Riuscire a sistemare mia figlia sul seggiolino non fu facile.
Ingaggiai il solito combattimento con le fibbie, che nelle mani di mia moglie
erano sempre disciplinate e obbedienti e con me, invece, si indispettivano,
inceppandosi e resistendomi nei modi più irritanti. Ma non finì lì, perché,
saggiando la stabilità del seggiolino, mi accorsi che non era legato bene al
sedile; mi guardai attorno smarrito, nell’assurda speranza di trovare qualcuno
che potesse aiutarmi; fissarlo, infatti, era per me un’incombenza
inspiegabilmente penosa: le mani mi si incastravano sotto, arrancando e
inoltrandosi sempre nello spazio sbagliato, alla ricerca di un moschettone che
il più delle volte ritrovavo penzolante dal sedile, proprio lì dove credevo di
aver già guardato. Questa volta la provvidenza mi aiutò: le mie mani cieche
trovarono la strada giusta, sentii un clac e alla fine Chicca e io riuscimmo a
partire. La guardai nello specchietto. Era placida. La bocca era incantata in un
mezzo sorriso e gli occhi cominciavano già ad assumere quell’espressione
languida che, nei bambini, precede di qualche secondo il tuffo nel sonno da
automobile.
Prendemmo la provinciale. Non avevo alcuna intenzione di
consegnare la cordialità di quel tiepido sole di inizio ottobre ai sorpassi
ruggenti dell’autostrada. Attraversammo quartieri periferici nei quali regnava
un silenzio strano. Passammo sotto ponti straordinari e scavalcammo viadotti
sotto i quali scorrevano fiumiciattoli di sassi. Sfilammo tra collinette verdi
coperte di incongrui fiorellini primaverili e capannoni sgangherati accanto ai
quali cani malinconici abbaiavano all’inganno che li aveva esclusi dalla
libertà.
Eravamo soli sulla strada. Leggere salite, leggere discese, curve dolci. La
bottiglietta dell’acqua della mia bambina, che all’inizio del viaggio avevo
nervosamente incastrato nel tascone dello sportello destro, mandava bagliori
intermittenti.
Faceva caldo. La bambina forse sudava troppo. La guardai di nuovo nello
specchietto. Il sole le batteva sulle gambe, non sul viso. Comunque pensai che
fosse meglio aprire il finestrino dalla mia parte, per far circolare un po’ d’aria.
Era proprio una giornata calda. Splendida.
Il mal di testa mi lasciava in pace, stranamente. Ormai mi raggiungeva dovunque,
in qualunque momento, a suo totale arbitrio. Era innamorato di me. Sapevo di che
si trattava. La nausea, il cervello che sembra attaccato a un elastico che
ballonzola su e giù, i leggeri vortici in testa, il cranio che sembra cedere
alla stretta di una morsa spietata, e scricchiolare come un muro che sta per
crollare. Era cominciato quando avevo circa sei anni, in un periodo confuso
della mia vita, un tempo in cui tutta l’infanzia sembrava andare in frantumi
per qualche colpa che avevo commesso. Punizioni, minacce di mandarmi in
collegio, facce indurite come maschere di giudici. Un incubo che poi era
passato, e così anche l’infanzia. Cominciò un’altra età e io non capivo
nulla di quello che era successo. Il mal di testa non finì più. Anzi aumentò
e prese forme sempre nuove, da supplizio raffinato, roba da Inquisizione: la
tortura della speranza, chiamavo i periodi in cui mi lasciava in pace. Poi
ricominciava. Da quando era nata la mia Chicca, le cose erano peggiorate.
Gravemente. Era come se la nascita della mia bambina mi avesse portato via un’energia
che mi serviva per vivere. Non il concepimento, la nascita. Mentre aspettavamo
che nascesse, stavo benissimo. Sentivo che la vita della bambina era legata a
me. Ogni volta che aveva un piccolo malanno, io dicevo piano piano: "La mia
vita è tua… La mia vita è tua…". Misteriosamente, lei guariva subito.
E io mi sentivo peggio. Per fortuna mia moglie era abituata ai miei mal di
testa. E poi, lei era ottimista per natura e non sospettava nulla. Suonava
allegramente il campanello ed entrava come una folata di vento in casa con la
sorpresa di nuove pillole che le aveva consigliato la farmacista. Io sapevo di
che si trattava. Non mi preoccupavo della possibilità di mettere in pericolo la
vita della bambina con i miei capogiri: sapevo che se stava con me non poteva
succederle nulla. Sentivo l’amore come un’armatura che la proteggeva. A
volte, quando aveva la febbre, mi ero scoperto a ringhiare contro la febbre come
una belva, piano, per non farmi sentire; e la febbre se ne andava. La certezza
non l’avevo neanche io. Dico, la certezza concreta, la certezza del mondo. Non
avevo fatto analisi e roba del genere, avevo parlato solo con un mio amico
medico che lavorava su questo genere di cose. Si ricordava dei miei mal di testa
dal liceo. La sua faccia quando gli raccontavo dei miei peggioramenti era come
la mia allo specchio. Sapeva tutto, come me. Solo, non sembrava un medico, non
faceva tutte quelle osservazioni tra il prudente, il vagamente preoccupato e il
confortante che fanno i medici. Era come un’anima che non può interferire in
qualcosa che riguarda gli dei. Io lo sapevo da quando avevo sei anni. Mi pareva
di ricordare che il centro del mio peccato fosse il cervello fin da allora.
