Centro AntiVampiri - La Forza-Vampiro, l'Elemento S e la Forza-AntiVampiro

 

LA FORZA DELLA NEGAZIONE

Questi Vampiri, al contrario di quelli della sezione precedente, non omettono di parlare. Ma quando parlano, lo fanno per negare, non per affermare. E anche quando affermano (e per screditare il loro nemici devono affermare), lo fanno comunque come conseguenza di una negazione originaria e fondamentale, come elaborazione di una deliberata scelta di negare la qualità umana di qualcuno attraverso il sabotaggio della sua dignità e la manomissione permanente della sua immagine. I Vampiri della prima storia, per salvare la propria dignità, calpestano quella di un bambino innocente, fondando la loro azione sulla certezza che lui, da solo, non potrà difendersi. Il Vampiro della seconda storia, invece, per salvare il mondo illusorio in cui ha creato il mito di sé e la leggenda di un rapporto perfetto con la figlia, tormenta quest’ultima demolendole velenosamente l’immagine dell’uomo che ama, nella speranza che quest’opera di sabotaggio basti a ripristinare il loro ‘rapporto perfetto’. In entrambi i casi, l’antitesi alla negazione sarà l’affermazione di un sentimento, fatta con gli atti o le parole.

 

Scheda vampirica della storia n.3

La Vittima: un bambino di circa sei anni
Il Vampiro
: la madre del bambino
L’ AntiVampiro
: il bambino divenuto adulto
Alleato del Vampiro
: il dottor Maggi, un amico di famiglia
Alleata dell’AntiVampiro
: Chicca, la figlia del bambino divenuto adulto
AntiVampiro mancato
: il padre del bambino
Sintomi della Vittima
: ricorrenti difficoltà digestive; alterazioni delle caratteristiche somatiche; alterazioni del carattere (timidezza, tendenza all’isolamento)
Caratteristiche del Vampiro
: una donna che non ne può più
Qualità mitiche dell’alleato del Vampiro
: persona navigata, amico fidato; profondo conoscitore dei problemi della famiglia
Arma sociale del Vampiro
: nessuno conosce i figli meglio dei genitori; i genitori vogliono solo il bene dei figli; i figli appartengono ai genitori
Tesi vampirica per l’aggressione
: il bambino è strano (scontroso, scostante, dispettoso, infido); fa sempre polemiche; si ferma solo con le botte; piegarlo è un’impresa
Principali modalità di aggressione alla Vittima
: negazione della dignità; permanente discredito; accuse, colpevolizzazione; minaccia di affidamento punitivo a strutture extra-familiari
Modalità secondaria di aggressione alla Vittima
: cure, terapie, indagini psichiatriche
Antitesi al Vampiro: sottrazione fisica (simbolicamente: riappropriazione del bambino
da parte dell’adulto)
Arma vincente dell’AntiVampiro
: evento portentoso ‘scritto’ nella personalità del protagonista; coraggio; rispetto dell’innocenza

 

Storia n. 3

LA 1100 BELVEDERE
(New: versione integrale)

Riuscire a sistemare mia figlia sul seggiolino non fu facile. Ingaggiai il solito combattimento con le fibbie, che nelle mani di mia moglie erano sempre disciplinate e obbedienti e con me, invece, si indispettivano, inceppandosi e resistendomi nei modi più irritanti. Ma non finì lì, perché, saggiando la stabilità del seggiolino, mi accorsi che non era legato bene al sedile; mi guardai attorno smarrito, nell’assurda speranza di trovare qualcuno che potesse aiutarmi; fissarlo, infatti, era per me un’incombenza inspiegabilmente penosa: le mani mi si incastravano sotto, arrancando e inoltrandosi sempre nello spazio sbagliato, alla ricerca di un moschettone che il più delle volte ritrovavo penzolante dal sedile, proprio lì dove credevo di aver già guardato. Questa volta la provvidenza mi aiutò: le mie mani cieche trovarono la strada giusta, sentii un clac e alla fine Chicca e io riuscimmo a partire. La guardai nello specchietto. Era placida. La bocca era incantata in un mezzo sorriso e gli occhi cominciavano già ad assumere quell’espressione languida che, nei bambini, precede di qualche secondo il tuffo nel sonno da automobile.

