WILLOUGHBY, DOVE SEI?

 

I

"Willoughby, dove sei?", urlò il capitano subito dopo aver ripreso i sensi. "Willoughby! Ma dove ti sei cacciato? Dove sono gli altri? Che diavolo è successo?". E solo allora, con la vista ancora annebbiata, si rese conto dell’indescrivibile macello che gli stava di fronte. "Mio dio, ma che cosa ho fatto! Qui sono morti tutti. Tutti! Ed è colpa mia. Mia! Solo mia! Mia! Mia mia mia!".
Gli avvoltoi, intanto, incrociavano lenti sopra il campo di battaglia, pronti a calare su quei corpi ammassati gli uni sugli altri, amici su nemici; tanti morti erano quasi saldati assieme da una spada, una lancia o una baionetta, in un abbraccio che improvvisamente sapeva di perdono, in una pace vinta che sembrava poter assolvere il mondo intero dai suoi orrendi peccati. Colli di cammelli languidamente appoggiati su musi di cavalli, lame di spade bizzarramente infilate nei guardamani di fucili nemici, a bloccarne i grilletti in un’immobilità definitiva, simbolo di un riposo e di una pacificazione che sembravano voluti da Dio stesso.
"Willoughby! Dove sei, Willoughby? Willoughbyyyy...!!!"

"Walter! Walter!! Dove sei?"
Il cuore di Walter sobbalzò e sembrò fermarsi.
Gli orizzonti infiniti del Sudan, l’odore acre della polvere da sparo, il caldo insopportabile e l’odio insopprimibile per la morte che ti insegue dovunque ricordandoti che le appartieni. ‘Dopo. Dopo me la vedrò con la morte’, pensò Walter.
"Walter! Walteeeer...!!!"
‘Perché ti voglio tanto bene, capitano Mariner? Non è che ti ammiri. Cioè, anche quello. Ma ti voglio bene. È assurdo. Si può voler bene a un personaggio? Un inglese, per di più, che quando l’Italia gioca con l’Inghilterra non vedi l’ora di fargli ingoiare quella spocchia, agli inglesi... Con quella bocca perennemente inamidata che hanno. Neanche a dire che le guerre coloniali mi piacciano tanto; politicamente le ho sempre considerate male. Malissimo. Politicamente. Che razza di parola. Avverbio in -mente. Neologismo. In -ally, in inglese. Te lo immagini il capitano Mariner dire politically. Che ridicolo. Per di più con la bocca inamidata: ppöulìticaly, direbbe. Ma che gliene fregherebbe a lui di vedere le cose ppöulìticaly? Lui è un soldato. E vive cent’anni fa. Ed è inglese. Tutti buoni motivi per non mettersi in testa di capire tutto della politica e di poter esprimere opinioni su tutto, di poter giudicare tutto. Invece noi: tutti politici di carriera’.
"Walter!!". I passi si avvicinavano. La porta del salotto si aprì. "Walter..." Il padre entrò in scena. Aveva la faccia di chi crede di trovare un morto (infarto, ictus cerebrale, folgorazione, magari suicidio a mezzo impiccagione) e invece trova un vivo. Sollievo e disappunto, negli occhi a spillo. Sguardo leggermente più spiritato del solito.
"Non rispondevi!"
"Scusa... Hai ragione..."
"C’è da cambiare la nonna."
‘È vero’, pensò Walter, ‘Angela non viene il sabato e la domenica. Oggi tocca a me, domani a lui. Che schifo. Povera nonna. Non c’è un gran che da fare, dopotutto. Solo cambiare lei e il letto se per caso orina nel letto. E che sarà mai? Quella puzza di cose aliene, di plaghe pluviali, di vita in macerazione. Ti voglio un po’ di bene, nonna, e quindi la puzza quasi non la sento. Veramente non la sento, se riesco a pensare che le voglio bene. Quindi qualche volta la sento e qualche volta no’.
"Che leggevi?"
"Un libro... Di guerra..."
"Di guerra. Ah...", finse di interessarsi il padre, ma già lo disapprovava. Si vedeva dalla smorfia che gli storceva leggermente il labbro superiore. ‘Ribrezzo di padre’, Walter immaginava di intitolare un suo ritratto, se mai lo avesse dipinto. Poiché, per farsi fare un ritratto, il padre avrebbe dovuto stargli davanti, non avrebbe potuto dissimulare il suo ribrezzo, che sarebbe rimasto impresso in eterno nella tela.
"Guerra mondiale?", insinuò, ed era imbarazzato come se stesse chiedendo il prezzo di una rivista pornografica all’edicolante dove da vent’anni compra esclusivamente Il Sole 24 ore.
"No... Guerre coloniali... della fine dell’800... Inglesi contro Dervisci... Nel Sudan... Il generale Kitchener... Quello dei Boeri... Poi anche... è stato in India... Anche nella prima guerra mondiale... fu generale... si deve anche a lui... la vittoria... si deve veramente anche a lui... ma è morto nel 1916..."
Il modo di parlare di Walter, a spezzoni e tronconi, faceva ribrezzo al padre come quasi tutto di lui. Walter si esprimeva così solo con lui. Era un modo per giustificare il fatto che, dopo circa due secondi, il padre si sarebbe comunque distratto, qualunque cosa dicesse. Così, almeno, poteva distrarsi a buon diritto, visto che il modo di parlare del figlio era incomprensibile.
"Quindi un libro di storia. Per l’esame."
Walter sentì che la pressione gli crollava. Parlare con suo padre dell’università era peggio che cambiare la nonna. Non gli chiedeva mai quale esame stesse preparando. Diceva sempre "l’esame", come se ce ne fosse solo uno. Era il suo modo di sottolineare che l’ultimo esame Walter l’aveva dato un anno prima e il successivo era diventato "l’esame", per antonomasia, quello sempre atteso e mai dato, qualunque fosse.
"No... Eh... Riguarda, comunque... Per Storia contemporanea... Il periodo storico è... idoneo... "
La smorfia del labbro superiore del padre si estese al naso. Sembrava che sentisse un odore nauseante. ‘Non è l’odore della nonna a fargli venire la nausea’ pensò Walter. Questo ricordò a entrambi il vero motivo di quel contatto, che era stato doloroso come ogni loro contatto. Walter si alzò e andò verso il suo destino.