Pensare, era il peccato. Vedere. E vedendo capire le cose che non dovevo capire.
Mi pare persino che una persona di famiglia mi avesse maledetto perché la
guardavo con quei miei occhi e trasmettevo al cervello informazioni che non
doveva avere. Il mio cervello era condannato da un peccato che aveva commesso.
Non c’era niente da fare. Io ero pronto. L’importante era che Chicca
vivesse, e che non le capitasse mai di finire condannata per un certo modo di
guardare i grandi.
La strada sembrava praticamente abbandonata. In mezz’ora
avevamo incontrato solo tre o quattro macchine, tutte provenienti dalla
direzione opposta alla nostra.
Dopo una salita, la strada si trasformava in un rettifilo ininterrotto, che
sembrava perdersi contro le montagne che si stagliavano all’orizzonte. Molto
avanti, varie centinaia di metri, forse un chilometro o più, c’era una
macchina. Me ne accorsi perché, appena sbucammo su dalla salita, uno dei suoi
vetri mandò un bagliore che mi accecò. Per un attimo ebbi paura di perdere il
controllo dell’auto, e se davanti a me non ci fosse stata quella fettuccia di
strada infinitamente dritta avremmo probabilmente corso qualche rischio. Quando
mi ripresi, dovunque guardassi vedevo l’immagine fantasmagorica dell’abbaglio
ricevuto. Aveva una forma buffa. Se per un attimo chiudevo gli occhi la vedevo
bene. Era tutta verde fosforescente. Sembrava una Madonnina. Mi ricordava certe
Madonnine fosforescenti che circolavano in casa quando ero piccolo.
Terrificanti. Nel buio sembravano occhi di fantasmi. Rallentai un po’ e corsi
il rischio di chiudere gli occhi per due interi secondi, per vederla meglio.
Ricordava una Madonnina solo perché la testa era arrotondata come sotto un
velo. Ma, vista meglio, sembrava più un uomo che una donna. Un uomo col velo?
Che assurdità è capace di organizzare la mente umana con le sue illusioni, le
sue associazioni, le sue impressioni fugaci.
La macchina si avvicinava rapidamente. No. Eravamo noi ad avvicinarci
rapidamente a lei. Ormai appariva chiaro, infatti, che procedeva sulla nostra
stessa corsia. Ma evidentemente andava molto piano, perché, nonostante la
distanza iniziale fosse notevole, l’avevamo quasi raggiunta. Era una macchina
d’altri tempi, piuttosto grossa, a cinque porte, con le ruote alte alte e
sottili, il lunotto posteriore poco più grande di un grosso oblò e l’intera
struttura che, da dietro, appariva sproporzionatamente alta e stretta. Una
"1100 Giardiniera", mi pare si dicesse quando macchine come quella
ancora andavano in giro. "Giardinetta", non "Giardiniera",
mi venne in mente. Però c’era qualcosa che non andava. Una dissonanza tra
quel nome e quell’automobile. Era tutta verde. La parola
"Giardinetta", nella mia immaginazione, corrispondeva al modello
mentale di una macchina uguale a quella ma con dei pannelli di legno incastrati
negli sportelli tra cornici di metallo. La "1100 Giardinetta",
continuavo a ripetere tra i denti. Ma non mi suonava.
Ormai eravamo a pochi metri dall’automobile. Rallentai notevolmente. Andava
così piano che non potevo non sorpassarla. Ma ero affascinato, così scalai in
terza e decisi di restarle dietro per esaminarla meglio. Nonostante il modello
indicasse chiaramente almeno una quarantina d’anni di età, le condizioni
della carrozzeria erano da vetrina. Sembrava uscita dalla fabbrica da non più
di qualche mese. La targa confermava l’anzianità del modello, ma anch’essa
era lucida, perfetta, praticamente nuova di zecca come tutto il resto. Il
signore alla guida dell’auto doveva essere un collezionista, evidentemente.
Probabilmente stava andando a qualche sfilata di auto d’epoca. Sembrava
proprio il tipo del collezionista d’auto. Il sedile basso lasciava scoperto un
tratto di schiena sufficiente per lasciar intravedere il cappotto di cammello,
probabilmente molto pesante, che indossava. Con quel caldo... Portava anche un
cappello da passeggio marrone chiaro, assolutamente fuori moda. La testa si
muoveva leggermente in su e in giù, come se a tratti guardasse nel minuscolo
specchietto retrovisore per spiare chi lo stava spiando. Poi si muoveva verso
sinistra e verso destra, come se il guidatore stesse cercando di orientarsi in
un paesaggio sconosciuto. In effetti dava proprio l’impressione di una persona
in preda a qualche ansia. Accanto a lui, il posto del passeggero pareva vuoto.
Ma di tanto in tanto, specialmente se l’auto sobbalzava un poco, spuntava una
testolina tonda. Un cane? Poteva anche essere un bambino. Ormai catturato da una
curiosità fanciullesca, ignorai qualunque norma sulla distanza di sicurezza,
comportandomi esattamente come quegli automobilisti che ho sempre odiato, che ti
si piantano a un metro dal paraurti posteriore per renderti partecipe - e
corresponsabile - della loro miserabile ansia prevaricatrice. Lo vidi. Era
proprio un bambino. Probabilmente più grande della mia Chicca. Aveva uno di
quei cappellini che andavano una volta, con la visierina e il paraorecchi,
colorati a spicchi come quelli di Qui Quo Qua. Che razza di incosciente, pensai:
tiene lì un bambinetto così piccolo con il rischio che alla prima vera frenata
vada a sbattere la testa contro il parabrezza. Di seggiolino neanche a parlarne.