Prendemmo la provinciale. Non avevo alcuna intenzione di consegnare la cordialità di quel tiepido sole di inizio ottobre ai sorpassi ruggenti dell’autostrada. Attraversammo quartieri periferici nei quali regnava un silenzio strano. Passammo sotto ponti straordinari e scavalcammo viadotti sotto i quali scorrevano fiumiciattoli di sassi. Sfilammo tra collinette verdi coperte di incongrui fiorellini primaverili e capannoni sgangherati accanto ai quali cani malinconici abbaiavano all’inganno che li aveva esclusi dalla libertà.
Eravamo soli sulla strada. Leggere salite, leggere discese, curve dolci. La bottiglietta dell’acqua della mia bambina, che all’inizio del viaggio avevo nervosamente incastrato nel tascone dello sportello destro, mandava bagliori intermittenti.
Faceva caldo. La bambina forse sudava troppo. La guardai di nuovo nello specchietto. Il sole le batteva sulle gambe, non sul viso. Comunque pensai che fosse meglio aprire il finestrino dalla mia parte, per far circolare un po’ d’aria. Era proprio una giornata calda. Splendida.
Il mal di testa mi lasciava in pace, stranamente. Ormai mi raggiungeva dovunque, in qualunque momento, a suo totale arbitrio. Era innamorato di me. Sapevo di che si trattava. La nausea, il cervello che sembra attaccato a un elastico che ballonzola su e giù, i leggeri vortici in testa, il cranio che sembra cedere alla stretta di una morsa spietata, e scricchiolare come un muro che sta per crollare. Era cominciato quando avevo circa sei anni, in un periodo confuso della mia vita, un tempo in cui tutta l’infanzia sembrava andare in frantumi per qualche colpa che avevo commesso. Punizioni, minacce di mandarmi in collegio, facce indurite come maschere di giudici. Un incubo che poi era passato, e così anche l’infanzia. Cominciò un’altra età e io non capivo nulla di quello che era successo. Il mal di testa non finì più. Anzi aumentò e prese forme sempre nuove, da supplizio raffinato, roba da Inquisizione: la tortura della speranza, chiamavo i periodi in cui mi lasciava in pace. Poi ricominciava. Da quando era nata la mia Chicca, le cose erano peggiorate. Gravemente. Era come se la nascita della mia bambina mi avesse portato via un’energia che mi serviva per vivere. Non il concepimento, la nascita. Mentre aspettavamo che nascesse, stavo benissimo. Sentivo che la vita della bambina era legata a me. Ogni volta che aveva un piccolo malanno, io dicevo piano piano: "La mia vita è tua… La mia vita è tua…". Misteriosamente, lei guariva subito. E io mi sentivo peggio. Per fortuna mia moglie era abituata ai miei mal di testa. E poi, lei era ottimista per natura e non sospettava nulla. Suonava allegramente il campanello ed entrava come una folata di vento in casa con la sorpresa di nuove pillole che le aveva consigliato la farmacista. Io sapevo di che si trattava. Non mi preoccupavo della possibilità di mettere in pericolo la vita della bambina con i miei capogiri: sapevo che se stava con me non poteva succederle nulla. Sentivo l’amore come un’armatura che la proteggeva. A volte, quando aveva la febbre, mi ero scoperto a ringhiare contro la febbre come una belva, piano, per non farmi sentire; e la febbre se ne andava. La certezza non l’avevo neanche io. Dico, la certezza concreta, la certezza del mondo. Non avevo fatto analisi e roba del genere, avevo parlato solo con un mio amico medico che lavorava su questo genere di cose. Si ricordava dei miei mal di testa dal liceo. La sua faccia quando gli raccontavo dei miei peggioramenti era come la mia allo specchio. Sapeva tutto, come me. Solo, non sembrava un medico, non faceva tutte quelle osservazioni tra il prudente, il vagamente preoccupato e il confortante che fanno i medici. Era come un’anima che non può interferire in qualcosa che riguarda gli dei. Io lo sapevo da quando avevo sei anni. Mi pareva di ricordare che il centro del mio peccato fosse il cervello fin da allora. Pensare, era il peccato. Vedere. E vedendo capire le cose che non dovevo capire. Mi pare persino che una persona di famiglia mi avesse maledetto perché la guardavo con quei miei occhi e trasmettevo al cervello informazioni che non doveva avere. Il mio cervello era condannato da un peccato che aveva commesso. Non c’era niente da fare. Io ero pronto. L’importante era che Chicca vivesse, e che non le capitasse mai di finire condannata per un certo modo di guardare i grandi.

