi gli ami di riserva di diverse dimensioni e il brumeggio che puzzava
tanto da attirare i peggiori mostri marini. I cappelli, l’acqua
minerale, i panini. E la ghiacciaietta per conservare i pesci senza
tenerseli lì e vederli boccheggiare e morire.
I pesci non lo meritavano, Angelo sì. Aveva sbagliato
a intestardirsi, a voler sancire ad ogni costo il fatto che Giulio avesse
fatto il tempo suo. Illudersi di poter annientare facilmente un
combattente solo perché adesso è vecchio può essere una cosa molto
pericolosa. E cercare di farlo da vigliacchi, da serpi, da ombre che
strisciano sui muri, è qualcosa che può andare a smuovere forze ignote,
quelle stesse forze che avevano tirato fuori il combattente da situazioni
un po’ più serie di quella, e lo avevano salvato da nemici al cospetto
dei quali Angelo era poco più che un insetto.
Quella volta, l’ultima volta, Angelo non si era fidato dei suoi
scagnozzi, di quei servi che lo idolatravano e che erano disposti a
piegarsi a lui per il sublime piacere di farsi sottomettere. Si era mosso
lui. Aveva voluto attraverso le acque aperte del Mar Rosso per raggiungere
il suo nemico e annientarlo, e attraverso di lui annientare tutto il
possibile popolo dei servi ribelli. Giulio era l’inviato di un dio
ostile, un pericoloso testimone del fatto che la giustizia è un dato
obiettivo, e non un’opinione del potere. Giulio aveva autorità, non era
un cagnolino da stritolare con gusto sotto le ruote del furgone, come Ivan
e come quelli che gli si erano ribellati. Giulio non si piegava dentro,
per questo andava annientato fisicamente. Vedere Giulio morto era
diventata una ragione di vita, per Angelo, un’ossessione. Ma le
ossessioni sono materiali pericolosi quando dall’altra parte c’è un
uomo tutto intero, reso misteriosamente indistruttibile dalla semplicità
delle sue idee e dei suoi scopi, e non un’imitazione di uomo tutta
gonfia di scopi e infettata dal mito di sé. Angelo aveva insistito a
giocare col fuoco, ma mentre si allontanava per appiccarlo alla benzina
che aveva sparso con un’abbondanza esagerata, isterica, tutto attorno al
casale, era apparso Giulio. Sembrava una visione, una sentinella di quel
dio nemico, che non dorme mai e che vive per quel momento. Era uscito dall’ombra,
gli era andato incontro e lo aveva guardato dritto negli occhi. Poi aveva
fatto silenziosamente ruotare l’otturatore del vecchio fucile e quindi,
esercitando una pressione delicata ma decisa sul grilletto, aveva lasciato
che il manubrio tornasse su, nella posizione di riposo. Dopo lo sparo,
mentre Angelo si rotolava a terra boccheggiando, Giulio gli aveva detto
solo "A’ Ramense, hai fatto male a sfidà Mosè." Poi si era
avviato a chiamare la polizia.
Il sole stava per sorgere. Un’ombra si avvicinava
nell’umidità diaccia dell’alba, slittando sulla sabbia ripida della
duna che divideva l’intrico della vigna incolta dalla spiaggia
selvaggia. L’ombra cominciò a prendere i contorni di un fisico
atletico, slanciato e sicuro nel passo. Giulio fece segno agitando la
lampada a petrolio, ma Ivan aveva già visto la barca da lontano, da metà
della vigna. E come ogni volta, aveva il cuore in gola per l’emozione
dell’avventura di pesca e per la gioia di vedere l’amico. Spinsero la
barca nell’acqua del mare calda e quasi immobile. Prima salì Giulio,
poi saltò su Ivan, che aveva spinto la barca per qualche altro metro,
fino a bagnarsi la cintola. Giulio accese il motore al secondo strappo di
cordicella. Si avviarono verso il largo lentamente, al minimo della
velocità. Avevano tanto tempo davanti a sé.