"Willoughby, dove sei?". Nel sogno di Walter c’era un montarozzo oltre il quale il nemico teneva prigioniera la mamma. Il capitano Mariner cercava Willoughby. Non lo trovava e già si preparava ad affrontare il nemico da solo quando la mamma spuntò dalla cima del montarozzo e cominciò a correre giù per le pendici, inseguita dai Dervisci. Il capitano Mariner non ebbe esitazioni e si slanciò verso di lei, sparando all’impazzata contro i selvaggi, che cadevano a grappoli, come se anziché una pistola stesse usando una mitragliatrice. Quando la mamma fu giunta a pochi metri da lui allargò le braccia, e lui fece altrettanto. Ma i due non riuscirono a raggiungersi, perché andavano troppo lentamente; era come se l’aria si fosse solidificata e loro dovessero attraversare una materia densa e impenetrabile. Sotto lo sguardo inorridito di Walter, la mamma fu sopraffatta dai Dervisci prima che il capitano Mariner potesse raggiungerla. La catturarono, poi lo legarono a un palo e cominciarono a tirarle contro le loro lance. La mamma morì senza emettere un solo suono. Il capitano Mariner, intanto, aveva riacquistato la facoltà di muoversi, e ora si dirigeva verso il luogo dove la mamma era stata trucidata. I Dervisci erano scomparsi. Il capitano rimase a contemplare il cadavere della mamma con un’aria enigmatica, come se, anziché stare di fronte a una donna massacrata dai barbari, stesse guardando un crocefisso dipinto. Ai piedi della morta, era apparso un bambino che piangeva. Il bambino cominciò a crescere a vista d’occhio fino a diventare un uomo. Era bello, uno di quegli inglesi con i capelli scuri e gli occhi chiari. Somigliava a Robert Taylor. Somigliava anche a Walter. "Willoughby, sei tu?", ricominciò a gridare il capitano. L’uomo si girò lentamente verso di lui e mentre si voltava cominciò a sfaldarsi fino a scomparire completamente. Il capitano Mariner restò un attimo immobile, poi riprese a vagare stancamente nel deserto.