La strada sembrava praticamente abbandonata. In mezz’ora avevamo incontrato solo tre o quattro macchine, tutte provenienti dalla direzione opposta alla nostra.
Dopo una salita, la strada si trasformava in un rettifilo ininterrotto, che sembrava perdersi contro le montagne che si stagliavano all’orizzonte. Molto avanti, varie centinaia di metri, forse un chilometro o più, c’era una macchina. Me ne accorsi perché, appena sbucammo su dalla salita, uno dei suoi vetri mandò un bagliore che mi accecò. Per un attimo ebbi paura di perdere il controllo dell’auto, e se davanti a me non ci fosse stata quella fettuccia di strada infinitamente dritta avremmo probabilmente corso qualche rischio. Quando mi ripresi, dovunque guardassi vedevo l’immagine fantasmagorica dell’abbaglio ricevuto. Aveva una forma buffa. Se per un attimo chiudevo gli occhi la vedevo bene. Era tutta verde fosforescente. Sembrava una Madonnina. Mi ricordava certe Madonnine fosforescenti che circolavano in casa quando ero piccolo. Terrificanti. Nel buio sembravano occhi di fantasmi. Rallentai un po’ e corsi il rischio di chiudere gli occhi per due interi secondi, per vederla meglio. Ricordava una Madonnina solo perché la testa era arrotondata come sotto un velo. Ma, vista meglio, sembrava più un uomo che una donna. Un uomo col velo? Che assurdità è capace di organizzare la mente umana con le sue illusioni, le sue associazioni, le sue impressioni fugaci.
La macchina si avvicinava rapidamente. No. Eravamo noi ad avvicinarci rapidamente a lei. Ormai appariva chiaro, infatti, che procedeva sulla nostra stessa corsia. Ma evidentemente andava molto piano, perché, nonostante la distanza iniziale fosse notevole, l’avevamo quasi raggiunta. Era una macchina d’altri tempi, piuttosto grossa, a cinque porte, con le ruote alte alte e sottili, il lunotto posteriore poco più grande di un grosso oblò e l’intera struttura che, da dietro, appariva sproporzionatamente alta e stretta. Una "1100 Giardiniera", mi pare si dicesse quando macchine come quella ancora andavano in giro. "Giardinetta", non "Giardiniera", mi venne in mente. Però c’era qualcosa che non andava. Una dissonanza tra quel nome e quell’automobile. Era tutta verde. La parola "Giardinetta", nella mia immaginazione, corrispondeva al modello mentale di una macchina uguale a quella ma con dei pannelli di legno incastrati negli sportelli tra cornici di metallo. La "1100 Giardinetta", continuavo a ripetere tra i denti. Ma non mi suonava.
Ormai eravamo a pochi metri dall’automobile. Rallentai notevolmente. Andava così piano che non potevo non sorpassarla. Ma ero affascinato, così scalai in terza e decisi di restarle dietro per esaminarla meglio. Nonostante il modello indicasse chiaramente almeno una quarantina d’anni di età, le condizioni della carrozzeria erano da vetrina. Sembrava uscita dalla fabbrica da non più di qualche mese. La targa confermava l’anzianità del modello, ma anch’essa era lucida, perfetta, praticamente nuova di zecca come tutto il resto. Il signore alla guida dell’auto doveva essere un collezionista, evidentemente. Probabilmente stava andando a qualche sfilata di auto d’epoca. Sembrava proprio il tipo del collezionista d’auto. Il sedile basso lasciava scoperto un tratto di schiena sufficiente per lasciar intravedere il cappotto di cammello, probabilmente molto pesante, che indossava. Con quel caldo... Portava anche un cappello da passeggio marrone chiaro, assolutamente fuori moda. La testa si muoveva leggermente in su e in giù, come se a tratti guardasse nel minuscolo specchietto retrovisore per spiare chi lo stava spiando. Poi si muoveva verso sinistra e verso destra, come se il guidatore stesse cercando di orientarsi in un paesaggio sconosciuto. In effetti dava proprio l’impressione di una persona in preda a qualche ansia. Accanto a lui, il posto del passeggero pareva vuoto. Ma di tanto in tanto, specialmente se l’auto sobbalzava un poco, spuntava una testolina tonda. Un cane? Poteva anche essere un bambino. Ormai catturato da una curiosità fanciullesca, ignorai qualunque norma sulla distanza di sicurezza, comportandomi esattamente come quegli automobilisti che ho sempre odiato, che ti si piantano a un metro dal paraurti posteriore per renderti partecipe - e corresponsabile - della loro miserabile ansia prevaricatrice. Lo vidi. Era proprio un bambino. Probabilmente più grande della mia Chicca. Aveva uno di quei cappellini che andavano una volta, con la visierina e il paraorecchi, colorati a spicchi come quelli di Qui Quo Qua. Che razza di incosciente, pensai: tiene lì un bambinetto così piccolo con il rischio che alla prima vera frenata vada a sbattere la testa contro il parabrezza. Di seggiolino neanche a parlarne. Scommetto che non gli ha messo neanche la cintura. Ammesso che l’abbia lui. Che scelleratezza. Se vuoi mettere in pericolo la tua vita, fai pure. Ma rischiare la vita dei bambini. Disgraziato.
Decisi infine di sorpassarlo, per vendicare il bambino lanciando almeno un’occhiataccia allo stolido padre collezionista. Quando gli fui a fianco, notai che aveva il finestrino completamente alzato. Quei due staranno morendo di caldo, lì dentro, pensai. Anche il bambino aveva il cappotto addosso. Avrà avuto cinque o sei anni. Li guardai attentamente, e mi accorsi subito che l’uomo aveva un’aria sconvolta, come se fosse in preda al panico. Anche il bambino aveva il volto contratto e arrossato, come se stesse piangendo. Quando si accorse che lo stavo guardando, l’uomo spalancò gli occhi, come a voler attirare la mia attenzione. Poi mi fece un cenno vago con la mano, un gesto che poteva indicare smarrimento o sconcerto. Il mio atteggiamento cambiò di colpo e cominciai a cercare freneticamente un modo per aiutare quell’uomo. Aveva un aspetto vagamente familiare. Accanto alla naturale solidarietà per qualcuno che è in difficoltà, cominciò a emergere rapidamente una sorta di misteriosa, istantanea implicazione affettiva in quella assurda situazione. Per fortuna la strada davanti a noi era visibile per chilometri, e sgombra, così continuai ad affiancare l’auto verde. A gesti chiesi all’uomo di tirare giù il finestrino, ma lui non capì. Continuai a fare gesti di girare, di abbassare, di farsi aria, ma non mi capiva. Sembrava una di quelle scene in cui due persone di due culture completamente diverse, e che hanno modi di gesticolare assolutamente differenti, tentano inutilmente di comunicare. Ma quelle scene sono quasi sempre accompagnate da sorrisi e ammiccamenti, che aiutano la comprensione. Questa, invece, era una scena abbastanza drammatica, e l’agitazione sembrava produrre una dimensione di totale incomunicabilità. Alla fine mi venne in mente di bussare sul mio vetro di destra, e lui sembrò finalmente comprendere. Con una faccia sconsolata, sempre a gesti, mi fece capire in qualche maniera che il finestrino era bloccato. "Si accosti al bordo della strada", urlai, ma l’uomo continuava a non comprendermi. Si toccava l’orecchio come per chiedermi di parlare più forte. Gli feci un cenno con la mano per indicargli di fermarsi, ma lui capì che doveva rallentare. Per il nervosismo la mia mano sinistra, che reggeva il volante, cominciò a tremare, e la mia macchina sbandò leggermente. Quel tipo aveva talmente rallentato l’andatura che fui obbligato a sorpassarlo definitivamente. Quando gli fui davanti, azionai l’indicatore di direzione di destra per segnalargli che volevo fermarmi. Guardai nello specchietto per accertarmi che avesse compreso cosa fare, ma la macchina non c’era più. Non era possibile che mi avesse superato a sua volta, ma per scrupolo guardai avanti: la strada era deserta, per chilometri. Non c’erano né dossi né uscite, né davanti né dietro. L’auto era semplicemente scomparsa nel nulla.