Scommetto che non gli ha messo neanche la cintura. Ammesso che l’abbia lui.
Che scelleratezza. Se vuoi mettere in pericolo la tua vita, fai pure. Ma
rischiare la vita dei bambini. Disgraziato.
Decisi infine di sorpassarlo, per vendicare il bambino lanciando almeno un’occhiataccia
allo stolido padre collezionista. Quando gli fui a fianco, notai che aveva il
finestrino completamente alzato. Quei due staranno morendo di caldo, lì dentro,
pensai. Anche il bambino aveva il cappotto addosso. Avrà avuto cinque o sei
anni. Li guardai attentamente, e mi accorsi subito che l’uomo aveva un’aria
sconvolta, come se fosse in preda al panico. Anche il bambino aveva il volto
contratto e arrossato, come se stesse piangendo. Quando si accorse che lo stavo
guardando, l’uomo spalancò gli occhi, come a voler attirare la mia
attenzione. Poi mi fece un cenno vago con la mano, un gesto che poteva indicare
smarrimento o sconcerto. Il mio atteggiamento cambiò di colpo e cominciai a
cercare freneticamente un modo per aiutare quell’uomo. Aveva un aspetto
vagamente familiare. Accanto alla naturale solidarietà per qualcuno che è in
difficoltà, cominciò a emergere rapidamente una sorta di misteriosa,
istantanea implicazione affettiva in quella assurda situazione. Per fortuna la
strada davanti a noi era visibile per chilometri, e sgombra, così continuai ad
affiancare l’auto verde. A gesti chiesi all’uomo di tirare giù il
finestrino, ma lui non capì. Continuai a fare gesti di girare, di abbassare, di
farsi aria, ma non mi capiva. Sembrava una di quelle scene in cui due persone di
due culture completamente diverse, e che hanno modi di gesticolare assolutamente
differenti, tentano inutilmente di comunicare. Ma quelle scene sono quasi sempre
accompagnate da sorrisi e ammiccamenti, che aiutano la comprensione. Questa,
invece, era una scena abbastanza drammatica, e l’agitazione sembrava produrre
una dimensione di totale incomunicabilità. Alla fine mi venne in mente di
bussare sul mio vetro di destra, e lui sembrò finalmente comprendere. Con una
faccia sconsolata, sempre a gesti, mi fece capire in qualche maniera che il
finestrino era bloccato. "Si accosti al bordo della strada", urlai, ma
l’uomo continuava a non comprendermi. Si toccava l’orecchio come per
chiedermi di parlare più forte. Gli feci un cenno con la mano per indicargli di
fermarsi, ma lui capì che doveva rallentare. Per il nervosismo la mia mano
sinistra, che reggeva il volante, cominciò a tremare, e la mia macchina sbandò
leggermente. Quel tipo aveva talmente rallentato l’andatura che fui obbligato
a sorpassarlo definitivamente. Quando gli fui davanti, azionai l’indicatore di
direzione di destra per segnalargli che volevo fermarmi. Guardai nello
specchietto per accertarmi che avesse compreso cosa fare, ma la macchina non c’era
più. Non era possibile che mi avesse superato a sua volta, ma per scrupolo
guardai avanti: la strada era deserta, per chilometri. Non c’erano né dossi
né uscite, né davanti né dietro. L’auto era semplicemente scomparsa nel
nulla.
Rimasi lì imbambolato per qualche minuto, con il tic-tac
della freccia che riempiva il vuoto di impressioni nel quale ero piombato. Per
la prima volta nella mia vita dubitavo seriamente delle mie capacità
percettive. Forse era il mio male… Ero sicuro di aver visto quella macchina.
Lo sconcerto confinava con una vaga paura.
Chicca, intanto, si era svegliata. Approfittai della sosta per darle da bere. A
modo suo, mi chiese di venire davanti con me. La convinsi a restare dietro con
argomenti fiabeschi e promesse di prossimi gelati. La fantasiosa conversazione
ebbe il potere di staccare i miei pensieri dalla macchina verde. Ripartii.
Un grosso nuvolone innocuo oscurò per qualche minuto il cielo. Chicca, allora,
parlò. Mi sembrò che avesse chiesto da bere. Infatti, aveva detto qualcosa
come "bevere", che nel suo linguaggio di quasi treenne significava,
appunto, "bere". Mi pareva strano, perché si era appena dissetata. Ma
i bambini sono capaci di veri colpi di mano pur di attirare l’attenzione.
"Vuoi l’acqua, amore?", le chiesi.
"No. No vojo acqua. Vojo bevedere", mi rispose decisa. Alle mie
ulteriori domande reagì con fastidio. Era seccata che io non capissi. Quindi, a
un certo punto, mise fine alla conversazione con un definitivo "Uffa,
papino!" e si rimise a dormire. Ecco un altro mistero. Che avrà mai detto?