"Walter! Walter!!"
Il capitano se ne era andato, e ora davanti a lui, nella penombra della stanza, c’era suo padre.
"La nonna sta male."
"Oggi era il tuo turno", gli parve di aver detto, ma invece si era già alzato e stava seguendo suo padre nella camera della nonna. La nonna mandava un odore di cera. Stava rantolando frasi incoerenti. Parlava rapidamente, e questo era insolito per lei. Da anni era completamente rimbambita e non parlava quasi mai. Stavolta recitava una litania incomprensibile senza interruzione.
"Otiramlebehc... Aserpiesit… Ovittaehcovissapùip... Itsisericemoc…"
"Papà, ma questa parla... un linguaggio diabolico... come quella... dell’esorcista...", disse Walter con un tono tra il timido e l’inorridito. Il padre sgranò gli occhi come se lo vedesse per la prima volta, poi fece la solita smorfia di ribrezzo e guardò da un’altra parte. Walter si vergognò. Poi, dopo un attimo, sentì che poteva riprovarci, e ripeté:
"Facciamole una domanda. Scommetto che parla al contrario!".
"E falla finita!", urlò il padre, ma un mancamento nella voce trasformò il suo ordine in un falsetto tagliente che somigliava a un acuto di soprano malriuscito.
La nonna sembrò aver notato il battibecco. I suoi occhi si aprirono. Uno era spalancato e vacuo, l’altro era poco più di una fessura e lanciava una luce sinistra. A un certo punto dalla bocca della donna cominciò a uscire un acuto flebile e altissimo. Stava imitando il tono di suo genero. Lo stava prendendo in giro.
"Eeeeeeee... allaaaaaaaf... atiniiiiiiif..."
Il padre era inorridito, ma non rinunciava alla sua smorfia di ribrezzo. A un certo punto la nonna cominciò a cantare, sempre in falsetto. Intonò la melodia di una canzone popolare mettendoci parole sue, stavolta nel verso giusto.
"Efallafiniiiitafallafiniiiitacostacheccachebruttaviiiita…"
Walter non aveva il coraggio di prendere un taccuino per annotarsi quello che diceva la nonna, e allora cominciò a mormorare tra sé e sé le frasi che sentiva tentando di rileggerle mentalmente al contrario, ma non ci riuscì. Il padre, che aveva letto quei tentativi in faccia al figlio preparandosi a metterlo a posto una volta per tutte, quando si accorse che Walter aveva rinunciato, se ne andò dalla stanza, socchiudendo la porta.
Walter si ritrovò da solo con la nonna. Stava per morire, questo era chiaro. Era la prima volta che Walter vedeva morire qualcuno. Quando era morta sua madre lui stava in Irlanda a fare un corso estivo di Inglese. Aveva paura. La sentiva morire. Già sapeva tutto, in qualche modo, come se avesse già vissuto quella situazione: il respiro che si spezza in continuazione, che ogni momento sembra interrompersi definitivamente, gli occhi che nella loro impietrita mansuetudine, nella loro totale assenza di artificiosità e di umana astuzia, ricordano quelli di un’animale che partorisce. L’impossibilità di comunicare, di dire al morente una cosa sensata, o anche solo di pensarla. La sua esperienza era resa ancor più ambigua dal fatto che non provava altro, per quella persona, se non pietà umana. Non tristezza di vederla andar via, né angoscia, né tantomeno disperazione. Quella vecchia, in fondo, gli era indifferente; diceva di volerle bene, ma in realtà non provava per lei alcun sentimento personale. Sentimenti. Veder morire qualcuno non è un’esperienza da affrontare senza sentimenti, pensò Walter. L’assenza di sentimenti rende accessibili all’ignoto. Il respiro della nonna sembrò spezzarsi definitivamente. Ma dopo un tempo che a Walter sembrò infinito riprese.
"Hai qualcosa da dirmi, nonna?", le chiese senza sapere da dove gli venisse quella strana forza di essere così esplicito. Infatti non intendeva chiedere alla nonna se voleva da bere o se aveva freddo, ma se voleva dirgli qualcosa prima di morire. La nonna lo guardò come se lo riconoscesse solo ora. Senza quasi aprire la bocca, anzi senza aprirla affatto, come parve a Walter, la nonna disse seccamente: "No".
A Walter parve che la posizione della nonna fosse scomoda: scivolava lentamente verso sinistra. "Vuoi che ti aggiusti meglio il cuscino?", le chiese; ma lei si limitò a sollevare leggermente le spalle, facendo una smorfia infastidita.
Il respiro le si spezzò ancora e lei restò immobile così a lungo che Walter pensò che fosse già morta. Corse a chiamare il padre. Giunto in salotto, lo trovò che passeggiava su e giù. "Credo che ci siamo. Che faccio?". "Sembri uno che annuncia che l’acqua bolle. Che fai? Che vuoi fare? Vuoi buttare giù la pasta? Neanche in questi momenti riesci a cambiare! Certo che sei proprio…", e fece un gesto sconsolato allargando le braccia all’indietro in modo isterico. Walter ingoiò un groppo che sapeva di medicina.
Quando giunsero nella camera della nonna, lei aveva ricominciato a respirare, anche in modo abbastanza regolare. Walter guardò di sbieco il padre, attendendosi un’occhiata tagliente a commento del suo errore di valutazione. Ma il padre gli negò anche quella, limitandosi a girare su se stesso e a dirigersi verso la porta, per lasciare teatralmente Walter sul posto. Ma fu bloccato sulla soglia dalla voce di Walter che diceva: "Sei sicura che non hai niente da dirmi, nonna?".
Il grido del padre flagellò quella stanza di agonia come un tuono improvviso.
"Basta! Lasciala in pace! Lasciala morire in pace! Pezzo di ebete!"
La nonna allungò un braccio verso la voce urlante, lo agitò leggermente, poi emise una specie di ronfo e morì.