Rimasi lì imbambolato per qualche minuto, con il tic-tac della freccia che riempiva il vuoto di impressioni nel quale ero piombato. Per la prima volta nella mia vita dubitavo seriamente delle mie capacità percettive. Forse era il mio male… Ero sicuro di aver visto quella macchina. Lo sconcerto confinava con una vaga paura.
Chicca, intanto, si era svegliata. Approfittai della sosta per darle da bere. A modo suo, mi chiese di venire davanti con me. La convinsi a restare dietro con argomenti fiabeschi e promesse di prossimi gelati. La fantasiosa conversazione ebbe il potere di staccare i miei pensieri dalla macchina verde. Ripartii.
Un grosso nuvolone innocuo oscurò per qualche minuto il cielo. Chicca, allora, parlò. Mi sembrò che avesse chiesto da bere. Infatti, aveva detto qualcosa come "bevere", che nel suo linguaggio di quasi treenne significava, appunto, "bere". Mi pareva strano, perché si era appena dissetata. Ma i bambini sono capaci di veri colpi di mano pur di attirare l’attenzione.
"Vuoi l’acqua, amore?", le chiesi.
"No. No vojo acqua. Vojo bevedere", mi rispose decisa. Alle mie ulteriori domande reagì con fastidio. Era seccata che io non capissi. Quindi, a un certo punto, mise fine alla conversazione con un definitivo "Uffa, papino!" e si rimise a dormire. Ecco un altro mistero. Che avrà mai detto?

La strada aveva cominciato a inerpicarsi su per i tornanti di quella inverosimile montagna che sigillava l’accesso al mare. Non c’era altro modo di raggiungere la litoranea, se si percorreva la provinciale. Meno male che Chicca dormiva, altrimenti avrebbe sicuramente vomitato. Tutto quel sonno ce lo avrebbe fatto pagare con una lunga veglia notturna, probabilmente, ma per ora tornava utile. Al culmine di una salita più dura delle altre, che portava la strada a sfociare in una specie di breve altopiano leggermente ondulato, la vidi nuovamente davanti a me. La cinque porte antica. Arrancava, evidentemente provata dalle salite, ma tutto sommato non andava molto più lenta di prima. Era lei, la 1100... Belvedere? Ecco che di colpo mi viene in mente il nome di quel modello. Non "Giardinetta": "Belvedere"! Almeno così la chiamava papà... Papà...
Il sangue mi si trasformò improvvisamente in un ammasso di aghi di ghiaccio. Quel tipo nella 1100 Belvedere era lui. Mio padre. Ma che sto dicendo… Quello lì, anche se è addobbato in modo inverosimilmente demodé, avrà più o meno la mia età. E poi, il ragazzino… Mentre i capelli della nuca si rizzavano come aculei di un istrice e gli aghi ghiacciati del mio sangue si frantumavano nelle vene, l’incontro con l’impossibile assoluto ebbe il potere di abbattere le barriere della percezione naturale, e il fenomeno che ne seguì assunse l’aspetto di una dimensione quieta e quasi consueta. Mi accorsi che la portata del mio campo visivo si era arricchita di una nuova risorsa, prima sconosciuta, quella di vedere – non immaginare, ma letteralmente vedere – un’altra scena perfettamente compatibile con quella che avevo davanti, come quando uno stesso sguardo umano è capace di cogliere la realtà dell’apparecchio televisivo - con la sua forma di plastica, i suoi ammennicoli tecnici, la pianticella che vi poggia sopra, il carrello che lo sostiene e i volumi dell’enciclopedia posati sullo scaffale sovrastante – e contemporaneamente di muoversi dietro alla carovana di nomadi che, dentro lo schermo, cavalca per il deserto del Gobi. Ed ecco che lo sguardo chiaroveggente della memoria si fissa su una scatola piena zeppa di fotografie in bianco e nero ammassate alla rinfusa; sono le foto scartate: le più belle hanno ottenuto l’onore dell’album. Tra quelle, ce n’è una in cui mio padre ed io posiamo sorridenti, appoggiati alla 1100 Belvedere. È una giornata luminosa d’un inverno di trentacinque anni fa, o forse più antico ancora. Lui ha un cappotto di cammello e un cappello da passeggio. Io porto un cappottino scuro (ma, con magica sicurezza, la memoria strappa alla foto in bianco e nero l’informazione che è rosso) e un cappellino con la visierina e il paraorecchi.