La strada aveva cominciato a inerpicarsi su per i tornanti di
quella inverosimile montagna che sigillava l’accesso al mare. Non c’era
altro modo di raggiungere la litoranea, se si percorreva la provinciale. Meno
male che Chicca dormiva, altrimenti avrebbe sicuramente vomitato. Tutto quel
sonno ce lo avrebbe fatto pagare con una lunga veglia notturna, probabilmente,
ma per ora tornava utile. Al culmine di una salita più dura delle altre, che
portava la strada a sfociare in una specie di breve altopiano leggermente
ondulato, la vidi nuovamente davanti a me. La cinque porte antica. Arrancava,
evidentemente provata dalle salite, ma tutto sommato non andava molto più lenta
di prima. Era lei, la 1100... Belvedere? Ecco che di colpo mi viene in mente il
nome di quel modello. Non "Giardinetta": "Belvedere"! Almeno
così la chiamava papà... Papà...
Il sangue mi si trasformò improvvisamente in un ammasso di aghi di ghiaccio.
Quel tipo nella 1100 Belvedere era lui. Mio padre. Ma che sto dicendo… Quello
lì, anche se è addobbato in modo inverosimilmente demodé, avrà più o
meno la mia età. E poi, il ragazzino… Mentre i capelli della nuca si
rizzavano come aculei di un istrice e gli aghi ghiacciati del mio sangue si
frantumavano nelle vene, l’incontro con l’impossibile assoluto ebbe il
potere di abbattere le barriere della percezione naturale, e il fenomeno che ne
seguì assunse l’aspetto di una dimensione quieta e quasi consueta. Mi accorsi
che la portata del mio campo visivo si era arricchita di una nuova risorsa,
prima sconosciuta, quella di vedere – non immaginare, ma letteralmente vedere
– un’altra scena perfettamente compatibile con quella che avevo davanti,
come quando uno stesso sguardo umano è capace di cogliere la realtà dell’apparecchio
televisivo - con la sua forma di plastica, i suoi ammennicoli tecnici, la
pianticella che vi poggia sopra, il carrello che lo sostiene e i volumi dell’enciclopedia
posati sullo scaffale sovrastante – e contemporaneamente di muoversi dietro
alla carovana di nomadi che, dentro lo schermo, cavalca per il deserto del Gobi.
Ed ecco che lo sguardo chiaroveggente della memoria si fissa su una scatola
piena zeppa di fotografie in bianco e nero ammassate alla rinfusa; sono le foto
scartate: le più belle hanno ottenuto l’onore dell’album. Tra quelle, ce n’è
una in cui mio padre ed io posiamo sorridenti, appoggiati alla 1100 Belvedere.
È una giornata luminosa d’un inverno di trentacinque anni fa, o forse più
antico ancora. Lui ha un cappotto di cammello e un cappello da passeggio. Io
porto un cappottino scuro (ma, con magica sicurezza, la memoria strappa alla
foto in bianco e nero l’informazione che è rosso) e un cappellino con la
visierina e il paraorecchi.
La 1100 Belvedere era sempre davanti a noi. Ormai la montagna
si era esaurita alle nostre spalle, e la litoranea costeggiava una spiaggia
selvaggia, con un mare di un colore mai visto. Celeste chiaro. Talmente chiaro
che sembrava grigio chiaro. Anche il cielo stava prendendo quella straordinaria
tonalità. Grigio chiaro. Non c’era una sola nuvola davanti al sole, ma il
mondo stava cominciando rapidamente a brillare di tutte le sfumature incantate
del bianco e nero.
La 1100 Belvedere si accostò al bordo della strada. Le ruote stridettero un
poco contro l’asfalto, poi slittarono per un paio di metri sulla ghiaietta
sabbiosa sotto la quale il lato destro della strada sfumava verso la spiaggia.
Mentre superavo l’auto ormai ferma, sentii il suono gracidante del freno a
mano che il guidatore aveva tirato dopo aver spento il motore. Per un attimo
eterno restai indeciso: bastava che accelerassi di nuovo; avrei visto la cinque
porte antica allontanarsi nello specchietto retrovisore fino a scomparire;
immaginai persino di vedere – anzi, di nuovo, vidi, con quella misteriosa
seconda vista che mi era stata donata poco prima – l’uomo col cappello
aprire lo sportello controvento dall’auto, scendere e guardare tristemente la
mia macchina che si faceva sempre più piccola. Il senso di distacco definitivo
che provai durante quella visione era qualcosa di struggente e di pauroso al
tempo stesso, un misto di nostalgia e di terrore. L’ultima immagine della mia
visione, prima che imboccassi la curva oltre la quale la 1100 Belvedere usciva
dalla visuale, fu quella delle folte sopracciglia dell’uomo che si inarcavano
mentre il suo sguardo mi cercava. Ma quando tornai a concentrarmi sulla mia
vista normale, mi accorsi che niente di tutto questo era accaduto: stavo
semplicemente rallentando per fermarmi una decina di metri avanti all’auto
verde. Frenai, spensi il motore e guardai nello specchietto.
