Centro AntiVampiri - La Forza-Vampiro, l'Elemento S e la Forza-AntiVampiro

 

IL POTERE DI VITA E DI MORTE

Scheda vampirica della storia n. 8

Le Vittime: un gruppo di partigiani
I Vampiri
: un gruppo di soldati tedeschi
L’ AntiVampiro
: uno dei partigiani
Alleata dell’Antivampiro
: la figlia che un giorno nascerà ad uno dei partigiani
Vampiro secondario
: Raffa, capo dei partigiani
Arma sociale del Vampiro
: in guerra tutto è consentito
Tesi vampirica per l’aggressione
: diritto a procedere all’esecuzione immediata dei traditori
Principali modalità di aggressione alle Vittime
: godimento nell’esercitare il potere di vita e di morte; derisione di chi sta per morire, spettacolo della morte
Modalità secondarie di aggressione alle Vittime
: negazione della dignità umana, disprezzo dei sentimenti, piacere di umiliare le vittime
Antitesi ai Vampiri
: amore per la vita, apertura al mistero
Arma vincente dell’AntiVampiro
: evento portentoso ‘scritto’ nella personalità del protagonista; presenza di forti sentimenti, coraggio

 

Storia n. 8

BALLANDO CON LEI

 

L'atmosfera era quasi festosa. C'era solo un po' di tensione, quel tanto di concentrazione che potrebbe accompagnare, che so io, un evento sportivo. Ecco, si può dire che sembrava di stare nello spogliatoio di un campo di calcio prima di una partita, con i compagni di squadra che cercano di allentare la tensione scherzando tra loro e intanto lanciano agli avversari occhiate sbieche, fra il timido e lo sfacciato, mentre sospesa nell'aria c'è un'incongrua speranza di poter scambiare qualcosa con loro; ma non si sa mai esattamente che cosa, visto che tra poco ci si affronterà sul campo. A "chi perde paga", cioè all'ultimo sangue.
Da un angolo fuori visuale, fingendo una premura che nessuno sembrava avergli imposto, arrivò corricchiando e ammiccando un soldato grassoccio, rosso di capelli, con una faccia simpatica da attore comico. Teneva le ginocchia molto piegate e il corpo tutto sbilanciato all'indietro, mentre si affrettava in modo ridicolo alla minuscola seggiolina posta dietro la mitragliatrice. Fece per sedersi goffamente, tra le risate degli altri soldati, ma il grosso deretano non voleva saperne di entrare fra i braccioli della sedia. Mi era sinceramente simpatico e la sua pantomima mi strappò un sorriso, quasi una mezza risata. Assurdo. Anche in quel momento riuscivo a essere accondiscendente con un nemico. Con il nemico; con l'ultimo nemico.
Tra risate e sfottò, i suoi commilitoni lo circondarono, premendolo con forza all'ingiù fino a incastrarlo dentro la seggiolina. Poi uno gli fece notare che non aveva l'elmetto. Il soldato strabuzzò gli occhi e si diede una pacca sulla fronte. Tra fischi, applausi e "buuuuu", si alzò senza staccarsi dalla sedia e con quell'appendice attaccata al sedere si allontanò, si infilò in una grossa tenda da campo e ne uscì qualche secondo dopo con l'elmetto alla rovescia, che gli copriva gli occhi. Finse di brancolare con le braccia in avanti come un sonnambulo fino a quando uno dei compagni non glielo girò nel verso giusto. Allora si accomodò nuovamente dietro la mitragliatrice, vi poggiò le braccia e, simulando una stanchezza invincibile, vi abbandonò sopra il capo.
In tredici eravamo sopravvissuti alla scaramuccia che aveva portato alla nostra cattura. Ci avevano allineati uno accanto all'altro e ora un soldato biondo, serio serio, che non avevo visto partecipare alla baraonda di poco prima, si avvicinò al gruppo di noi prigionieri e cominciò a compiere una strana operazione: con un grosso coltello tagliò al primo della fila il legaccio che gli stringeva i polsi dietro la schiena, poi, con un pezzo della lunga corda che portava a tracolla, glieli legò nuovamente, ma stavolta sul davanti. Con metodica e quasi leggiadra efficienza, come se fosse specializzato in quel genere di lavoro, compì la stessa operazione con tutti noi.