La 1100 Belvedere era sempre davanti a noi. Ormai la montagna si era esaurita alle nostre spalle, e la litoranea costeggiava una spiaggia selvaggia, con un mare di un colore mai visto. Celeste chiaro. Talmente chiaro che sembrava grigio chiaro. Anche il cielo stava prendendo quella straordinaria tonalità. Grigio chiaro. Non c’era una sola nuvola davanti al sole, ma il mondo stava cominciando rapidamente a brillare di tutte le sfumature incantate del bianco e nero.
La 1100 Belvedere si accostò al bordo della strada. Le ruote stridettero un poco contro l’asfalto, poi slittarono per un paio di metri sulla ghiaietta sabbiosa sotto la quale il lato destro della strada sfumava verso la spiaggia. Mentre superavo l’auto ormai ferma, sentii il suono gracidante del freno a mano che il guidatore aveva tirato dopo aver spento il motore. Per un attimo eterno restai indeciso: bastava che accelerassi di nuovo; avrei visto la cinque porte antica allontanarsi nello specchietto retrovisore fino a scomparire; immaginai persino di vedere – anzi, di nuovo, vidi, con quella misteriosa seconda vista che mi era stata donata poco prima – l’uomo col cappello aprire lo sportello controvento dall’auto, scendere e guardare tristemente la mia macchina che si faceva sempre più piccola. Il senso di distacco definitivo che provai durante quella visione era qualcosa di struggente e di pauroso al tempo stesso, un misto di nostalgia e di terrore. L’ultima immagine della mia visione, prima che imboccassi la curva oltre la quale la 1100 Belvedere usciva dalla visuale, fu quella delle folte sopracciglia dell’uomo che si inarcavano mentre il suo sguardo mi cercava. Ma quando tornai a concentrarmi sulla mia vista normale, mi accorsi che niente di tutto questo era accaduto: stavo semplicemente rallentando per fermarmi una decina di metri avanti all’auto verde. Frenai, spensi il motore e guardai nello specchietto.
L’uomo non era affatto sceso dalla macchina, come invece credevo di aver visto poco prima. Ero in preda a un’emozione incontrollabile. Chicca si era svegliata, e piagnucolava. La cosa mi infastidì, perché avrei voluto prenderla in braccio e coccolarla, ma stavo troppo male per farlo. Sudavo freddo e tremavo. Tenevo d’occhio la 1100 Belvedere. Nessun movimento. Io e l’uomo che somigliava a mio padre sembravamo due duellanti che aspettano il momento propizio per fare la prima mossa. Allora mi venne un’idea. Mi voltai verso Chicca, la liberai dal seggiolino e me la misi accanto. Naturalmente fu felicissima. Cominciò a farmi facce buffe e a provocarmi per giocare. Aprii il mio sportello, la presi in braccio e scesi senza esitazioni. Sentivo che io e quella piccola ma formidabile sorgente di vita ci saremmo protetti vicendevolmente dal mistero che ci attendeva. Mi avviai deciso, con Chicca che mi ballonzolava in braccio e mi guardava interrogativa.
Mentre ci avvicinavamo alla 1100 Belvedere, il volto dell’uomo si faceva sempre più nitido. Mi fissava con la stessa faccia angosciata di quando lo avevo sorpassato la prima volta. Era lui, non c’era dubbio. Non osai guardare il bambino. Sapevo che anche lui mi stava fissando, ma una specie di terrore sacro mi impediva di guardarlo negli occhi. Mi faceva sentire in colpa. Riflettei ancora una volta sulla possibilità di girarmi e andarmene. Un malessere invincibile mi invadeva a mano a mano che mi avvicinavo. Mi sentivo come se fossi sottoposto a qualche radiazione venefica. Il mal di testa che mi aggredì in quel momento aveva qualcosa di supremo nel suo fluire come un fiume di lava, nel suo portare la soglia del dolore a un livello tanto alto da sembrare definitivo. Nella sua dissonanza assoluta, sembrava il contrappunto perfetto della paura e del senso dell’impossibile.
Non ce la facevo proprio. Decisi di tornare indietro. Feci un gesto al conducente dell’auto chiedendogli di attendere e indicando la bambina, come a volergli far credere che fosse lei a procurarmi qualche problema. Accompagnai la mia pantomima con una penosa battuta rivolta a Chicca: "Non piangere, amore, adesso papà ti mette in macchina". Lei, che mi guardava con una faccetta tutta soddisfatta e sempre più interrogativa, concluse che si trattava di un nuovo tipo di gioco e appena feci per tornare indietro, anziché piangere, cominciò a ridere, prima con affettazione, poi a crepapelle. La scusa non reggeva più. Sconfitto e imbarazzato, mi diressi esitante verso la 1100 Belvedere.
Quando fui accanto allo sportello del guidatore, che era sempre chiuso e con il finestrino alzato, l’uomo al volante si irrigidì, guardandomi negli occhi con sopracciglia così aggrottate per la curiosità da sembrare atteggiate a un’espressione di estrema severità. Sembrava sospettare qualcosa. A un certo punto il suo sguardo si addolcì, come se il soffio caldo di una remota simpatia gli sfiorasse il cuore. Sorrise debolmente e aprì un poco la bocca, come se stesse per pronunciare un nome che gli era familiare ma che, per qualche inspiegabile blocco mentale, continuava a sfuggirgli. Spostò lo sguardo sulla bambina che tenevo in braccio e l’espressione sembrò sfumare addirittura verso la commozione. Io cercavo di tenere sempre il bambino fuori dal fuoco del mio campo visivo, per poter continuare a non sapere che espressione avesse. Volevo dire qualcosa, ma facevo fatica persino a respirare. Anche Chicca era diventata stranamente rigida, e se ne stava immobile nella sua posizione, in braccio a me, guardando la macchina. A un certo punto l’uomo parlò. La sua voce sembrava provenire dalle profondità del mare. "Ci siamo perduti", disse con un tono di voce così basso e liquido da farmi rizzare i capelli in testa. Quella cosa lì dentro non è mio padre, pensai. Poi, però, quando parlai a mia volta per chiedergli: "Dove stavate andando?", anche lui trasalì come se la mia voce fosse orribile. Sembrò avere qualche dubbio sul fatto che io e Chicca fossimo due esseri umani, e si ritrasse leggermente. La comunicazione sembrava sorretta da forze ignote. Era come se le nostre parole venissero raccolte e transcodificate da un prodigioso apparecchio che mediava tra due dimensioni. L’impossibile conversazione proseguì in quel modo.