L’uomo non era affatto sceso dalla macchina, come invece credevo di aver visto
poco prima. Ero in preda a un’emozione incontrollabile. Chicca si era
svegliata, e piagnucolava. La cosa mi infastidì, perché avrei voluto prenderla
in braccio e coccolarla, ma stavo troppo male per farlo. Sudavo freddo e
tremavo. Tenevo d’occhio la 1100 Belvedere. Nessun movimento. Io e l’uomo
che somigliava a mio padre sembravamo due duellanti che aspettano il momento
propizio per fare la prima mossa. Allora mi venne un’idea. Mi voltai verso
Chicca, la liberai dal seggiolino e me la misi accanto. Naturalmente fu
felicissima. Cominciò a farmi facce buffe e a provocarmi per giocare. Aprii il
mio sportello, la presi in braccio e scesi senza esitazioni. Sentivo che io e
quella piccola ma formidabile sorgente di vita ci saremmo protetti
vicendevolmente dal mistero che ci attendeva. Mi avviai deciso, con Chicca che
mi ballonzolava in braccio e mi guardava interrogativa.
Mentre ci avvicinavamo alla 1100 Belvedere, il volto dell’uomo si faceva
sempre più nitido. Mi fissava con la stessa faccia angosciata di quando lo
avevo sorpassato la prima volta. Era lui, non c’era dubbio. Non osai guardare
il bambino. Sapevo che anche lui mi stava fissando, ma una specie di terrore
sacro mi impediva di guardarlo negli occhi. Mi faceva sentire in colpa.
Riflettei ancora una volta sulla possibilità di girarmi e andarmene. Un
malessere invincibile mi invadeva a mano a mano che mi avvicinavo. Mi sentivo
come se fossi sottoposto a qualche radiazione venefica. Il mal di testa che mi
aggredì in quel momento aveva qualcosa di supremo nel suo fluire come un fiume
di lava, nel suo portare la soglia del dolore a un livello tanto alto da
sembrare definitivo. Nella sua dissonanza assoluta, sembrava il contrappunto
perfetto della paura e del senso dell’impossibile.
Non ce la facevo proprio. Decisi di tornare indietro. Feci un gesto al
conducente dell’auto chiedendogli di attendere e indicando la bambina, come a
volergli far credere che fosse lei a procurarmi qualche problema. Accompagnai la
mia pantomima con una penosa battuta rivolta a Chicca: "Non piangere,
amore, adesso papà ti mette in macchina". Lei, che mi guardava con una
faccetta tutta soddisfatta e sempre più interrogativa, concluse che si trattava
di un nuovo tipo di gioco e appena feci per tornare indietro, anziché piangere,
cominciò a ridere, prima con affettazione, poi a crepapelle. La scusa non
reggeva più. Sconfitto e imbarazzato, mi diressi esitante verso la 1100
Belvedere.
Quando fui accanto allo sportello del guidatore, che era sempre chiuso e con il
finestrino alzato, l’uomo al volante si irrigidì, guardandomi negli occhi con
sopracciglia così aggrottate per la curiosità da sembrare atteggiate a un’espressione
di estrema severità. Sembrava sospettare qualcosa. A un certo punto il suo
sguardo si addolcì, come se il soffio caldo di una remota simpatia gli
sfiorasse il cuore. Sorrise debolmente e aprì un poco la bocca, come se stesse
per pronunciare un nome che gli era familiare ma che, per qualche inspiegabile
blocco mentale, continuava a sfuggirgli. Spostò lo sguardo sulla bambina che
tenevo in braccio e l’espressione sembrò sfumare addirittura verso la
commozione. Io cercavo di tenere sempre il bambino fuori dal fuoco del mio campo
visivo, per poter continuare a non sapere che espressione avesse. Volevo dire
qualcosa, ma facevo fatica persino a respirare. Anche Chicca era diventata
stranamente rigida, e se ne stava immobile nella sua posizione, in braccio a me,
guardando la macchina. A un certo punto l’uomo parlò. La sua voce sembrava
provenire dalle profondità del mare. "Ci siamo perduti", disse con un
tono di voce così basso e liquido da farmi rizzare i capelli in testa. Quella
cosa lì dentro non è mio padre, pensai. Poi, però, quando parlai a mia volta
per chiedergli: "Dove stavate andando?", anche lui trasalì come se la
mia voce fosse orribile. Sembrò avere qualche dubbio sul fatto che io e Chicca
fossimo due esseri umani, e si ritrasse leggermente. La comunicazione sembrava
sorretta da forze ignote. Era come se le nostre parole venissero raccolte e
transcodificate da un prodigioso apparecchio che mediava tra due dimensioni. L’impossibile
conversazione proseguì in quel modo.
"Ci siamo perduti", ripeté. "Niente è come prima. Sembra un
altro mondo. I nomi dei paesi e delle località sono gli stessi, ma le strade,
le macchine, le targhe, le indicazioni stradali no. Ci sono costruzioni assurde,
e persino il paesaggio è cambiato. E poi, fa terribilmente freddo qui dentro.
Voi là fuori, invece, sembra che abbiate caldo. È un incubo."
"Dove sta portando il bambino?", gli chiesi senza dubitare neanche per
un momento che quel loro viaggio avesse a che fare proprio con il piccolo.
"A una visita. Da un mio amico medico che ha una casa da queste parti,
credo. Aveva accettato di vederlo di domenica. Ma mi pare di aver completamente
sbagliato strada, perché la casa non è sul mare, ma in campagna, forse alle
pendici di quella montagna."
"Che cos’ha il bambino?", chiesi con una strana apprensione, come se
un segreto da sempre celato mi si stesse svelando davanti agli occhi.