La processione di parenti e amici al letto della defunta fu breve e concentrata in pochissime ore centrali della giornata. Walter sentì i morsi della fame affiorare già verso mezzogiorno, ma immaginò che quando si ha una morta in casa non si debba neanche pensare a mangiare. Così, il suo stomaco cominciò a riempire la stanza di rumori osceni arrivando a coprire le litanie di circostanza sussurrate dai presenti e persino uno strano guaito che sembrava provenire dal pianerottolo. A spezzare la congiura del silenzio fu lo zio Claudio, che chiese a sua moglie Saturnia di preparare qualcosa da mangiare al ragazzo. Naturalmente il padre di Walter dichiarò che non se ne parlava nemmeno, e cominciò a spintonare Saturnia e Claudio per impedire che si occupassero di tali faccende, tanto più che ad aver fame era quel mentecatto di Walter; ma Saturnia non volle intendere ragioni e preparò mezzo chilo di pasta al pomodoro al quale fece onore non solo Walter, ma soprattutto suo padre, oltre a una certa signora Breviglieri, un’amica d’infanzia della nonna che disse di soffrire di "gastrite gastrica", e che, per far fronte alle esigenze che quel suo malanno le imponeva, ripulì a fondo anche la padella dove la zia Saturnia aveva mantecato la pasta.
Per fortuna di Walter, del funerale si occupò lo zio Claudio, contro la cui ferma decisione si era infranta l’insistenza del padre di Walter, che invece voleva assolutamente investire di quel compito suo figlio.
Alle quattro e mezza del pomeriggio se ne erano già andati tutti. Il primo a salutare era stato un vecchio amico di suo padre, un certo signor Villorbe, e l’ultima fu la signora Breviglieri. Questo Villorbe (di cui non veniva mai detto il nome di battesimo) Walter lo aveva visto un paio di volte sì e no prima di allora. Una volta quando era piccolo, al parco, in una di quelle giornate dalla luminosità accecante che vedono solo i bambini, e gli sembrava di ricordare che gli avesse anche comprato un palloncino. Un’altra volta gli pareva di averlo visto alla partita, tanti anni prima, ma comunque quando lui già non era più un bambino. Al funerale di sua madre non ricordava di averlo visto, invece. Aveva un nome francese ma sembrava assolutamente italiano. Era un tipo sulla cinquantina, odoroso di dopobarba, con un maglione bianco e nero e i capelli ricci, solo un po’ grigi, fintamente arruffati ma invece accuratamente pettinati e impomatati. Si comportava con un’educazione compunta, che poteva essere scambiata per quella di una persona molto distinta; ma era troppo sfuggente per esserlo. Sembrava un ibrido tra un principe e un servitore. Un principe ti snobba, ma quando non può farne a meno ti guarda negli occhi, magari per un attimo, solo per gelarti, mentre l’eleganza di Villorbe prevedeva che lui non guardasse quasi mai negli occhi. Aveva paura. A Walter fece pena. Quando salutò per andarsene, gli diede la mano in un modo tutto trattenuto, senza stendere il braccio. A suo padre non diede neanche la mano, ma disse solo, con un accento ambiguo che era assieme tagliente e indeciso: "Ci sentiamo, Marino". Poi, dopo un lungo momento di silenzio, aprì la porta e uscì. Fuori, si sentì uno zampettio frenetico e un guaiolare allegro, come di cane che ritrova il padrone.
L’ultima ad andarsene fu la signora Breviglieri, che Walter dovette accompagnare all’autobus e mettere a sedere sul sedile riservato ai mutilati e invalidi di guerra e del lavoro, al quale la signora riteneva di avere diritto per via dei suoi malanni.
Tornato su, Walter trovò la casa vuota e silenziosa. Sentì tutti i muscoli rilassarsi improvvisamente e cominciò a sbadigliare. Voleva sdraiarsi un po’, ma non sapeva se fosse opportuno. Il padre lo avrebbe sicuramente disapprovato. Ma dov’era suo padre?. Andò a cercarlo, ma non lo trovò. Poi si accorse che stava nella stanza della nonna. Evidentemente non lo aveva sentito rientrare. Dallo spiraglio di porta che restava aperto, lo sentì parlare. Borbottava frasi incomprensibili, in un tono alterato e petulante:
"Mmbbmmbb… mmbbmmbbmm…". A un certo punto Walter capì uno spezzone di frase: "Solo tu… mmbbmmbb… Solo tu lo sapevi… mmbbmmbbmm…".
Era incredibile: suo padre che parlava con la suocera morta. Per non mettere in imbarazzo il padre, Walter andò silenziosamente a nascondersi nell’angolo più lontano della casa, in sala da pranzo, al buio, pronto però a manifestare rumorosamente la sua presenza ai primi accenni di passi in corridoio. Ma molto presto, assieme ai passi, sentì avvicinarsi anche quel borbottio solenne e addolorato. Terrorizzato dall’idea che il padre potesse sentirsi ferito da una sua intrusione in quella dimensione privata, segreta, Walter pensò di nascondersi sotto il tavolo.
"Ci sei riuscita, a seppellire tua figlia. E ci sei riuscita alla grande. Sei anni. Complimenti. Non volevi andartene a nessun costo: sei sopravvissuta con l’ostinazione di chi ancora deve fare qualcosa. Ora sei morta. Quello che volevi fare l’hai fatto? Io spero solo che tu non ti sia permessa di scandalizzare mio figlio. Sei morta pazza. Anche se avessi detto qualcosa… Ti ho voluto qui perché io conosco il senso del dovere, ma anche per braccarti, per vedere se avresti avuto il coraggio di raccontare le tue favole. Pazza, sei finita: rincretinita completa. Tua figlia, invece, con tutte le sue stranezze, era l’unica sana. Secondo te era lei da rinchiudere in manicomio, perché aveva sposato uno come me; e invece era la più sana di tutta la vostra famiglia. Somigliava al padre: semplice, sensibile, generosa. Infatti è morta a cinquant’anni come il padre. Me lo ricordo appena, tuo marito. Era buono. Un pezzo di pane, come Eleonora mia. Era una donna difficile, è vero, aveva un carattere difficile, è vero. Ma mi aveva scelto. Lei aveva scelto Marino tra tutti. Io l’ho amata tanto perché mi aveva scelto. Tu eri una pazza pericolosa, anche prima di rincretinirti. Non si sapeva mai che pensavi: sempre con quegli occhi bassi e quella mano davanti alla bocca quando qualcuno ti parlava; sembrava che ti mordessi le labbra per non dire qualcosa. Che cosa? Eh? Che avevi da dire? Eh? Avanti: parla adesso, se vuoi..."