"Ci siamo perduti", ripeté. "Niente è come prima. Sembra un altro mondo. I nomi dei paesi e delle località sono gli stessi, ma le strade, le macchine, le targhe, le indicazioni stradali no. Ci sono costruzioni assurde, e persino il paesaggio è cambiato. E poi, fa terribilmente freddo qui dentro. Voi là fuori, invece, sembra che abbiate caldo. È un incubo."
"Dove sta portando il bambino?", gli chiesi senza dubitare neanche per un momento che quel loro viaggio avesse a che fare proprio con il piccolo.
"A una visita. Da un mio amico medico che ha una casa da queste parti, credo. Aveva accettato di vederlo di domenica. Ma mi pare di aver completamente sbagliato strada, perché la casa non è sul mare, ma in campagna, forse alle pendici di quella montagna."
"Che cos’ha il bambino?", chiesi con una strana apprensione, come se un segreto da sempre celato mi si stesse svelando davanti agli occhi.
"Niente di grave. Ma potrebbe aiutarmi?", rispose l’uomo, un po’ infastidito dal fatto che, anziché dargli notizie sulla strada che avrebbe dovuto prendere, mi occupassi solo del bambino.
"Dove dovrebbe andare?"
"A casa del dottor Maggi."
Maggi. Lo rividi. Un uomo magro, con un viso asciutto e una voce metallica. Mio padre aveva un’adorazione per lui. Un’adorazione che però non sembrava affatto corrisposta: Maggi era cordiale con lui, ma si sentiva superiore, e mio padre dava l’impressione di essere d’accordo su questa sua superiorità. Questo mi faceva soffrire. Lui e sua moglie non avevano figli. Andavamo a trovarli l’estate in una grande casa in campagna, con tanti alberi di fico e di pesca. Una boscaglia fitta fitta tutto attorno alla casa. Cani. Una fontana secca. Un enorme rospo, che lui chiamava Volfango. La moglie apparecchiava una tavola di legno sotto il pergolato e lì loro mangiavano e bevevano. Io non mangiavo quasi niente perché mi veniva da vomitare. Maggi mi trattava come se fossi un piccolo idiota. Ne avevo un ricordo vago e terrificante, perché mi faceva sentire inesistente. La moglie era più buona. Sembrava accettare l’esistenza di tutti. Anche la mia, con una pietà che la spingeva a prepararmi l’unica cosa che potevo tollerare, in quel luogo: la bruschetta. Una volta, però, la preparò con l’aglio; io odiavo l’aglio, ma la mangiai lo stesso, perché non volevo apparire tanto scemo da fargliela rifare. Ricordo che la mangiai tutta, e la tentazione di vomitare cominciò ad aggredirmi prima ancora di finirla. Mi trattenni e mi venne il mal di testa. Gironzolai tutto il pomeriggio per il giardino con le tempie strette in una morsa d’acciaio. Poi, quando loro erano dentro a preparare la cena e cominciarono ad arrivare i primi odori, mi misi a correre e riuscii ad arrivare alla fontana secca prima di scaricare il triturame della bruschetta mai digerita. Riuscii persino a diluire la prova della mia vergogna riempiendo varie volte un innaffiatoio arrugginito che avevo trovato nei paraggi e svuotandolo sui miei rifiuti fino a renderli quasi irriconoscibili. L’odore, acre, però si sentì. Tutto fu scoperto e la signora mi preparò una minestrina leggera di puntine d’ago, che non rifiutai, bloccandomi nuovamente lo stomaco e rischiando un’altra figuraccia. Quando mi salutava, Maggi mi diceva: "Ciao, giovanotto" con gli occhi che non sorridevano mai, e io sapevo che chiamarmi "giovanotto" era il suo modo di ricordarmi che, secondo lui, non lo sarei mai diventato, ma sarei rimasto sempre l’ameba che ero. Sul mio mal di testa non si pronunciava; si limitava a mugugnare qualcosa con una faccia un po’ schifata, poi cambiava discorso, come se abbassarsi a parlare di me fosse una cosa troppo triviale per lui e per la sua nobile professione.
Poi, un giorno, in quella stessa casa di campagna ci fu una lite tremenda tra i miei e i Maggi, a causa di una strana scena che era successa tra mio zio Marzio (un bel ragazzo giovane, simpatico e gioviale, che mi voleva bene e che spesso veniva con noi in gita la domenica) e una loro nipote di nome Simonetta. Io avevo notato che si tenevano per mano, mentre giocavo in giardino. Poi li avevo persi di vista e quando era scoppiata la lite si parlò di pantaloni, di mutande, di gonne, di cosce e di altre cose che non capivo, ma che di sicuro erano mortalmente offensive per tutti. Passarono mesi, forse anni. Mi ricordo che si recuperò una specie di pace tra le due famiglie, dopo che i miei avevano litigato con i genitori di Marzio e dopo che Simonetta si era sposata con uno straniero ed era andata a vivere all’estero. Ma non era più la stessa cosa, si sentiva. C’era una ferita, come se quell’episodio increscioso avesse evocato qualcosa di più profondo, di mai rivelato. Qualcosa che non riguardava affatto Marzio e Simonetta. Le famiglie si persero nuovamente di vista. Maggi morì quando io ero già grande, forse quando ero al ginnasio. Lo sapemmo dal giornale, perché era un medico famoso. La moglie morì poco dopo. Lo sapemmo perché mia madre le aveva promesso di andare a trovarla e quando le telefonò le dissero che era morta improvvisamente. Simonetta, adesso, poteva anche essere diventata nonna.