"Niente di grave. Ma potrebbe aiutarmi?", rispose l’uomo, un po’
infastidito dal fatto che, anziché dargli notizie sulla strada che avrebbe
dovuto prendere, mi occupassi solo del bambino.
"Dove dovrebbe andare?"
"A casa del dottor Maggi."
Maggi. Lo rividi. Un uomo magro, con un viso asciutto e una voce metallica. Mio
padre aveva un’adorazione per lui. Un’adorazione che però non sembrava
affatto corrisposta: Maggi era cordiale con lui, ma si sentiva superiore, e mio
padre dava l’impressione di essere d’accordo su questa sua superiorità.
Questo mi faceva soffrire. Lui e sua moglie non avevano figli. Andavamo a
trovarli l’estate in una grande casa in campagna, con tanti alberi di fico e
di pesca. Una boscaglia fitta fitta tutto attorno alla casa. Cani. Una fontana
secca. Un enorme rospo, che lui chiamava Volfango. La moglie apparecchiava una
tavola di legno sotto il pergolato e lì loro mangiavano e bevevano. Io non
mangiavo quasi niente perché mi veniva da vomitare. Maggi mi trattava come se
fossi un piccolo idiota. Ne avevo un ricordo vago e terrificante, perché mi
faceva sentire inesistente. La moglie era più buona. Sembrava accettare l’esistenza
di tutti. Anche la mia, con una pietà che la spingeva a prepararmi l’unica
cosa che potevo tollerare, in quel luogo: la bruschetta. Una volta, però, la
preparò con l’aglio; io odiavo l’aglio, ma la mangiai lo stesso, perché
non volevo apparire tanto scemo da fargliela rifare. Ricordo che la mangiai
tutta, e la tentazione di vomitare cominciò ad aggredirmi prima ancora di
finirla. Mi trattenni e mi venne il mal di testa. Gironzolai tutto il pomeriggio
per il giardino con le tempie strette in una morsa d’acciaio. Poi, quando loro
erano dentro a preparare la cena e cominciarono ad arrivare i primi odori, mi
misi a correre e riuscii ad arrivare alla fontana secca prima di scaricare il
triturame della bruschetta mai digerita. Riuscii persino a diluire la prova
della mia vergogna riempiendo varie volte un innaffiatoio arrugginito che avevo
trovato nei paraggi e svuotandolo sui miei rifiuti fino a renderli quasi
irriconoscibili. L’odore, acre, però si sentì. Tutto fu scoperto e la
signora mi preparò una minestrina leggera di puntine d’ago, che non rifiutai,
bloccandomi nuovamente lo stomaco e rischiando un’altra figuraccia. Quando mi
salutava, Maggi mi diceva: "Ciao, giovanotto" con gli occhi che non
sorridevano mai, e io sapevo che chiamarmi "giovanotto" era il suo
modo di ricordarmi che, secondo lui, non lo sarei mai diventato, ma sarei
rimasto sempre l’ameba che ero. Sul mio mal di testa non si pronunciava; si
limitava a mugugnare qualcosa con una faccia un po’ schifata, poi cambiava
discorso, come se abbassarsi a parlare di me fosse una cosa troppo triviale per
lui e per la sua nobile professione.
Poi, un giorno, in quella stessa casa di campagna ci fu una lite tremenda tra i
miei e i Maggi, a causa di una strana scena che era successa tra mio zio Marzio
(un bel ragazzo giovane, simpatico e gioviale, che mi voleva bene e che spesso
veniva con noi in gita la domenica) e una loro nipote di nome Simonetta. Io
avevo notato che si tenevano per mano, mentre giocavo in giardino. Poi li avevo
persi di vista e quando era scoppiata la lite si parlò di pantaloni, di
mutande, di gonne, di cosce e di altre cose che non capivo, ma che di sicuro
erano mortalmente offensive per tutti. Passarono mesi, forse anni. Mi ricordo
che si recuperò una specie di pace tra le due famiglie, dopo che i miei avevano
litigato con i genitori di Marzio e dopo che Simonetta si era sposata con uno
straniero ed era andata a vivere all’estero. Ma non era più la stessa cosa,
si sentiva. C’era una ferita, come se quell’episodio increscioso avesse
evocato qualcosa di più profondo, di mai rivelato. Qualcosa che non riguardava
affatto Marzio e Simonetta. Le famiglie si persero nuovamente di vista. Maggi
morì quando io ero già grande, forse quando ero al ginnasio. Lo sapemmo dal
giornale, perché era un medico famoso. La moglie morì poco dopo. Lo sapemmo
perché mia madre le aveva promesso di andare a trovarla e quando le telefonò
le dissero che era morta improvvisamente. Simonetta, adesso, poteva anche essere
diventata nonna.
"Ha mai sentito parlare del dottor Maggi? Tutti lo conoscono nella
località dove passa la villeggiatura e i fine settimana", mi chiese l’uomo.
"Sì, mi pare, ma non so bene...", dissi tentando di evadere da quell’angolo
in cui mi aveva cacciato. Poi compresi che se avessi dato l’impressione di
sapere qualcosa su Maggi avrei forse trovato un buon pretesto per parlare del
bambino.