Walter era costretto a protrarre la sua scomoda clandestinità, perché il padre adesso era lì, nel salotto attiguo alla sala da pranzo. Aveva proseguito il suo monologo in poltrona, come se il nuovo stato di disincarnata permettesse alla suocera di ascoltarlo dovunque andasse. Improvvisamente si udì un fracasso provenire dal fondo del corridoio. Allarmato dal frastuono, il padre si avviò verso la stanza della suocera. Walter approfittò della circostanza per precipitarsi alla porta d’ingresso, uscirne e fingere di rientrare proprio in quel momento.
Si avviò verso la stanza della morta e lì vide suo padre alle prese con un ignoto cane dal muso a punta che si intrufolava sotto il letto per poi uscirne guizzando e ricacciarvisi subito dopo. Uno dei piedi del letto, che era rotto da tempo e si reggeva grazie al supporto di certe mattonelle nascoste alla vista dalla lunga coperta, aveva ceduto. Attorno ad esso era arrotolato il guinzaglio del cane, che era stato causa dell’incidente e che alla fine si era staccato dal collare durante una delle frenetiche manovre dell’animale. L’angolo del letto senza più piede di appoggio era caduto a terra e ora la nonna era bizzarramente coricata su un fianco, placida come se stesse facendo il sonnellino pomeridiano. Cedendo all’abitudine di essere sempre inopportuno davanti a suo padre, l’unica cosa che Walter trovò da dire fu: "È un volpino".
"Ah sì? E quanti anni ha? Glieli hai guardati i denti? Eh? Ma che cazzarola vuoi che me ne freghi della razza? Aiutami a prenderlo, deficiente!"
In una delle sue improvvise sortite, il cane finì proprio nelle braccia del padre di Walter, che si era accucciato per braccarlo dalla parte del letto che ancora stava in piedi. Mentre il padre lottava per trattenerlo, il cane tentò di morderlo più volte, volgendo la testa ritmicamente a destra e a sinistra, senza sosta, fino a quando non riuscì a ficcargli i denti nel braccio che per primo aveva cominciato ad allentare la presa. Il padre, per sottolineare il fatto che Walter era stato incapace di aiutarlo, gridò drammaticamente come se lo avesse colpito una pallottola, poi cominciò a contorcersi a terra in modo cinematografico. Dalla ferita usciva solo un lievissimo filo di sangue.
Walter, a bocca spalancata, non sapeva che cosa fare. Per soccorrere il padre avrebbe dovuto toccarlo, ma sapeva che per suo padre essere toccato da Walter era una delle cose più sgradevoli. Allora decise di evitare quell’umiliazione inseguendo il cane, che nel frattempo era fuggito lungo il corridoio. Lo trovò che armeggiava con le zampette per allargare uno spiraglio strettissimo che c’era tra l’anta e lo stipite della portafinestra che dava sul giardino. Era in difficoltà. Walter ne approfittò per afferrarlo, ma avrebbe fatto meglio a chiudere la portafinestra, perché il suo slancio contribuì solo ad aprirla un po’ di più. La scena del tentato morso alternato a destra e sinistra si ripeté. Leggermente ferito dai denti aguzzi della piccola belva, Walter lasciò la presa, più per la paura che per il dolore, e vide quella furia sgusciare attraverso le sbarre della recinzione del giardino. In mano gli era rimasta una piccola busta, che nella colluttazione aveva sentito affiorare da sotto il collarino del cane. "Comunicazione importante", c’era scritto in stampatello maiuscolo. Dentro si sentiva che c’era un cartoncino rigido, poco più grande di un biglietto da visita. La bustina non era stata sigillata, ma aveva solo la linguetta inserita sotto i bordi della parte aperta.
Con il biglietto in mano Walter corse verso la stanza della nonna, che dormiva sempre sul un lato. Il padre era in bagno, a curarsi la ferita.
"Allora, lo hai preso?", chiese da lontano con una certa ansia nella voce.
"È entrato dal giardino. La porta-finestra era aperta. C’era corrente e sbatteva."
"
La corrente e il fatto che la porta-finestra sbattesse non c’entrano nulla con la domanda che ti ho fatto. Ripeto: LO HAI PRESO?"
 Walter rivisse un momento vissuto tante volte. Doveva dare una risposta precisa. Una risposta che lo condannava, come sempre. Dipendeva totalmente da quel padre, in quei momenti. E quel padre stava per annientarlo una volta ancora. La cosa più terribile era immaginare il primo momento, la primissima reazione di disgusto di suo padre, alla comunicazione che Walter aveva fallito ancora una volta. Anche se gli ripugnava respirare profondamente l’aria della morta, trasse un respiro e impose alla sua mente di non lasciar entrare alcuna rappresentazione della faccia che il padre avrebbe fatto al suo affranto "No". Decise di farsi male ne momento in cui diceva "No", per distrarsi. Si pizzicò la ferita fattagli dal cane e disse un "No" quasi petulante per il dolore. Il padre tacque.
Si sentì, dal bagno, che si schiariva la gola, come faceva ogni volta che voleva darsi un contegno. L’atmosfera si impregnò di una strana qualità: il padre sembrava sollevato. Felice, senza chiedersi neanche il perché di quell’inspiegabile sollievo del suo giudice, Walter disse a voce ancora più alta:
"Aveva un biglietto nel collarino!"
Ma proprio in quell’istante il padre aveva aperto l’acqua del rubinetto. Non aveva capito. Un po’ seccato, come se parlare mentre uno sta per aprire un rubinetto fosse prova di incapacità di stare al mondo, gridò:
"Che hai detto?"
Walter, che era sempre in corridoio davanti alla porta della stanza della morta, aveva appena aperto la bocca per scandire la sua risposta quando la nonna sembrò aggiustarsi meglio nella sua posizione. Walter spalancò gli occhi. La nonna allora cominciò a rotolare lentissimamente verso la parte dove il piede del letto aveva ceduto. Girò un paio di volte su se stessa e poi si adagiò in terra, a faccia in giù.
"CHE HAI DETTO?", urlò il padre, isterico.
Walter prese l’evento come un prodigio da racconto arturiano. Si fece coraggio, e approfittando del fatto che il padre (forse per poterlo rimproverare ancora una volta di non farsi capire) continuava a far scorrere l’acqua, aprì la bustina. Su un cartoncino bianco spiccava una scritta a penna, in stampatello maiuscolo:
"Per chi ancora non lo sapesse, l’unico grande amore di Marino sono stato io".
Walter si cacciò in tasca il biglietto e rispose al padre, gridando anche lui:
"LA NONNA È VENUTA GIÙ!".