"Ha mai sentito parlare del dottor Maggi? Tutti lo conoscono nella località dove passa la villeggiatura e i fine settimana", mi chiese l’uomo.
"Sì, mi pare, ma non so bene...", dissi tentando di evadere da quell’angolo in cui mi aveva cacciato. Poi compresi che se avessi dato l’impressione di sapere qualcosa su Maggi avrei forse trovato un buon pretesto per parlare del bambino.
"Ah, sì, mi pare di ricordare. Maggi, sì. Guardi: forse, la cosa migliore è che lei mi segua con la sua macchina, mentre io, con la mia, mi oriento per trovare la strada."
"Grazie, lei è veramente gentile."
"A proposito, mi diceva, del bambino... che non è una cosa grave."
"No: probabilmente non è niente. È solo strano. Tanto strano. Prima era un bambino sempre allegro, gioviale, pieno di fantasia. Cantava e recitava poesie per tutti. Inventava storie. Intelligente. Sveglio. E adesso, invece, lo guardi."
Stavolta ero in trappola. Mi ero così interessato al bambino che non potevo continuare a guardare da un’altra parte. Lasciai che il mio sguardo si posasse lentamente su di lui cominciando dai piedini che penzolavano dal sedile. Scarpette blu e calzini bianchi. Le caviglie un po’ grosse, e sopra il calzino leggermente calato, una strisciolina di pelle chiara, rosea, liscia, subito interrotta dall’orlo del pantaloncino lungo. Grigio. Mi pareva di sentire il calore del misto-lana sulla gambina, le leggere increspature che la stoffa formava sotto le cosce, le strettoie della cinturina attorno alla vita, il suo scabro contatto con la pelle viva là dove la camicetta bianca si era leggermente sollevata e la cintola dei pantaloni si era leggermente ripiegata. Le manine belle. Già snelle e non più grassocce come quelle dei bambini più piccoli. Le dita della mano destra abbandonate aperte in grembo, adagiate sul cappellino spiegazzato che prima aveva in capo, e quelle della mano sinistra posate delicatamente sulla spalla destra del papà, come a tentare di stabilire un contatto. Sotto il cappottino rosso mezzo aperto, il maglioncino blu con i tre ricami paralleli di colore verde bianco e violetto che ridisegnavano la forma dell’apertura a V del collo. La cravattina finta, rossa a pallini bianchi, sorretta da un elastico nascosto sotto il colletto della camicia. Il collo in cui pulsa la vita. Dritto. Non ripiegato come quello dei morti. Come quello di un cigno morto che lui e io avevamo visto un giorno al parco, appoggiato languidamente al bordo della fontana. La testolina era ancora sorretta dalla vita, assicurata agli ormeggi dell’esistere dal meraviglioso meccanismo di quel collo sottile. Il mento diafano e teneramente arrotondato. La bocca che forse aveva troppo parlato, troppo espresso, e che ora era bloccata nella fissità esangue di una perenne fessura semichiusa. Il naso incerto, nel crescere, tra un esito di appallottolamento che lo avrebbe liberato all’eterno bambinesco e infine al ridicolo, e uno di prolungamento che gli avrebbe segnato anzitempo il volto con l’allusione al suo essere già troppo adulto. Il viso allungato. La testa, che fino a pochi mesi prima doveva essere stata arrotondata e ben proporzionata, ora si protendeva un po’ troppo appuntita verso il cielo alla ricerca di una risposta, di una voce d’angelo che lo aiutasse a comprendere un perché troppo difficile per la sua anima di bambino. Le orecchie un bel po’ scostate dal capo, come a voler origliare alla porta di una vita che gli aveva fatto promesse di melodie straordinarie e che ora lo aveva escluso dalle delizie del suo bel canto. E finalmente gli occhi, velati come due stelle che brillano lontane proprio sullo sfondo di una selva di ciminiere insensibili al cielo, e capaci solo di affumicarlo con le loro scorie grevi.
"Eccolo lì. Sempre immusonito. È diventato scontroso e scostante, lui che era solare, aperto e spregiudicato anche con gli estranei. Pensi che quando lo portavo al lavoro con me, fino a qualche tempo fa, era l’attrazione di tutto l’ufficio. Lo adoravano tutti. Adesso me lo trattano come se avesse qualche malattia. Se ne sta lì silenzioso, in disparte, a malapena risponde al saluto dei colleghi, non sorride neanche per compiacenza. E poi, in casa, è diventato dispettoso. E infido. Sembra che rimugini sempre qualcosa. Non parla mai, ma poi, appena gli si fa un rimprovero, è subito pronto a fare polemiche. Allora sì che parla. Si ferma solo con le botte. Puntualizza e pignoleggia su tutto. Le assicuro che tentare di piegarlo è un’impresa, a questo punto. Abbiamo pensato persino di affidarlo a qualche... istituto di religiosi che gli sappiano parlare, dargli una guida. Ma non me la sento proprio. Preferirei che il dottor Maggi gli desse una cura, mi consigliasse qualche terapia, qualche incontro con uno psicologo, non so, non so..."
"Lei sembra avere grande fiducia nel dottor Maggi."
"È una persona navigata. Un amico fidato. Uno che conosce bene i problemi della nostra famiglia. E poi mia moglie, povera donna, non ne può proprio più."