Poi si avvicinò un altro, uno che poco prima avevamo visto impegnatissimo nell'atto di incastrare nella sedia il soldato simpatico, e ci divise in due gruppi: "Uno due tre quattro cinque sei... ", mormorò rapidamente nella sua lingua. Poi si fermò, esitò, perché si era accorto che eravamo dispari, e restò per un po' indeciso se assegnare me, che ero il settimo, al primo o al secondo gruppo. Mi guardò un attimo negli occhi. "Sei fortunato", mi disse con una faccia strana, come se ancora avesse qualche dubbio. L'ultimo del primo gruppo, il sesto, quello alla mia destra, venne condotto via con gli altri.
I sei furono allineati tra due sbarre di metallo infitte nel terreno e sporgenti da esso di oltre due metri. In alto, le sbarre erano fatte a Y; sulle due Y poggiava una terza sbarra, che formava con esse una struttura somigliante a una porta di calcio. Due soldati sollevarono la sbarra orizzontale, la tolsero dalla sua sede e poi ne fecero passare un capo sotto il braccio sinistro e sopra il braccio destro di ogni prigioniero; quindi, tenendola per i due estremi, la risollevarono e ne poggiarono nuovamente i capi sulle due Y, ottenendo il risultato di avere tutti gli uomini legati alla sbarra per i polsi, quasi appesi.
I soldati si misero dietro al mitragliere. Anche noi fummo spostati a una certa distanza dalla scena, come se non volessero farci correre il rischio di essere colpiti da qualche proiettile vagante.
Tutto era pronto, ma si attendeva qualcuno. Finalmente si videro arrivare due soldati con un ingombrante involto allungato dal quale spuntavano dei supporti metallici gommati, come i piedi di un leggìo. Poggiato l'involto in terra, i due lo svolsero, mettendo a nudo una grossa macchina da ripresa fissata ad un supporto che si articolava in tre lunghe zampe di metallo. Piazzata la macchina, uno dei due mimò con le mani il "ciak" di una ripresa cinematografica, poi guardò verso i prigionieri legati alla sbarra e nella sua lingua gridò: "Sorridere, prego!". Quindi si mise a ridere di cuore e se ne andò.
Il ragazzo grassoccio e simpatico si raddrizzò sulla sedia, tossicchiò, prese un'espressione di finta compunzione, guardò nel mirino della mitragliatrice e ne fece scorrere la canna orizzontalmente per inquadrare bene tutti e sei i bersagli, mormorando in modo appena percettibile "Rrrratatatatata...". Poi la riportò sul primo della fila.
Certe operazioni uno se le immagina sempre comandate da un capitano che, espletati alcuni preliminari, ordina il fuoco. In questo caso non c'era alcun graduato nei paraggi. Anzi, i pochi soldati radunati attorno al mitragliere e all'operatore cinematografico si andavano diradando, disperdendosi nella nebbiolina che si stava alzando.
Il mormorio ansante e metodico della macchina da ripresa annunciò che il momento era giunto. La raffica partì investendo in rapidissima successione i sei prigionieri, dal primo all'ultimo e poi di nuovo indietro fino al primo, senza interruzione, poi nuovamente fino all'ultimo e di nuovo fino al primo. Durante quei secondi, i miei compagni sembravano pupazzi di un burattinaio lasciati appesi alle intemperie e agitati da raffiche di vento.
Volli guardare tutto con attenzione, per imparare lì per lì quanto più possibile su come si muore. Uno strano particolare mi colpì: la testa; mentre morivano, quasi tutti i miei compagni muovevano impercettibilmente la testa a destra e a sinistra, per poi lasciarla ricadere pesantemente sul petto. La vita esce dalla testa, pensai, anche se ti sparano al corpo.
Non appena l'arma tacque, gli stessi due di prima, che nel frattempo erano rimasti a far la guardia a noi del secondo gruppo, si avvicinarono alla scena e tentarono di sollevare nuovamente la sbarra dalla sua sede, ma non vi riuscirono perché il peso dei corpi glielo impediva. Quella dimostrazione di disorganizzazione mi sorprese. Allora arrivò il biondino serio serio con il suo grosso coltello e tagliò di netto i sei pezzi di corda che legavano i morti alla sbarra. I corpi furono semplicemente spostati un po' indietro rispetto alla linea ideale che congiungeva le due sbarre verticali, mentre la sbarra orizzontale già viaggiava verso nuovi corpi da sostenere, i nostri.