 

II

Era passato un anno, e l’università, che per Walter era stata un incubo, ormai era diventata una specie di sogno ricorrente, che gli punzecchiava l’anima come il ricordo di un vecchio debito mai saldato ma dimenticato dallo stesso creditore. Anche nei discorsi e nelle allusioni del padre le tinte più cariche di quell’argomento così angoscioso si andavano ormai stemperando in una sorta di amara rassegnazione. Del resto, era pensabile aspettarsi la soddisfazione di una laurea in famiglia da uno come Walter?
Ora a casa con loro c’era l’ultimo nonno superstite, quello paterno, che dopo varie liti, anche legali, tra i suoi numerosi figli, era finito lì per un’alzata di orgoglio del padre di Walter, indispettito dalle continue allusioni al fatto che la suocera, quella sì, se l’era tenuta in casa, ma il padre era pronto a mandarlo all’ospizio.
Così Walter era diventato il terminale di una catena quotidiana di piccole nevrastenie: il vecchio, dopo un periodo di assestamento nel quale non aveva fatto altro che declamare in tono poetico slogan di gratitudine e tentare di sdebitarsi anche economicamente, si era inserito perfettamente nell’economia domestica del rimbrotto e della punzecchiatura, cominciando a rimproverare a suo figlio tutti i difetti che andava scoprendo via via nella gestione della sua vita, e riservando a Walter percentuali anche consistenti della sua frustrazione pregressa, travestita adesso da preoccupazione per le sorti di un primogenito di famiglia nel quale non riconosceva l’impronta delle sue qualità e del suo nerbo.
Naturalmente, per allentare le tensioni dei loro attriti storici, talvolta padre e nonno si coalizzavano contro Walter, organizzando (quasi sempre alle ore dei pasti) sessioni di lamentazione a due voci, al termine delle quali si alzavano da tavola soddisfatti di tutte le "verità" che, per "spronarlo", avevano sbattuto in coro in faccia al giovane, che era indolente e viziato. Walter ascoltava i suoi aguzzini con una faccia che non sapeva esprimere né dignità né ribellione. Ogni tanto annuiva, cercando un’impossibile solidarietà comune, come se l’accusato fosse un terzo.
Improvvisamente, all’alba di una domenica di settembre, Walter prese la risoluzione, più volte sollecitata dalla sua nuova coppia di genitori, di "decidere che cosa fare della sua vita". Si alzò e nella penombra della stanza si mise a enumerare tutti i modi per morire.
Giunse alla conclusione che si può morire per quattro cause: malattia, disgrazia, omicidio o suicidio. Non gliene venivano in mente altre, se non la vecchiaia, che non solo non era una risorsa attuale per lui, ma era sempre una concausa della malattia.
Una malattia se la augurava spesso, ma sentiva che, nonostante tutto, c’era in lui qualcosa di sano, di intatto, di troppo integro per essere distrutto da un malanno. Ogni tanto, soffocato dal disprezzo del padre, appena aveva l’occasione di restare da solo cominciava a mormorare frasi con le quali si augurava cancri e altri orrendi malanni, lanciando le sue richieste a Dio come in una preghiera invertita, dalla quale doveva scaturire morte anziché grazia. Sapeva che una malattia poteva essere terribile, ma era convinto che la sua vita fosse peggio. Certo, avrebbe preferito un infarto, ma un infarto a ventisei anni era estremamente improbabile.
La disgrazia era al centro delle sue più accorate preghiere. La sola parola già gli dava pace. Di disgrazia si poteva morire in un attimo, senza dover soffrire tutte le pene della malattia e senza prendersi la responsabilità di uccidersi da sé. Quando il suo pensiero andava alla disgrazia, sentiva schianti secchi e spaventosi, urli di freni, esplosioni, gli pareva di provare la sensazione del cranio che si fracassa, delle ossa che si frantumano, delle carni stritolate da ingranaggi implacabili che fanno giustizia delle vite inutili come la sua. Dio concedimi una disgrazia, sussurrava. Ma Dio taceva. Nel suo desiderare la disgrazia c’era qualcosa di struggente e infantile, come quando un bambino desidera un pallone o un carro armato telecomandato e Babbo Natale non glieli porta mai. Spesso, dopo essere uscito in cerca di una disgrazia e non averla incontrata, tornava a casa amareggiato, mormorando: ‘Dio, sei proprio un mostro…’
L’omicidio non lo prendeva neanche in considerazione. Innanzitutto perché considerava il modo di comportarsi di suo padre un esempio di omicidio perpetuo, che andava avanti da una vita, e quindi dell’omicidio aveva già sperimentato tutto quello che c’era da sperimentare; e in secondo luogo, perché sperare di essere ucciso era troppo per una nullità quale lui stimava di essere. Per essere uccisi bisognava valere qualcosa, o almeno avere qualcosa che vale, e questo non era il suo caso. Aveva sentito parlare di pratiche di omicidio indotto (del tipo: punta una pistola finta contro un poliziotto e dopo che ti ha detto di buttarla prendi la mira e sparagli a salve); erano molto sicure, ma somigliavano così tanto a un suicidio che venivano addirittura chiamate "suicidio per mano della polizia". Appunto: suicidio.