"Ah, sì, mi pare di ricordare. Maggi, sì. Guardi: forse, la cosa migliore
è che lei mi segua con la sua macchina, mentre io, con la mia, mi oriento per
trovare la strada."
"Grazie, lei è veramente gentile."
"A proposito, mi diceva, del bambino... che non è una cosa grave."
"No: probabilmente non è niente. È solo strano. Tanto strano. Prima era
un bambino sempre allegro, gioviale, pieno di fantasia. Cantava e recitava
poesie per tutti. Inventava storie. Intelligente. Sveglio. E adesso, invece, lo
guardi."
Stavolta ero in trappola. Mi ero così interessato al bambino che non potevo
continuare a guardare da un’altra parte. Lasciai che il mio sguardo si posasse
lentamente su di lui cominciando dai piedini che penzolavano dal sedile.
Scarpette blu e calzini bianchi. Le caviglie un po’ grosse, e sopra il calzino
leggermente calato, una strisciolina di pelle chiara, rosea, liscia, subito
interrotta dall’orlo del pantaloncino lungo. Grigio. Mi pareva di sentire il
calore del misto-lana sulla gambina, le leggere increspature che la stoffa
formava sotto le cosce, le strettoie della cinturina attorno alla vita, il suo
scabro contatto con la pelle viva là dove la camicetta bianca si era
leggermente sollevata e la cintola dei pantaloni si era leggermente ripiegata.
Le manine belle. Già snelle e non più grassocce come quelle dei bambini più
piccoli. Le dita della mano destra abbandonate aperte in grembo, adagiate sul
cappellino spiegazzato che prima aveva in capo, e quelle della mano sinistra
posate delicatamente sulla spalla destra del papà, come a tentare di stabilire
un contatto. Sotto il cappottino rosso mezzo aperto, il maglioncino blu con i
tre ricami paralleli di colore verde bianco e violetto che ridisegnavano la
forma dell’apertura a V del collo. La cravattina finta, rossa a pallini
bianchi, sorretta da un elastico nascosto sotto il colletto della camicia. Il
collo in cui pulsa la vita. Dritto. Non ripiegato come quello dei morti. Come
quello di un cigno morto che lui e io avevamo visto un giorno al parco,
appoggiato languidamente al bordo della fontana. La testolina era ancora
sorretta dalla vita, assicurata agli ormeggi dell’esistere dal meraviglioso
meccanismo di quel collo sottile. Il mento diafano e teneramente arrotondato. La
bocca che forse aveva troppo parlato, troppo espresso, e che ora era bloccata
nella fissità esangue di una perenne fessura semichiusa. Il naso incerto, nel
crescere, tra un esito di appallottolamento che lo avrebbe liberato all’eterno
bambinesco e infine al ridicolo, e uno di prolungamento che gli avrebbe segnato
anzitempo il volto con l’allusione al suo essere già troppo adulto. Il viso
allungato. La testa, che fino a pochi mesi prima doveva essere stata arrotondata
e ben proporzionata, ora si protendeva un po’ troppo appuntita verso il cielo
alla ricerca di una risposta, di una voce d’angelo che lo aiutasse a
comprendere un perché troppo difficile per la sua anima di bambino. Le orecchie
un bel po’ scostate dal capo, come a voler origliare alla porta di una vita
che gli aveva fatto promesse di melodie straordinarie e che ora lo aveva escluso
dalle delizie del suo bel canto. E finalmente gli occhi, velati come due stelle
che brillano lontane proprio sullo sfondo di una selva di ciminiere insensibili
al cielo, e capaci solo di affumicarlo con le loro scorie grevi.
"Eccolo lì. Sempre immusonito. È diventato scontroso e scostante, lui che
era solare, aperto e spregiudicato anche con gli estranei. Pensi che quando lo
portavo al lavoro con me, fino a qualche tempo fa, era l’attrazione di tutto l’ufficio.
Lo adoravano tutti. Adesso me lo trattano come se avesse qualche malattia. Se ne
sta lì silenzioso, in disparte, a malapena risponde al saluto dei colleghi, non
sorride neanche per compiacenza. E poi, in casa, è diventato dispettoso. E
infido. Sembra che rimugini sempre qualcosa. Non parla mai, ma poi, appena gli
si fa un rimprovero, è subito pronto a fare polemiche. Allora sì che parla. Si
ferma solo con le botte. Puntualizza e pignoleggia su tutto. Le assicuro che
tentare di piegarlo è un’impresa, a questo punto. Abbiamo pensato persino di
affidarlo a qualche... istituto di religiosi che gli sappiano parlare, dargli
una guida. Ma non me la sento proprio. Preferirei che il dottor Maggi gli desse
una cura, mi consigliasse qualche terapia, qualche incontro con uno psicologo,
non so, non so..."
"Lei sembra avere grande fiducia nel dottor Maggi."
"È una persona navigata. Un amico fidato. Uno che conosce bene i problemi
della nostra famiglia. E poi mia moglie, povera donna, non ne può proprio
più."
"Ha detto tante cose tutte assieme. Persona navigata. Amico fidato.
Problemi in famiglia. Sua moglie che non ne può più. Perché sente il bisogno
di mettere assieme tutte queste cose?"