Ci sistemarono come gli altri. Io ero il primo della fila. La posizione non era particolarmente scomoda, perché, essendo alto, non ero propriamente appeso. Accanto a me, alla mia sinistra, c'era un tipetto d'intellettuale con gli occhialetti e la barba, bassino e gracile, che non toccava terra con i piedi. Di dove era? Di Tortona, mi pare che mi avesse detto il giorno prima, quando il nostro gruppo si era formato e ci eravamo presentati. Comunque era piemontese. Gli ero piaciuto subito. I piemontesi hanno un sincero rispetto per chi, pur non essendo settentrionale, è serio, sobrio, efficiente. Ed evidentemente lui aveva stimato che io lo fossi. Invece lui mi metteva in imbarazzo, mi pareva un essere alieno, estraneo, con quella statura e quella corporatura da peso mosca, con quelle manine che fibrillando armeggiavano con l'otturatore di un moschetto che era quasi più alto di lui; era un tipo più da mitra che da moschetto, ma il nostro capo, Raffa, gli aveva messo in mano un'arma da predestinato, di quelle che, se pure riesci finalmente a caricarle, ti si inceppano al primo colpo, o al meglio sparano tre metri a destra o a sinistra del bersaglio.
Raffa, l'uomo d'azione, mi era stato subito antipatico. Il giorno prima, quando ci avevano presentati, era tutto impegnato in una tipica azione da uomo d'azione con un poveraccio legato a un albero con del fil di ferro. Lo torturava inutilmente, tanto per farsi bello con noi nuovi. Poi, dopo avergli urlato qualcosa nell'orecchio, gli aveva sparato; quindi si era voltato verso di noi con la faccia di chi è convinto di averti fatto capire di che pasta è fatto. Io lo avevo guardato fisso negli occhi e ci eravamo odiati subito. Ora era lì per terra, proprio dietro a me.
Il ragazzo grassoccio e simpatico stava sistemando un nuovo nastro articolato nella fessura d'alimentazione della mitragliatrice. Era un modello vecchio e già fumava un po' troppo. Raffreddamento ad acqua, probabilmente... Ma in fondo che me ne importava, stavo per morire!
Come aveva già fatto in precedenza, il soldato mise l'occhio nel mirino e cominciò a puntarci tutti, uno per uno, lentamente.
In quel momento ebbi un capogiro e la scena mutò, davanti a me.
Vidi me stesso riflesso nel vetro di qualcosa che poteva essere una portafinestra. Ero più vecchio della mia età, avevo parecchi capelli in meno e portavo i baffi. Stavo ballando apparentemente da solo, con grande eleganza, e avevo un’aria beata e soddisfatta. Poi mi accorsi che non ballavo affatto da solo, ma avevo in braccio una bambinetta di un paio d’anni, che mi guardava sorridente, eccitata, estasiata da quel gioco. La bambina ballonzolava su e giù come a voler dare un ritmo più incalzante a quel ballo così lento e romantico. Ogni tanto mi schiaffeggiava scherzosamente sul viso, poi mi si buttava addosso abbracciandomi, per tornare subito dopo ad assumere qualche atteggiamento euforico e birichino. Si vedeva che mi amava in modo sconfinato e che io amavo lei nello stesso modo. Lei era nel mio sangue, nelle mie viscere. In quelle stesse viscere che quel ciccione voleva spargere tutto attorno con un arnese vecchio e surriscaldato, davanti a una macchina da presa che continuava a macinare pellicole destinate a eccitare i sensi di qualche maiale sadico e impotente.
Improvvisamente mi resi conto di quanto fosse ridicola l'idea che quei poveracci si erano messa in testa: si illudevano di compiere un atto meccanico che avrebbe fatto di me un palloncino sgonfio grondante sangue e umori, e di strappare a lei, dico a lei, la possibilità di venire sulla terra e ballare un giorno abbracciata al suo papà, tempestandolo di scherzi e di gioia.
Il pensiero che quei soldati fossero tutti fantasmi mi attraversò come una pallottola invisibile. Cominciai a ridere, a ridere, e ridevo sempre più forte, con le lacrime che mi scendevano giù e il fiato che mi mancava.
L'ultima cosa che vidi di quel povero ciccione fu il grosso dito che, ruotando puntato alla tempia, faceva il gesto dello svitato alludendo a me, mentre i suoi occhi aspettavano l'approvazione dei commilitoni.
Poi, un apocalittico uragano di fuoco si abbatté su tutti loro, mentre la mia risata già sfumava in quella argentina di lei, che rimbalzando tra le nubi dense e aggrottate, faceva echeggiare tutto il bosco e le valli, giù fino al mare.

 

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