Ed ecco il quarto modo. Cioè, se vogliamo, l’unico. Quello sui cui convergevano idealmente tanto la disgrazia quanto l’omicidio, perché poteva ispirarsi sia all’una che all’altro. Alla disgrazia somigliavano la precipitazione da un ponte o da un edificio adeguatamente elevato, l’annegamento, l’investimento da auto (o, ancora meglio, da autobus, camion, autotreno), lo stritolamento da treno in corsa, la folgorazione, l’avvelenamento da farmaci o da droghe. All’omicidio somigliavano invece il colpo di arma da fuoco alla tempia, al cuore, in bocca (e pareva che l’ultimo fosse il più sicuro), l’accoltellamento, l’impiccagione, l’avvelenamento da veleno per topi. Lo svenamento e l’intossicazione da scappamento d’automobile non si potevano assolutamente ricondurre alla disgrazia, perché richiedevano procedure articolate che pretendevano una volontarietà assoluta e non relativa. L’incendio e l’intossicazione con il gas di casa confinavano con l’omicidio ma solo perché coinvolgevano altri, anzi potevano essere un vero e proprio omicidio-suicidio. Come l’esplosione. Il divoramento da belve feroci era poco praticabile, in generale. Lo sbranamento da parte di cani pericolosi richiedeva troppa premeditazione e non assicurava affatto il raggiungimento dell’obbiettivo.
Questi pensieri cinici e disgustosi servivano a calmarlo, ma non a placare l’odio per se stesso che l’inesauribile capacità di non amare di suo padre gli stimolava.
A volte se lo guardava, senza che lui se ne accorgesse. Stava lì, davanti alla televisione, o davanti a un piatto di pasta, o davanti al nonno, e sembrava non avere altra occupazione nella vita che ignorare Walter. Ignorarlo era più che disprezzarlo, anzi, il disprezzo nasceva tutto dall’indifferenza. Il padre ignorava tutto di lui: chi fosse, che cosa pensasse, che cosa desiderasse, di che cosa avesse paura, da che cosa fosse tormentato, quante femmine avesse toccato, se ne avesse toccata almeno una, se avesse idea di che cos’è l’amicizia, la giustizia, l’ambizione, l’odio. Lo giudicava e basta. Lo giudicava perché aveva il potere per farlo, e aveva quel potere non perché era suo padre, ma perché viveva nel mito di se stesso e del sacrificio di sé che aveva fatto per la moglie e per lui. Ma poiché dietro l’automitizzazione si nasconde sempre qualche obbrobrio, il padre viveva la sua giornata come il sacerdote di un culto blasfemo, deviato e perfido, celebrando i misteri della sua stessa vergogna. Anzi, di quella che lui credeva fosse una vergogna.
Walter si chiedeva che cosa potesse mai essere così grave da giustificare una manomissione permanente della vita. Suo padre e Villorbe. Bene. E allora? Perché rifondare l’universo al contrario solo per coprire un errore, ammesso che poi quello si potesse definire un errore assoluto? Lui e la mamma avrebbero capito; neanche "perdonato", perché non c’era nulla da perdonare e tutto sarebbe andato bene. Invece la mamma era morta e lui doveva morire. Così suo padre sarebbe rimasto solo a rimasticare la radice velenosa di un peccato che, ammesso che fosse tale, aveva il potere di macinare l’universo stesso e con esso l’amore e la vita di una famiglia che poteva essere comunque felice. Il potere del diavolo. Non il peccato, che potrebbe essere tolto via come una macchia d’olio dallo smacchiatore cosmico del perdono, ma l’enfasi del peccato, la condanna ottusa del peccato, il rogo innalzato sotto i piedi di chiunque vi entri in contatto e ne sia appestato.
Walter ebbe l’impressione che la ‘società’ fosse una complicazione seria, in quelle cose, ma che la vera complicazione insormontabile fosse la religione, che evidentemente non aveva trovato una tonalità per intonarsi con certi peccati e per affrontarli evitando che le anime si macerassero nel deposito della colpa, nel fuoco di un inferno in terra. Suo padre non solo era religioso, ma era un praticante così meticoloso che, se arrivava cinque minuti dopo l’inizio della messa, usciva dalla chiesa e aspettava la messa successiva. Una volta aveva ripetuto quella pantomima due volte di seguito, perché prima era arrivato tardi per fatti suoi e poi, mentre aspettava fuori dalla chiesa, aveva incontrato un tizio che lo aveva trattenuto a chiacchierare. Naturalmente, poi, sfogava su suo figlio la frustrazione di quei suoi presunti peccati contro Dio, e Walter si ritrovava davanti per il resto della giornata il paradosso di una faccia resa demoniaca dal ritardo alla messa.
Il nonno era solo un uomo imbevuto di retorica, pasciuto di finti valori, egoista e fondamentalmente stupido, che sicuramente non aveva capito niente di tutto quel tumulto silenzioso di eventi. Ma suo padre non era stupido, era solo leso dal fantasma della sua vergogna, ma leso a tal punto da vivere come se fosse integralmente stupido. Questa era la trappola di Walter: sapere che il padre era così perché soffriva, e se soffriva, aveva sentimenti come lui, e se aveva sentimenti era redimibile, era ancora vivo. Con tutti i suoi isterismi ridicoli, le sue affermazioni categoriche, la sua idea ottusa del mondo e della vita, era suo padre. Così, lui viveva l’assurda speranza non di avere un padre, ma di poterlo riavere un giorno, magari solo per un momento.