L’uomo si irrigidì. Sembrava intenzionato a riprendere le giuste distanze da
un estraneo che, con la scusa di aiutarlo in una situazione difficile, si
impicciava un po’ troppo di affari che non erano i suoi. Aveva appena
cominciato a rispondere, con un tono un po’ duro: "Ma lei non si era
offerto di...", quando il bambino aprì improvvisamente il suo sportello e
sgattaiolò fuori. L’uomo sembrò urlare qualcosa all’indirizzo del bambino,
ma non si sentiva niente. Era come se lo sportello rimasto aperto avesse
inceppato quello strano meccanismo di comunicazione tra le dimensioni. E il
bambino ormai era qui, da questa parte.
Suo padre continuava il suo monologo silenzioso, stavolta rivolgendosi a me, ma
io pensavo solo al bambino. Era passato davanti alla macchina ed era corso a
piazzarsi proprio tra me e lo sportello dal quale il padre lanciava i suoi
disperati appelli muti. Si era messo a fissare Chicca, sorridendo delicatamente.
Lei, che era sempre socievole come un cucciolo, gli sorrise a sua volta. La misi
giù. Si guardarono curiosi. Il bambino le toccò una mano. Lei sollevò quella
mano e toccò il viso del bambino, dandogli più un buffettino che una carezza;
poi si rivolse a me con un sorriso radioso e intimidito insieme, come faceva
sempre quando aveva compiuto un gesto che riteneva audace. Il bambino le
accarezzò i capelli con la delicatezza di chi accarezza un fiore. Lei mi
guardò di nuovo sorridendo di felicità, poi lo abbracciò. Anche lui l’abbracciò,
sempre con la stessa delicatezza. Restarono così a lungo. E io rimasi a
guardarli, con dentro il remoto ricordo dell’abbraccio di una bambina alta
poco meno di me che amavo più della mia stessa vita. L’interno della 1100
Belvedere si era improvvisamente oscurato, e della figura del padre non era
rimasto altro che un contorno indistinto e piatto stagliato nella tenebra dell’abitacolo.
Chicca prese per mano il bambino e gli propose, nella sua lingua di bambina, di
fargli vedere da vicino la nostra macchina. Il bambino si lasciò guidare, e
lentamente, a piccoli passi misurati e solenni, come se stessero giocando a
sposarsi, si avviarono verso la macchina. Io restai a guardarli. Era lo
spettacolo più bello al quale avessi mai assistito. Chicca lo condusse
prudentemente verso la parte destra dell’auto, evitando la strada, ma quando
toccò la maniglia non riuscì ad aprirla. Si rivolse dolcemente al bambino
dicendogli qualcosa a proposito di quell’inconveniente. Poi mi chiamò con la
sua voce stridula e mi chiese di aprire. Mi avvicinai lentamente, mentre loro
due fissavano affascinati la maniglia, come due cagnolini che fissano il
pentolino dove si sta scaldando la pappa. Aprii lo sportello. Chicca entrò
subito, facendo strada al bambino, che la seguì. Lei si sistemò da sola sul
seggiolino, lui si accomodò sul sedile accanto a lei. Mi guardarono come se
tutto fosse pronto. La tentazione di mettermi al volante e scappare via con il
bambino era travolgente. Poi le reminiscenze della filosofia si mescolarono
grottescamente con quelle dei racconti di fantascienza, e fui preda di strani
dubbi sulle sequenze temporali, sulla concatenazione degli eventi, sulle cause e
gli effetti, sulle perturbazioni dimensionali e sugli universi che si sgretolano
se si cerca di cambiare il passato. Pensai a mio padre, che stava chiuso nel
buio della sua 1100 Belvedere, e il cuore mi si strinse. Era un brav’uomo, che
come tutti noi sa ma non sa, e si pone domande senza risposta solo perché esse
gli assicurano la possibilità di aggrapparsi al dubbio; e sa bene che se
smettesse per un momento di porsi quelle domande cieche dovrebbe incontrarsi con
le risposte che da sempre erano lì, semplicemente lì. Ma pensai anche ai
"problemi della famiglia", alla mamma che non ne poteva più, a Maggi,
a quanto era "navigato" e "fidato", e alle cure e alle
terapie che si stavano organizzando per immergere nel fonte battesimale dell’oblio
quel bambino che un giorno era stato felice, ma che ora sapeva troppo per poter
aspirare a esserlo ancora.
Mi accorsi che il mal di testa era scomparso completamente. Entrai a precipizio
e sbattei lo sportello, come un poliziotto americano che si prepara ad inseguire
un criminale. Legai Chicca al seggiolino, chiusi decisamente la mia cintura e
bloccai gli sportelli. Poi lo guardai nello specchietto: gli occhioni gli
brillavano e aveva la stessa faccia eccitata ed estasiata di quando papà non
aveva ancora incontrato Maggi, e lo faceva sognare perché era un grande eroe.
Io stavo bene come chi è guarito.
Ingranai la prima e partii. Da zero a cento in dieci secondi.
Gli occhi del bambino rimasero impressi nello specchietto
anche dopo che lui fu svanito. Anche oggi, che Chicca è grande come lui era
quella volta, sono ancora lì. E quando siamo insieme in macchina da soli, e
improvvisamente, come riemergendo da un sogno, mi chiede notizie di Quel
Bambino, come dice lei, io le rispondo: "Guarda nello specchietto, amore, e
vedrai i suoi occhi". Lei li vede, come me.
La Scheda Vampirica e la storia n. 4 sono state inserite nel
volume