"Ha detto tante cose tutte assieme. Persona navigata. Amico fidato. Problemi in famiglia. Sua moglie che non ne può più. Perché sente il bisogno di mettere assieme tutte queste cose?"
L’uomo si irrigidì. Sembrava intenzionato a riprendere le giuste distanze da un estraneo che, con la scusa di aiutarlo in una situazione difficile, si impicciava un po’ troppo di affari che non erano i suoi. Aveva appena cominciato a rispondere, con un tono un po’ duro: "Ma lei non si era offerto di...", quando il bambino aprì improvvisamente il suo sportello e sgattaiolò fuori. L’uomo sembrò urlare qualcosa all’indirizzo del bambino, ma non si sentiva niente. Era come se lo sportello rimasto aperto avesse inceppato quello strano meccanismo di comunicazione tra le dimensioni. E il bambino ormai era qui, da questa parte.
Suo padre continuava il suo monologo silenzioso, stavolta rivolgendosi a me, ma io pensavo solo al bambino. Era passato davanti alla macchina ed era corso a piazzarsi proprio tra me e lo sportello dal quale il padre lanciava i suoi disperati appelli muti. Si era messo a fissare Chicca, sorridendo delicatamente. Lei, che era sempre socievole come un cucciolo, gli sorrise a sua volta. La misi giù. Si guardarono curiosi. Il bambino le toccò una mano. Lei sollevò quella mano e toccò il viso del bambino, dandogli più un buffettino che una carezza; poi si rivolse a me con un sorriso radioso e intimidito insieme, come faceva sempre quando aveva compiuto un gesto che riteneva audace. Il bambino le accarezzò i capelli con la delicatezza di chi accarezza un fiore. Lei mi guardò di nuovo sorridendo di felicità, poi lo abbracciò. Anche lui l’abbracciò, sempre con la stessa delicatezza. Restarono così a lungo. E io rimasi a guardarli, con dentro il remoto ricordo dell’abbraccio di una bambina alta poco meno di me che amavo più della mia stessa vita. L’interno della 1100 Belvedere si era improvvisamente oscurato, e della figura del padre non era rimasto altro che un contorno indistinto e piatto stagliato nella tenebra dell’abitacolo.
Chicca prese per mano il bambino e gli propose, nella sua lingua di bambina, di fargli vedere da vicino la nostra macchina. Il bambino si lasciò guidare, e lentamente, a piccoli passi misurati e solenni, come se stessero giocando a sposarsi, si avviarono verso la macchina. Io restai a guardarli. Era lo spettacolo più bello al quale avessi mai assistito. Chicca lo condusse prudentemente verso la parte destra dell’auto, evitando la strada, ma quando toccò la maniglia non riuscì ad aprirla. Si rivolse dolcemente al bambino dicendogli qualcosa a proposito di quell’inconveniente. Poi mi chiamò con la sua voce stridula e mi chiese di aprire. Mi avvicinai lentamente, mentre loro due fissavano affascinati la maniglia, come due cagnolini che fissano il pentolino dove si sta scaldando la pappa. Aprii lo sportello. Chicca entrò subito, facendo strada al bambino, che la seguì. Lei si sistemò da sola sul seggiolino, lui si accomodò sul sedile accanto a lei. Mi guardarono come se tutto fosse pronto. La tentazione di mettermi al volante e scappare via con il bambino era travolgente. Poi le reminiscenze della filosofia si mescolarono grottescamente con quelle dei racconti di fantascienza, e fui preda di strani dubbi sulle sequenze temporali, sulla concatenazione degli eventi, sulle cause e gli effetti, sulle perturbazioni dimensionali e sugli universi che si sgretolano se si cerca di cambiare il passato. Pensai a mio padre, che stava chiuso nel buio della sua 1100 Belvedere, e il cuore mi si strinse. Era un brav’uomo, che come tutti noi sa ma non sa, e si pone domande senza risposta solo perché esse gli assicurano la possibilità di aggrapparsi al dubbio; e sa bene che se smettesse per un momento di porsi quelle domande cieche dovrebbe incontrarsi con le risposte che da sempre erano lì, semplicemente lì. Ma pensai anche ai "problemi della famiglia", alla mamma che non ne poteva più, a Maggi, a quanto era "navigato" e "fidato", e alle cure e alle terapie che si stavano organizzando per immergere nel fonte battesimale dell’oblio quel bambino che un giorno era stato felice, ma che ora sapeva troppo per poter aspirare a esserlo ancora.
Mi accorsi che il mal di testa era scomparso completamente. Entrai a precipizio e sbattei lo sportello, come un poliziotto americano che si prepara ad inseguire un criminale. Legai Chicca al seggiolino, chiusi decisamente la mia cintura e bloccai gli sportelli. Poi lo guardai nello specchietto: gli occhioni gli brillavano e aveva la stessa faccia eccitata ed estasiata di quando papà non aveva ancora incontrato Maggi, e lo faceva sognare perché era un grande eroe. Io stavo bene come chi è guarito.
Ingranai la prima e partii. Da zero a cento in dieci secondi.

Gli occhi del bambino rimasero impressi nello specchietto anche dopo che lui fu svanito. Anche oggi, che Chicca è grande come lui era quella volta, sono ancora lì. E quando siamo insieme in macchina da soli, e improvvisamente, come riemergendo da un sogno, mi chiede notizie di Quel Bambino, come dice lei, io le rispondo: "Guarda nello specchietto, amore, e vedrai i suoi occhi". Lei li vede, come me.

 

La Scheda Vampirica e la storia n. 4 sono state inserite nel volume
Vampiri Energetici

 

 

 

 

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