 

III

Nel sogno di Walter, Willoughby si avvicinava al capitano Mariner, che dormiva in mezzo al deserto con la testa appoggiata a una pietra. Willoughby gli sfiorò i capelli sudici di sudore e di polvere. Non si svegliava.
"Mi ha trovato, capitano", disse Willoughby. "Sto bene. Stiamo tutti bene. È stato tutto un incubo. Non è morto nessuno. Si svegli, ora."
Lo scosse un po’ per le spalle, ma non si svegliava.
"Capitano", lo chiamò.
Nel sonno, l’altro biascicò qualche parola incomprensibile.
"Capitano", ripeté Willoughby.
Mariner prese un’espressione infastidita. Con gli occhi ancora chiusi, sul viso gli si disegnò una smorfia di disprezzo. Sembrava sempre addormentato, ma stavolta mormorò parole comprensibili:
"Allora? Che è questa storia? ‘Capitano mio Capitano’. Eh?".
"Capitano", ripeté piano Willoughby.
"Basta, sai. Adesso stai esagerando", disse Mariner vagamente intimorito dalla serenità di Willoughby. La voce era una sferza, ora:
"Allora? La buttiamo su patetico? Guarda che non è aria, pezzo d’asino!"
"Capitano."
"E falla finita!", urlò il capitano. "E chiamami Papà!", aggiunse, ma un mancamento nella voce trasformò il suo ordine in un falsetto tagliente che somigliava a un acuto di soprano malriuscito.
"Papà..."

Il padre di Walter si svegliò di soprassalto. Gli era sembrato di sentire la voce di suo figlio. La stanza era vuota e il silenzio incombeva su tutta la casa. Erano le due e mezza di notte. Si alzò con addosso un'oppressione che non provava da tanto. Vagò per un po’ nelle stanze, in uno stato di veglia dei sensi che gli ricordava la gioventù. Arrivò alla fine della casa e vide la portafinestra del giardino socchiusa. I ladri. Si guardò attorno, ma quei sensi appena rinati lo avvertirono che il pericolo non era in casa. Il pericolo era fuori. Il giardino era buio, ma le luci di notte dei palazzi attorno lo aiutarono. Walter si librava a un’altezza innaturale, oscillando accanto all’albero grande. Aveva una corda attorno al collo e una sedia rovesciata sotto i piedi.

Walter vide il capitano Mariner precipitarsi verso di lui con la spada in pugno. Sembrava che volesse infilzarlo, invece si diresse verso una vecchia derviscia con una lunga arma da taglio in mano, che gli stava accanto e di cui lui non si era accorto fino a quel momento. Il capitano colpì la vecchia con una forza inaudita e quella, sorpresa come se tutto si aspettasse fuorché l’entrata in scena di quel personaggio, mandò un grido acuto, come di aquila, e cadde. Walter si ritrovò per terra, ai piedi del capitano. Gli parve che Mariner sorridesse come un vecchio soldato sorride a un altro soldato, con la faccia modellata in un’espressione di amicizia antica, senza equivoci, da uomo a uomo.

 

 

 

Copyright ©2003 Mario Corte